mercoledì 16 marzo 2011
RIVELAZIONI SU ALDO MORO “In dieci sorvegliavamo il covo di via Montalcini”: il racconto di un ex carabiniere
| Aldo Moro |
ROMA – E’ stato pubblicato sul sito www.cadoinpiedi.it un articolo in cui emergono nuove verità sul caso Moro grazie a un nuovo testimone, all’epoca militare di leva, il quale ha raccontato che durante il rapimento venne scelto per far parte di un gruppo di dieci uomini chiamati per tenere sotto osservazione via Montalcini. Era il 23 aprile del 1978.
L’uomo, già ascoltato dalla Procura di Roma, ha raccontato quanto segue all’autrice dell’articolo, Stefania Limiti: “Ci dissero di sorvegliare l’appartamento dove era sequestrato l’onorevole Moro. Il nostro compito principale era controllare tutti i movimenti provenienti da quell’appartamento. Avevamo una postazione di controllo: sulla strada era situato un lampione per l’illuminazione stradale che fu smontato pezzo per pezzo da falsi tecnici dell’Enel, portato in una caserma dei Carabinieri dove fu installata una micro telecamera all’interno della lampadina: serviva per vedere gli spostamenti all’interno dell’appartamento. Dovevamo poi sorvegliare i movimenti intorno al palazzo e tenere sotto osservazione i bidoni della spazzatura”.
Il racconto prosegue: “Moro era tenuto, ci dissero, nell’appartamento del piano rialzato, quello con il giardinetto. In quello del primo piano erano stati messi microfoni ad alta ricezione, in grado di captare anche i più piccoli rumori. Roba sofisticata per l’epoca, forniti, infatti, da agenti stranieri. Ricordo di aver visto la Renault 4 rossa parcheggiata nel cortile che dava ai garage e un’altra auto, una Rover con targa straniera e con una o forse più multe poste sul parabrezza”.
“Un giorno – continua il testimone – fu portata via e fui piuttosto sconcertato quando la rividi nello spiazzo della caserma di via Aurelia. La Missione durò fino all’8 di maggio, un giorno prima dell’epilogo tragico del sequestro. Ci dissero che il nostro compito era finito e che ci avrebbero rispedito alle nostre destinazioni. Rientrai ad Avellino e poi ho avuto il foglio di trasferimento per Battipaglia (Salerno). Mi è stato esplicitamente detto di dimenticare quello che avevo visto e fatto a Roma”.
GIULIANO FERRARA SI E FUMATO L'ORIGANO ADESSO SILVIO E COME GESU CRISTO
Un bel...discorso quello di mutandone Michelin ,adesso le cose stanno cosi secondo lui,Silvio diventa Gesu Cristo e ci fà a noi tutti il suo bel sermone evangelico (l'avete per caso udito ai tempi del caso Marrazzo? Oltre a una certa storia di cassette video...) lui è Silvio ed allo stesso tempo Gesu,in un certo senso uno e trino cioè Silvio,Gesù e l'imputato a tempo pieno sempre lui (...) quelli che devono sempre stare li naso all'aria come dei boccaloni siamo noi !
I sottointesi della frittatina come ce la rigira sono a dir poco paradossali,surreali e balzano all'occhio con la stessa evidenza della commedia grassa (mà sarebbe meglio dire unta) Ferrara cerca di rifilarcela dal Bravo a mezzo servizio che è da un bel pezzo a questa parte !
Non venga a prenderci per il culo con quel ...capisco finto comprensivo e paternalista,se lui capisce siamo noi che non...capiamo cosi distanti dalla sua classe sociale (...) questo non significa che necessitiamo dei suoi lumi a tassametro !
Lui che è cosi cul-t' dovrebbe sapere che il sentimento di uguaglianza è universale in tutte le culture del pianeta,non troverà angolo del mondo dove qualcuno potrebbe...capire le curiose licenze che si prende un padrone del mondo (...) in una dinamica del dominio primitiva,umiliante e mi fermo qui,non vado più in là nel fatto antropologico e genetico toccando la trasmissione della specie,papale papale le dinamiche attorno alla dispersione del seme maschile !
Al tempo della rivoluzione industriale quando gli scioperi comportavano conseguenze mortali e malattia e fame non era raro che le madri,le donne assalissero la bottega del fornaio o del macellaio e qualcuna ispirata (...) castrasse il panettiere reo d'essersi comprato per qualche pezzo di pane le figlie !
