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lunedì 4 aprile 2011

LEGA NORD DA PARTITO STALLA AD ORGANIZAZIONE MAFIOSA



1- TREMONTI ALLA SCOPERTA DELLO YOGURT
Stefano Feltri per Il Fattoquotidiano
"Il protezionismo è deleterio non solo per le economie, ma soprattutto per le società". Perché? "Protezionismo vuol dire opposizione dura, contrasti forti e alla fine una catena di ripicche infinita". Coì parlava Giulio Tremonti in un'intervista alla televisione Class CNBC meno di due anni fa, nel febbraio 2009. Il Tremonti sciovinista che decide di regolare i conti una volta per tutte con la Francia è un inedito.


La giravolta intellettuale è notevole perfino per gli standard del personaggio, che in politica economica ha sostenuto praticamente tutte le posizioni disponibili, da campione della finanza creativa a difensore del rigore contabile, da superconsulente di San Marino a fustigatore dei paradisi fiscali, da esecutore della "rivoluzione linberale" berlusconiana ispirata al mito della flat tax a no global di destra che difende Dio-Patria e famiglia e vuol tassare le transazioni finanziarie.

Ma il protezionismo contro gli altri Stati europei non l'aveva mai caldeggiato. Anzi. Nel 2006 Tremonti si crogiolava nella soddisfazione per la caduta del protezionista del credito Antonio Fazio, il governatore della Banca d'Italia che voleva difendere l'italianità di Bnl e Antonveneta. E intervistato da Massimo Giannini su Repubblica sosteneva che l'Unione europea era "protezionista dalla parte sbagliata. L'Europa è liberista con la Cina e protezionista con se stessa".
Perché il protezionismo interno tra Paesi dell'Unione "non è una prova di forza, ma all'opposto di debolezza. All'alba di questo secolo si va avanti con le politiche di due secoli fa".
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In altre occasioni, sempre in quell'epoca, si faceva addirittura prendere la mano fino ad affermare che "Il protezionismo fa tornare l'Europa di Kaiser e Zar" (Il Messaggero, 26 febbraio 2002). Memorabili certi passaggi che i francesi di Lactalis avevano preso probabilmente sul serio: "Ho ereditato la legge sulle Opa più liberale d'Europa e non l'ho cambiata. Non ci sarebbe neppure bisogno di riscriverla. Basterebbe un decreto di una riga: in caso di Opa dall'estero si applica la lagge di un altro Paese europeo, a piacere. Ma è una soluzione che non auspico, preferirei invitare tutti a fermarsi e a riflettere".

E il ministro ci ha riflettuto. Ma nei citatissimi (soltanto da lui) pamphlet pubblicati negli anni successivi era giunto a questa versione schematica della globalizzazione: il problema è la Cina, l'Europa deve farle guerra a colpi di dazi e dogane anche in spregio alle regole sul libero scambio dell'Organizzazione mondiale del commercio. E per farlo deve essere più coesa, attorno ai suoi valori fondanti.
Con uno dei suoi aforismi ermetici concludeva la parte dedicata alla paura (nel libro "La paura e la speranza") dicendo che: "Fallito il piano mercatista di neocolonialismo, rischiamo infatti, soprattutto noi in Europa, di essere colonizzati dall'Asia". Non dalla Francia. Anzi, quando Parigi ha bocciato la Costituzione europea nel 2005, pur di non criticare un Paese affine lui si limitava a commentare: "Mi sono messo la legion d'onore", che il Paese gli aveva concesso.

Quando Lvmh è calato in Italia per prendersi uno dei marchi storici del lusso italiano, Bulgari, il mese scorso, il ministro protezionista non rilascia alcuna dichiarazione. Anche di Alitalia, dove il primo azionista è Air France, si è sempre occupato poco, il dossier era dominio esclusivo di Gianni Letta e Silvio Berlusconi.

Guai a toccare il tasto Fiat, dove il governo è stato compatto nel considerare le logiche della globalizzazione e della competizione globale forze a cui la politica non si può opporre. Tremonti si è occupato di Edison, dove Edf è poco sotto il 20 per cento, ma per ora non ha alzato barricate. Soltanto lo yogurt è strategico.
2- LA CHIAMANO DEMOCRAZIA MA IN REALTÀ È SOLTANTO UN GRANDISSIMO SCHIFO
Eugenio Scalfari per La Repubblica

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Le vicende della Libia, dell´immigrazione, della lunga e sempre più agitata paralisi del Parlamento, dell´intervento ammonitorio del Capo dello Stato, hanno messo in ombra un altro tema che deve invece essere affrontato per quello che è: una sterzata estremamente grave della politica economica verso un intervento sistemico dello Stato nell´economia e nel mercato, in palese contrasto con la legislazione dell´Unione europea.

