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mercoledì 5 agosto 2009

l’Innse di Milano isolata per evitare il contagio francese

"In Francia hanno addirittura sequestrato nei suoi uffici per tre giorni il Menager che aveva osato darsi allegramente alla pratica "sportiva" del licenziamento via raccomandata.
In una lunghissima battaglia a colpi di scioperi e occupazioni a Marsiglia sono arrivati a sequestrare un Ferry Boat e a condurlo in alto mare!
La cosa è rientrata con l'interessamento del Governo e la Marina Francese pronta all'abbordaggio pure se gli scioperanti avevano minacciato di opporre una strenua resistenza sino a sabotare il Ferry Boat.
I ferrovieri non hanno esitato a sabotare i binari bloccando la leggendaria l'Alta Velocità francese,non hanno mai scoperto i colpevoli!

L'Enel francese durante uno sciopero qualche anno prima taglio la corente a tutti i ministeri ed alle abitazioni private dei parlamentari e dei deputati (...)
Allo stesso tempo riallaciarono la corrente elettrica a tutte quele famiglie private dell'eletticità per morosità!!!
Il conflitto per il nuovo contratto si risolse alla velocità della luce.

In altre realtà d'Europa e dell'Occidente sul gruppo dirigente irresponsabile sono piovute pallottole e con dei morti!
Insomma,la storia dell'Innse di Milano è una bomba ad orologeria,un po tutti si affannano ad evitare il contagio,gettano acqua sul fuoco e si sperticano in giustificazioni,scuse che lasciano il tempo che trovano.
Il Governo invia le forze del'ordine con il compito di isolre il conflitto dalla città (...) sente brividi freddi correre lungo la schiena e ogni giorno che passa L'Innse riceve nuove solidarietà,compresa la mia tantopiu che vissi a Lambrate in quel di Milano dalla pubertà sin oltre la maggior età.Dunque conosco bene la storia del quartiere,la sua gente e le centinaia di fabbriche che hanno chiuso a partire dagli anni 70 (...) Per citarne solo qualcuna la Bracco (chimica e farmacologica),l'Innocenti (Auto) etc,
Per concludere :LOTTA DURA SENZA PAURA !"

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Così Lega e Rifondazione “rottamarono” l’Innse (Tratto da La Repubblica.it)

La fabbrica venduta per 700mila euro. Gli operai sulle gru dopo i tafferugli

Se non ci fosse di mezzo la vita degli operai (da ieri su una gru per protesta) di una storica officina di Lambrate, una delle ultime vere fabbriche di cui spesso si grida alla scomparsa, ci sarebbe persino da sorridere.
La vicenda della Innse Presse presenta infatti quel tipico misto italico di approssimazione e opacità, i classici intrecci d’interesse, da apparire sin troppo paradigmatica.
Venduta dalla famiglia Innocenti – quella dei tubi e della Lambretta – all’Iri nei primi anni ‘70, dopo diversi passaggi di proprietà finisce in amministrazione controllata a causa del fallimento del penultimo proprietario, la Manzoni Group.
Si giunge così ad uno dei nodi politici della storia. Nel febbraio del 2006, con poco tempo a disposizione per evitare il peggio, l’allora parlamentare leghista Roberto Castelli si presenta al tavolo di crisi – provincia, comune, prefetto, sindacati, commissario incaricato dalla procura – con il piemontese Silvano Genta che, piano industriale alla mano, convince tutti, e grazie alla legge Prodi sulle fabbriche in difficoltà si prende la Innse per soli 700mila euro, il valore di un appartamento.
Protagonista della transazione, oltre al padano Castelli, la cui misteriosa apparizione sembra giustificata da un’antica amicizia con il Genta, è l’assessore al lavoro Bruno Casati, di Rifondazione comunista. Quest’ultimo, fino a prova contraria in buona fede, si è speso molto per la Innse. E il presidente Filippo Penati gliene dà atto. «In tutta la vicenda la provincia di Milano – si legge in un comunicato del successivo marzo 2006 – ha assunto un ruolo decisivo, mediante l’intervento dell’assessorato al contrasto delle crisi industriali e occupazionali». E ancora, «è il segno se non di una svolta, di una controtendenza ».
Insomma, si riparte. La Innse è salva. I 53 lavoratori superstiti possono tornare al tornio. E invece, niente da fare. Il Genta, invece dell’industriale che avrebbe dovuto essere – la legge Prodi è chiara – per rilanciare l’azienda, si rivela uno speculatore, interessato alla vendita dei preziosi macchinari.
Nonostante il presidio giorno e notte degli operai, riesce a realizzare due milioni e mezzo di euro vendendone sette. È lo stesso Casati ad ammetterlo: «Solo dopo, troppo tardi, abbiamo scoperto che era un rottamaio», rivela al Corriere. Tale deve essere stata la botta, che Rifondazione non molla la presa e in queste ore chiede le dimissioni da sottosegretario alle infrastrutture di Castelli. Che non molla e controbatte (non senza malizia): «dalla sinistra extraparlamentare volgari bugie ». Ma al di là della polemica politica, resta una domanda. Come può accadere? Come possono delle amministrazioni cadere in tranelli simili? «Quando un’azienda di medie proporzioni entra in crisi, spesso arriva un bandito che si presenta bene», spiegano, neanche troppo sorpresi, dalla Fiom. Che intanto chiede l’intervento del presidente Berlusconi. E qui si apre un altro capitolo.
Già, perché la storia, come si diceva, non è finita. Oltre al gruppo Genta, a giocare la partita, c’è l’Aedes spa, la società proprietaria del terreno su cui sorgono i capannoni Innse.
In cattive acque a causa della recente crisi immobiliare, la Aedes vanta crediti per diversi milioni di euro dal Genta per il mancato pagamento dell’affitto. Ma la Aedes ha anche un’esposizione fortissima con le banche. E tra gli azionisti, oltre a Intesa San Paolo e Monte dei Paschi, c’è anche la Fininvest Spa di Silvio Berlusconi (con oltre il 2% di azioni).
A fine luglio la Consob approva un aumento di capitale per 150 milioni di euro. «L’Aedes può ripartire», scrive il Sole 24ore. E non è un mistero che, grazie a un sempre più probabile cambio di destinazione d’uso dell’area, una volta completato lo smantellamento della Innse, partito all’alba del 2 agosto con l’intervento della polizia, si prenderà a costruire.
Forse un polo universitario. Forse delle residenze. Forse un business park. Si parla di un prgetto di Fuksas. Della vendita a fondi arabi per ripianare i debiti generati dalle speculazioni. Insomma, il vecchio modello di sviluppo fondato sul mattone. Con buona pace di chi grida alla desertificazione delle fabbriche.
Stefano Baldolini

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