La letteratura ne parla...quella del 900...poverine quelle madri...non capivano.
Dice:ce l'ho con chi li eccita...un linguaggio da polizia zarista come da KGB lui sà bene come agivano i commissari politici comunisti,curioso che ora ci rivolti di nuovo la frittata come se la piazza politica di cui perora la causa si guarda bene dall'eccitare le folle...in conclusione abbiamo a che fare con una retorica ritagliata su misura per i beoti che credono ( a lui e al suo padrone) stanno li a pendere dalle loro labbra...quasi fossero appena usciti dalla messa !
Adesso secondo questa retorica il popolo dovrebbe assolvere e perdonare il Minotauro a cui ogni hanno venivano sacrificate delle vergini...certo che ne ha di immaginazione !
Ferrara: "Chi è senza peccato lanci la prima pietra". Con Ruby Silvio Berlusconi "amava intrattenersi". Ma nell'inchiesta milanese in cui il premier è imputato di prostituzione minorile, sostiene Giuliano Ferrara nel suo programma su Raiuno "le cene private del Presidente del consiglio ad Arcore sono diventate un bordello".
"Io capisco il giudizio severo di molti italiani su queste storie - dice Ferrara - perchè loro dicono che hanno una vita complicata, che il figlio è precario... Mentre lì c'è un giro di soldi... Capisco che la gente possa avere... Ma mai il rancore, mai il disprezzo, mai trasformarsi in cuori di pietra. Questo è indegno della nostra civiltà. Queste cose succedono nel paese dei talebani, succedevano nel seicento contro le adultere. Io non ce l'ho con loro, con questi sciagurati e disgraziati che a maglie hanno inveito contro questa ragazza. Ce l'ho con chi li eccita".
Quindi Ferrara si rivolge alla giovanissima marocchina. "A Ruby posso solo augurare di trovare la pace. Ha avuto questa grande illusione, ha pensato che un uso spregiudicato del suo corpo potesse portarla chissà dove, è incappata in una storia che sta diventando sinistra, truce. Ricordo che nel vangelo c'è scritto che gesù di fronte a una folla che voleva lapidare un'adultera, disse 'chi e' senza peccato scagli la prima pietra. Nessuno scagliò la pietra e l'adultera fu congedata da Gesù con le parole 'va' e non peccare più".
CHI È SENZA REATO SCAGLI LA PRIMA RUBY
Marco Travaglio per "il Fatto Quotidiano"
Finalmente Ferrara comincia a guadagnarsi la paghetta. Lasciato da parte il Giappone, si avvicina all'epicentro della catastrofe italiana: Arcore. Vibra di sdegno per i cittadini di Maglie (Bari) che hanno osato contestare la piccola Ruby, già molto provata dai bungabunga col premier: gente "dal cuore di pietra", animata dall'"odio" e dal "disprezzo", solo per aver contestato una signorina che non sa far nulla, ma intasca cachet da favola nelle discoteche, a bordo di una Limousine. "Ma chi è Ruby?", si domanda Ferrara.
Ruby su BILD
E tosto si risponde: "Una giovane figlia di immigrati che ha trascorso un'infanzia difficile". Strano, pensavamo (e 315 deputati con noi) che fosse la nipote di Mubarak. Poi un giorno "alcuni amici di B., Emilio Fede e non so chi altri, l'hanno scoperta". Nel vero senso della parola. Ed è entrata a far parte dello scelto cenacolo delle "ragazze con cui B. ama intrattenersi, e non è l'unico".
RUBY COL FIDANZATO LUCA milestone ed x t
Ora, rivela Ferrara agli ignari telespettatori reduci dal Tg1, "ci sarà un processo che seguiremo attentamente" perché i giudici vogliono trasformare "le cene private di Arcore in un bordello".
Per la verità, più che le cene, qui si parla di dopocena a base di prostituzione, anche minorile. Ma questi dettagli sfuggono a Ferrara, talmente commosso per la sorte grama di Ruby da dimenticare che il processo si fa all'Utilizzatore Finale proprio per difendere Ruby, parte offesa da chi l'ha avviata al meretricio, l'ha sfruttata e ha fatto sesso con lei.
ruby to big
Condotte un po' più gravi di quella di chi si è limitato a fischiarla e per questo viene paragonato ai talebani e ai puritani inglesi che marchiavano le adultere. Segue citazione evangelica da Gesù che salva l'adultera dalla lapidazione dicendo: "Chi è senza peccato scagli la prima pietra".