Parlo del decreto promulgato giovedì scorso dal consiglio dei Ministri e voluto da Giulio Tremonti per impedire che un´impresa alimentare francese assuma il controllo della Parmalat.
Se fosse questo il solo obiettivo di Tremonti, potrebbe anche essere accettato sebbene si concili assai poco con l´auspicio più volte ripetuto di un aumento di investimenti esteri nel nostro paese. Siamo il fanale di coda nella classifica degli investimenti esteri rispetto agli altri paesi europei.

Ce ne lamentiamo, se ne lamenta il governo, la Confindustria e gli operatori finanziari e imprenditoriali, ma quando finalmente qualcuno arriva dall´estero per investire i suoi capitali in iniziative italiane viene preso a calci e rimandato indietro dimenticando che oltre di essere cittadini italiani siamo anche cittadini europei. Il mercato comune non è nato per abolire frontiere e consentire il libero movimento delle merci, delle persone e dei capitali?
Ma Tremonti ricorda - ed ha ragione di farlo - che la Francia protegge la nazionalità delle imprese ritenute strategiche e quindi - sostiene il ministro - se lo fa la Francia perché non può farlo l´Italia? Difficile dargli torto. Bisognerebbe sollevare il tema nelle sedi europee e speriamo che venga fatto, per ripristinare il funzionamento del libero movimento degli investimenti contro ogni protezionismo. Comunque, su questo tema, Tremonti per ora ha ragione. Senonché...
Senonché la questione Parmalat è soltanto un pretesto o perlomeno un caso singolo dentro un quadro assai più ricco di possibilità. Infatti il testo del decreto non dice affatto che l´obiettivo è la difesa dell´italianità delle aziende nazionali. Dice un´altra cosa: autorizza la Cassa depositi e prestiti (di proprietà del Tesoro al 70 per cento) ad intervenire in caso di necessità per finanziare aziende ritenute strategiche per fatturato o per importanza del settore in cui operano o per eventuali ricadute sul sistema economico nazionale.
Il caso Parmalat rientra in questo elenco ma non lo esaurisce perché il decreto va molto più in là. Praticamente resuscita l´Iri di antica memoria rendendo possibile che lo Stato prenda il controllo delle imprese che abbiano requisiti ritenuti strategici dal governo (da Tremonti) nella sua amplissima discrezionalità.

Tutto ciò avviene per decreto. Dovrà essere convertito in legge ma intanto produrrà effetti immediati sul mercato. Ma se il decreto non fosse convertito in legge? è realistico pensare che il governo, per evitare che quest´ipotesi si avveri, chieda per l´ennesima volta l´ennesima fiducia. Ma se in sede europea quella legge fosse bocciata in quanto aiuto indebito dello Stato ad un´impresa, vietato dalla legislazione comunitaria?

Ho detto prima che la Parmalat è un pretesto. Infatti il vero obiettivo di Tremonti è di far entrare lo Stato non soltanto nelle aziende che hanno necessità di finanziamento ma direttamente nel sistema bancario. In particolare nelle cosiddette banche territoriali: le banche popolari, le banche cooperative, le Casse di risparmio. Quelle più a corto di capitali, quelle alle quali la Lega guarda con occhi avidi, quelle che procurano voti, organizzano interessi e clientele. Una rete immensa di sportelli, di prestiti, di mutui. Di fatto la politicizzazione del credito.
È una delle più gravi malattie la politicizzazione del credito. Il decreto di giovedì scorso ne segna l´inizio. Che cosa ne pensano i partiti d´opposizione? Che cosa ne pensa il governatore della Banca d´Italia? Che cosa ne pensa il Quirinale?
La politicizzazione del credito è un altro modo per deformare la democrazia, forse il più insidioso insieme al monopolio dell´informazione. Chi può manipolare le notizie e il danaro è il padrone, il raìs, il Capo assoluto, circondato da una clientela enorme e solida. Inamovibile. O ci si arruola o se ne è esclusi. La clientela vota. Chi spera di entrarci se ancora non ne fa parte, vota nello stesso modo.
La chiamano democrazia ma in realtà è soltanto un grandissimo schifo !

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"Rifiutare di avere opinioni è un modo per non averle. Non è vero?" Luigi Pirandello (1867-1936)