Ruby
Ma qui nessuno sta processando Ruby: si stanno processando B. e i suoi papponi. E non per un peccato, ma per vari reati. Il finale, "va' e non peccare più", c'entra come i cavoli a merenda. Ma è comprensibile che Ferrara auspichi per il padrone un finalino a tarallucci e vino: tre Pateravegloria. E,per sé, i soliti 3 mila euro. Ps. Quei primi piani stretti stretti sulle fauci di Ferrara evidenziano una drammatica carenza di igiene dentale. Urge intervento della Minetti.
"Io capisco il giudizio severo di molti italiani su queste storie - dice Ferrara - perchè loro dicono che hanno una vita complicata, che il figlio è precario... Mentre lì c'è un giro di soldi... Capisco che la gente possa avere... Ma mai il rancore, mai il disprezzo, mai trasformarsi in cuori di pietra. Questo è indegno della nostra civiltà. Queste cose succedono nel paese dei talebani, succedevano nel seicento contro le adultere. Io non ce l'ho con loro, con questi sciagurati e disgraziati che a maglie hanno inveito contro questa ragazza. Ce l'ho con chi li eccita".
Quindi Ferrara si rivolge alla giovanissima marocchina. "A Ruby posso solo augurare di trovare la pace. Ha avuto questa grande illusione, ha pensato che un uso spregiudicato del suo corpo potesse portarla chissà dove, è incappata in una storia che sta diventando sinistra, truce. Ricordo che nel vangelo c'è scritto che gesù di fronte a una folla che voleva lapidare un'adultera, disse 'chi e' senza peccato scagli la prima pietra. Nessuno scagliò la pietra e l'adultera fu congedata da Gesù con le parole 'va' e non peccare più".
CHI È SENZA REATO SCAGLI LA PRIMA RUBY
Marco Travaglio per "il Fatto Quotidiano"
Finalmente Ferrara comincia a guadagnarsi la paghetta. Lasciato da parte il Giappone, si avvicina all'epicentro della catastrofe italiana: Arcore. Vibra di sdegno per i cittadini di Maglie (Bari) che hanno osato contestare la piccola Ruby, già molto provata dai bungabunga col premier: gente "dal cuore di pietra", animata dall'"odio" e dal "disprezzo", solo per aver contestato una signorina che non sa far nulla, ma intasca cachet da favola nelle discoteche, a bordo di una Limousine. "Ma chi è Ruby?", si domanda Ferrara.
Ruby su BILD
E tosto si risponde: "Una giovane figlia di immigrati che ha trascorso un'infanzia difficile". Strano, pensavamo (e 315 deputati con noi) che fosse la nipote di Mubarak. Poi un giorno "alcuni amici di B., Emilio Fede e non so chi altri, l'hanno scoperta". Nel vero senso della parola. Ed è entrata a far parte dello scelto cenacolo delle "ragazze con cui B. ama intrattenersi, e non è l'unico".
RUBY COL FIDANZATO LUCA milestone ed x t
Ora, rivela Ferrara agli ignari telespettatori reduci dal Tg1, "ci sarà un processo che seguiremo attentamente" perché i giudici vogliono trasformare "le cene private di Arcore in un bordello".
Per la verità, più che le cene, qui si parla di dopocena a base di prostituzione, anche minorile. Ma questi dettagli sfuggono a Ferrara, talmente commosso per la sorte grama di Ruby da dimenticare che il processo si fa all'Utilizzatore Finale proprio per difendere Ruby, parte offesa da chi l'ha avviata al meretricio, l'ha sfruttata e ha fatto sesso con lei.
ruby to big
Condotte un po' più gravi di quella di chi si è limitato a fischiarla e per questo viene paragonato ai talebani e ai puritani inglesi che marchiavano le adultere. Segue citazione evangelica da Gesù che salva l'adultera dalla lapidazione dicendo: "Chi è senza peccato scagli la prima pietra".
Ruby
Ma qui nessuno sta processando Ruby: si stanno processando B. e i suoi papponi. E non per un peccato, ma per vari reati. Il finale, "va' e non peccare più", c'entra come i cavoli a merenda. Ma è comprensibile che Ferrara auspichi per il padrone un finalino a tarallucci e vino: tre Pateravegloria. E,per sé, i soliti 3 mila euro. Ps. Quei primi piani stretti stretti sulle fauci di Ferrara evidenziano una drammatica carenza di igiene dentale. Urge intervento della Minetti.
martedì 15 marzo 2011
EFFETTO SCENICO TSUNAMI ARTIFICIALE NEL CINEMA
Volete invece vedere la realtà,i video della catastrofe più diffusi su quanto avvenuto in Giappone ? Ebbene questo è il link,sono almeno una ventina riuniti nella stessa pagina,piuttosto crudi...avrei potuto caricarli tutti mà non me la sono sentita,troppo forte il carico emotivo da vivere alla visione di molte scene,sembrano un film invece è realtà...ho preferito fare l'esatto contrario,proporvi degli effetti speciali del cinema,virtuali per parlarvi della realtà,de tragico che vivra quotidianamente per molto tempo il Giappone.
Lo so...sono un tipo strano...Mi chiedo nel video che vi sottopongo qui sotto perchè l'elicottero invece di filmare lo Tsunami assassino non abbia pensato a salvare qualcuno dei passaggeri di quelle autovetture che di li a poco sarebbero state inghiottite...ecco mi sembra che la professionalità non possa venire prima della solidarietà umana,oppure forse sbaglio già c'erano delle persone a bordo...non so certo che gli Dei in questi casi guardano da un'altra parte !
La gran parte delle strutture abitative distrutte erano miracolosomente scampate all'usura dei secoli,il Giappone antico in quelle zone è scomparso per sempre...
![]() |
| Questo arco è sopravissuto all'Atomica ed allo Tsunami,merita di essere segnalato... |
Tg1: quattro minuti pro Ferrara "quello che si è perso nel mutandone ! "

Eccolo, in tutto il suo ingombrante splendore, colui che fra poche ore infesterà la tv di stato per deformare il pensiero pubblico a favore del più Grande Fasullo della politica italiana,continua a leggere....
UNITA' D'ITALIA Il dietrofront del Veneto "Festeggiamo il tricolore"
Fonte
SCHIO - Spuntano. Persino a Treviso, capitale del negazionismo unitario. Anzi, spuntano soprattutto a Treviso, perché lì hanno un significato in più. Vogliono dire: ci avete rotto le scatole con gli strafalcioni sulla storia e le sparate contro l'idea tricolore che fu, fino a prova contraria, tutta nordista.
Sono i vessilli biancorossoverdi, che fioriscono un po' dappertutto, a pochi giorni dal centocinquantenario, anche non te lo aspetti. Verona, Vicenza, Padova, Rovigo. E soprattutto nel Veneto minore, dove la pressione della Lega e dei venetisti è più forte. Ciliegi e bandiere, sotto una fine pioggia primaverile.
Il "clou" sarà l'immane fumogeno tricolore che giovedì a mezzogiorno, tempo permettendo, trasformerà in vulcano il Monte Summano, 1300 metri a picco sui capannoni del Vicentino e la base americana in costruzione. "Erutteremo un segnale di risveglio su una pianura sbranata dagli egoismi", un "richiamo ai valori e alle bellezze del Paese", dice il regista dell'operazione, il libraio-volante Alberto Peruffo, scaricando una camionata di candelotti ecologici. Noto per le sue acrobatiche proteste civili, Peruffo ha avuto l'incarico da quattro comuni "ribelli" della zona, e il 17 saliranno in tanti lassù, anche per "vendicare" un Garibaldi di pezza messo al rogo lì vicino da un gruppo di balordi. Verrà anche l'attore Marco Paolini, che stasera a Padova leggerà in teatro il messaggio del presidente Napolitano,
prima del suo "Galileo".
Ma c'è anche il fiume in questa occupazione tricolore dei luoghi-simbolo del Veneto. L'Adige, che a partire dalle 10 sarà disceso in gommone a Verona da oltre un centinaio di camicie rosse di ogni età, guidate dal professor Mario Allegri, altro resistente allo smantellamento dell'unità. Una risposta, quasi, alla calata leghista sul Po di quindici anni fa, e anche al suo stesso ateneo che l'anno scorso gli negò per opportunismo il patrocinio a una rievocazione fluviale dell'imbarco dei Mille. Il tutto con allegro condimento di brindisi, letture, canti e recite; una no stop dalle ore zero alle 24 del giorno 17.
"C'è resistenza" dice sollevata l'universitaria Eva Cecchinato, specialista di Risorgimento e nota anche per aver tenuto validamente testa in tv alle aggressioni di Mario Borghezio in camicia verde su Garibaldi "ladro e terrorista". "Nonostante i fondi tagliati dal Governo - spiega dalla sua casa di Pregaziol, Treviso - sono le scuole a dare il meglio, con un bel ruolo di supplenza rispetto alle amministrazioni leghiste". Ed è l'Italia minore, anche qui, a dettar la strada. Lezioni sulla Costituzione in luoghi sperduti come le lande del Polesine. Comuni del Veneziano come Spinea, Martellago, Salzano, che sparano raffiche di eventi con zero mezzi.
Due giorni fa s'è svegliato persino Montecchio Maggiore, dove l'anno scorso la giunta di centrodestra - nota per provvedimenti contro gli immigrati - aveva fatto togliere come uno sconcio una coppia di tricolori arditamente piazzati su una ciminiera di 40 metri da un commando di sconosciuti garibaldini. C'è stata una festa biancorossoverde in un teatro, con racconti di paese, riferimenti ammonitori alla defunta Jugoslavia, inno nazionale da finale dei Mondiali, e micidiali canzoni satiriche eseguite dal maestro Bepi De Marzi.
Ma il bello è accaduto a Treviso, la terra di Giancarlo Gentilini, durante un dibattito della Fondazione Benetton. Quando l'attore Alessandro Haber ha bollato come "vergogna" l'assenza di celebrazioni annunciata dal presidente della provincia il leghista Muraro ("L'Unità d'Italia è una tragedia"), la platea ha risposto con un lungo applauso. E poi, alla richiesta di Haber che i contrari spiegassero le loro ragioni in pubblico, nessuno si è fatto avanti.
Perché in Veneto si sparano grosse (l'ultima è dell'assessore regionale alla protezione civile, immigrazione, identità e caccia, Daniele Stival: "Useremo il mitra contro i profughi libici"), mai poi c'è poco coraggio di passare ai fatti. La bandiera di Montecchio, per esempio, è stata tolta non dai vigili urbani, ma da una ditta di telefonia con la scusa di "lavori in corso". E il 17, la giunta dello stesso Comune celebrerà l'unità, ma più in sordina possibile, a rimorchio di un alzabandiera degli Alpini. A Castelfranco hanno proibito il tricolore fuori dal teatro perché "stando alle normative vigenti, l'esposizione è prevista solo negli edifici sede centrale degli organismi di diritto pubblico". Un sistema curiale, consolidato.
A Treviso, dove sembrava già in corso la secessione e dove tutti gli eventi unitari erano già stati cancellati, si è deciso - fiutata l'aria - per il salvataggio in corner, con una mini-cerimonia in piazza Vittorio, sotto il monumento ai Caduti - perché non si sa mai - cui seguirà peraltro un contro-raduno "spontaneo" del Pd in piazza dei Signori. Il governatore Luca Zaia, che recentemente ha deciso di scrivere il suo nome alla veneta, "Xaia", chiede uno stop alle polemiche "perché abbiamo altri problemi che ci assillano", precisando peraltro che il Tricolore "viene spesso brandito solo per cercare la rissa". Anche il sindaco pdl di Arzignano, capitale della concia travolta da scandali per inquinamento ed evasioni fiscali miliardarie, avrebbe altro da pensare. Ma, inchiodato dalla Lega, ha preferito annunciare il "niet" alle celebrazioni. Meglio pensare che il male venga da Roma.
SCHIO - Spuntano. Persino a Treviso, capitale del negazionismo unitario. Anzi, spuntano soprattutto a Treviso, perché lì hanno un significato in più. Vogliono dire: ci avete rotto le scatole con gli strafalcioni sulla storia e le sparate contro l'idea tricolore che fu, fino a prova contraria, tutta nordista.
Sono i vessilli biancorossoverdi, che fioriscono un po' dappertutto, a pochi giorni dal centocinquantenario, anche non te lo aspetti. Verona, Vicenza, Padova, Rovigo. E soprattutto nel Veneto minore, dove la pressione della Lega e dei venetisti è più forte. Ciliegi e bandiere, sotto una fine pioggia primaverile.
Il "clou" sarà l'immane fumogeno tricolore che giovedì a mezzogiorno, tempo permettendo, trasformerà in vulcano il Monte Summano, 1300 metri a picco sui capannoni del Vicentino e la base americana in costruzione. "Erutteremo un segnale di risveglio su una pianura sbranata dagli egoismi", un "richiamo ai valori e alle bellezze del Paese", dice il regista dell'operazione, il libraio-volante Alberto Peruffo, scaricando una camionata di candelotti ecologici. Noto per le sue acrobatiche proteste civili, Peruffo ha avuto l'incarico da quattro comuni "ribelli" della zona, e il 17 saliranno in tanti lassù, anche per "vendicare" un Garibaldi di pezza messo al rogo lì vicino da un gruppo di balordi. Verrà anche l'attore Marco Paolini, che stasera a Padova leggerà in teatro il messaggio del presidente Napolitano,
prima del suo "Galileo".
Ma c'è anche il fiume in questa occupazione tricolore dei luoghi-simbolo del Veneto. L'Adige, che a partire dalle 10 sarà disceso in gommone a Verona da oltre un centinaio di camicie rosse di ogni età, guidate dal professor Mario Allegri, altro resistente allo smantellamento dell'unità. Una risposta, quasi, alla calata leghista sul Po di quindici anni fa, e anche al suo stesso ateneo che l'anno scorso gli negò per opportunismo il patrocinio a una rievocazione fluviale dell'imbarco dei Mille. Il tutto con allegro condimento di brindisi, letture, canti e recite; una no stop dalle ore zero alle 24 del giorno 17.
"C'è resistenza" dice sollevata l'universitaria Eva Cecchinato, specialista di Risorgimento e nota anche per aver tenuto validamente testa in tv alle aggressioni di Mario Borghezio in camicia verde su Garibaldi "ladro e terrorista". "Nonostante i fondi tagliati dal Governo - spiega dalla sua casa di Pregaziol, Treviso - sono le scuole a dare il meglio, con un bel ruolo di supplenza rispetto alle amministrazioni leghiste". Ed è l'Italia minore, anche qui, a dettar la strada. Lezioni sulla Costituzione in luoghi sperduti come le lande del Polesine. Comuni del Veneziano come Spinea, Martellago, Salzano, che sparano raffiche di eventi con zero mezzi.
Due giorni fa s'è svegliato persino Montecchio Maggiore, dove l'anno scorso la giunta di centrodestra - nota per provvedimenti contro gli immigrati - aveva fatto togliere come uno sconcio una coppia di tricolori arditamente piazzati su una ciminiera di 40 metri da un commando di sconosciuti garibaldini. C'è stata una festa biancorossoverde in un teatro, con racconti di paese, riferimenti ammonitori alla defunta Jugoslavia, inno nazionale da finale dei Mondiali, e micidiali canzoni satiriche eseguite dal maestro Bepi De Marzi.
Ma il bello è accaduto a Treviso, la terra di Giancarlo Gentilini, durante un dibattito della Fondazione Benetton. Quando l'attore Alessandro Haber ha bollato come "vergogna" l'assenza di celebrazioni annunciata dal presidente della provincia il leghista Muraro ("L'Unità d'Italia è una tragedia"), la platea ha risposto con un lungo applauso. E poi, alla richiesta di Haber che i contrari spiegassero le loro ragioni in pubblico, nessuno si è fatto avanti.
Perché in Veneto si sparano grosse (l'ultima è dell'assessore regionale alla protezione civile, immigrazione, identità e caccia, Daniele Stival: "Useremo il mitra contro i profughi libici"), mai poi c'è poco coraggio di passare ai fatti. La bandiera di Montecchio, per esempio, è stata tolta non dai vigili urbani, ma da una ditta di telefonia con la scusa di "lavori in corso". E il 17, la giunta dello stesso Comune celebrerà l'unità, ma più in sordina possibile, a rimorchio di un alzabandiera degli Alpini. A Castelfranco hanno proibito il tricolore fuori dal teatro perché "stando alle normative vigenti, l'esposizione è prevista solo negli edifici sede centrale degli organismi di diritto pubblico". Un sistema curiale, consolidato.
A Treviso, dove sembrava già in corso la secessione e dove tutti gli eventi unitari erano già stati cancellati, si è deciso - fiutata l'aria - per il salvataggio in corner, con una mini-cerimonia in piazza Vittorio, sotto il monumento ai Caduti - perché non si sa mai - cui seguirà peraltro un contro-raduno "spontaneo" del Pd in piazza dei Signori. Il governatore Luca Zaia, che recentemente ha deciso di scrivere il suo nome alla veneta, "Xaia", chiede uno stop alle polemiche "perché abbiamo altri problemi che ci assillano", precisando peraltro che il Tricolore "viene spesso brandito solo per cercare la rissa". Anche il sindaco pdl di Arzignano, capitale della concia travolta da scandali per inquinamento ed evasioni fiscali miliardarie, avrebbe altro da pensare. Ma, inchiodato dalla Lega, ha preferito annunciare il "niet" alle celebrazioni. Meglio pensare che il male venga da Roma.
BERLUSCONI E IL TRAFFICO D'ARMI VERSO LA LIBIA "CHE ALMENO GLIELA HANNO DATA LA PERCENTUALE ?"
Fonte-Armi dall’Italia al despota che ora sta massacrando chi ha osato ribellarsi e minaccia di fare un bagno di sangue nelle prossime ore nella città martire di Ben gasi. Ad autorizzare la vendita di 11 mila tra pistole fucili ad alta precisione nel 2009 è stato il governo Berlusconi. La denuncia del Tavolo della Pace e della Rete Italiana per il Disarmo. Ecco:
L’Italia ha inviato 11mila Beretta semiautomatici al regime di Gheddafi
“E’ accertato. Il governo Berlusconi nel 2009 ha autorizzato l’invio a Gheddafi di oltre 11mila tra pistole e fucili semiautomatici di alta precisione e di tipo quasi militare della ditta Beretta decidendo poi di non segnalarlo all’Unione europea”. Lo riportano in un comunicato, diffuso oggi alla stampa, la Rete Italiana per il Disarmo e la Tavola della Pace.
Le due organizzazioni affermano di aver ottenuto i documenti di esportazione e presa in carico da parte dei funzionari del regime di Gheddafi delle armi transitate per Malta. Si tratta di 7.500 pistole semiautomatiche modello Beretta PX4 Storm cal. 9×19, di 1.900 carabine semiautomatiche modello Beretta CX4 Storm cal. 9×19 e di 1.800 fucili Benelli modo M4 cal.12 sempre della ditta Beretta esportate dall’Italia via Malta.
“Oltre 11mila tra carabine, fucili e pistole del valore di quasi otto milioni di euro – tutti sistemi d’arma semiautomatici di alta precisione e talune di tipo quasi militare, ma autorizzate come “armi da difesa” – sono stati esportati nel 2009 con beneplacito del governo Berlusconi dalla Fabbrica d’armi Beretta al colonnello Gheddafi. Il fatto non sarebbe mai venuto alla luce se non ci fosse stata la nostra indagine su documenti resi pubblici dal governo maltese a seguito di discrepanze nei rapporti europei” – affermano nel comunicato congiunto la Rete Italiana per il Disarmo e la Tavola della Pace.
Le due organizzazioni definiscono “grave e irresponsabile” la condotta dei ministri degli Esteri, Franco Frattini, e degli Interni, Roberto Maroni e stigmatizzano le “reiterate falsità” del ministro della Difesa, Ignazio La Russa, sul tema delle forniture militari italiane alla Libia (La ricostruzione dettagliata di tutta la vicenda della fornitura di armi è riportata a fondo pagina).
L’elevato valore della partita (oltre 79 milioni di euro) – valore rettificato verbalmente solo nei giorni scorsi da parte dei funzionari maltesi adducendo un “errore di trascrizione” (!) – sommato al fatto che non Malta bensì l’Italia e è uno dei maggiori produttori ed esportatori mondiali di armi leggere e, soprattutto, che l’esportazione di quelle armi al regime del colonnello Gheddafi non è mai stata riportata dal Governo italiano nell’apposita Relazione annuale della Presidenza del Consiglio e nemmeno agli organi competenti dell’Unione Europea avevano indotto in un primo tempo le due organizzazioni a pensare ad una “triangolazione”: un escamotage, cioè, da parte del governo italiano per eludere il controllo parlamentare e soprattutto delle organizzazioni nazionali che da anni tengono monitorato il commercio di armamenti.
“Al di là del singolare “errore di trascrizione” dei funzionari maltesi – che avevano inizialmente riportato un carico di oltre 79 milioni di euro invece che di 7,9 milioni di euro di armi, una faccenda ancora poco chiara sulla quale il Governo dove ancora rispondere in Parlamentoampiamente accertato che l’Italia nel 2009 ha esportato oltre 11mila armi di tipo semiautomatico, molto simili a quelle militari e comunque estremamente letali alla Libia senza darne alcuna comunicazione né al Parlamento né all’Unione Europea” – afferma Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo. “Seppure, stando alle procedure burocratiche, l’autorizzazione possa anche essere fatta rientrare nella normativa nazionale prevista per le armi di ‘non specifico uso militare’, resta il fatto – gravissimo – che il Governo italiano abbia deciso di non segnalarla nelle relazioni all’Unione Europea senza poi fare un passo ufficiale di chiarezza una volta esploso il caso segnalato congiuntamente da Tavola della Pace e Rete Disarmo” e riportato da numerosi organi di stampa nazionale (tra cui le agenzie Ansa e Asca) e internazionali (si veda a fondo pagina). – abbiamo
“Il ministro La Russa – spiega Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace – ha cercato di sviare l’attenzione dalla faccenda affermando pubblicamente che ‘il Ministero della Difesa non ha dato nemmeno un coltellino per unghie a Gheddafi’. E’ vero – commenta Lotti. Non si tratta di coltellini per unghie, ma di vere e proprie armi che oggi stanno facendo stragi di civili. Non è forse vero che il suo Ministero il 17 ottobre 2008 ha autorizzato la vendita di armi alla Libia per 3 milioni di euro? In ogni caso, al popolo libico interessa molto poco se le armi italiane siano state esportate con il consenso del Ministero degli Interni, degli Esteri o della Difesa. Sta di fatto che quelle armi vengono oggi usate per reprimere nel sangue chi si oppone al regime di Gheddafi. Che ne pensa il ministro degli Interni, Roberto Maroni? E’ lui che ha autorizzato l’invio di 11.100 armi al regime di Gheddafi”.
“Stesso discorso per il ministro Frattini – aggiunge Giorgio Beretta, caporedattore del portale Unimondo e analista della Rete Disarmo. Il ministro degli Esteri sa bene che – seppur sia stato sollevato l’embargo di armi verso la Libia – è incaricato di far eseguire la Posizione Comune dell’Unione europea sulle esportazioni di armamenti (la 2008/944/PESC, qui in .pdf)”. Tale decisione comunitaria chiede espressamente ai governi prima di ogni esportazione di armi di accertare il “rispetto dei diritti umani nel paese di destinazione finale”, il “rispetto del diritto internazionale umanitario da parte di detto paese” e di rifiutare le esportazione di armirepressione interna” (Criterio 2). “qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di
“Signor Ministro, chi le ha dato le necessarie garanzie? Forse Gheddafi quando è venuto a Roma nel giugno del 2009? – chiede Giorgio Beretta. E, badi bene, quelle armi sono state personalmente prese in carico – come ha certificato l’Ambasciatore italiano a Tripoli, Vincenzo Schioppa – dal Colonnello libico Abdelsalam Abdel Majid Mohamed El Daimi, Direttore della Direzione Armamenti della Pubblica Sicurezza del colonnello Gheddafi, non quindi da una qualsiasi ditta autorizzata alla rivendita al dettaglio di “armi per uso civile”: sono cioè armi consegnate a funzionari del regime del rais e, lei signor Ministro non può dirsi estraneo alla faccenda” – conclude l’analista di Rete Disarmo.
“Vi è poi una grave mancanza di trasparenza della ditta Beretta” – aggiunge Carlo Tombola, direttore dell’Osservatorio sulle armi leggere (OPAL) con sede a Brescia. “A seguito del comunicato della Rete Disarmo la ditta bresciana produttrice delle armi esportate alla Libia si è prontamente pronunciata per ‘smentire seccamente’ il coinvolgimento nella fornitura di 79 milioni di euro di armi leggere alla Libia tramite Malta riportato da organi di stampa belgi, maltesi e italiani. Ma la ditta si è guardata bene dal dichiarare che in quello stesso anno aveva inviato oltre 11mila armi di sua fabbricazione ai funzionari del colonnello Gheddafi. Per non dire poi che le armi esportate sono di fatto alquanto simili a quelle presenti nel catalogo militare della Beretta (vedi qui). Le variazioni sono minime, assolutamente irrilevanti ai fini della repressione interna” – conclude Tombola.
La Rete italiana per il disarmo e la Tavola della pace avanzano quindi una serie di richieste urgenti al Governo e al Parlamento italiano.
“Chiediamo al Governo italiano di fare immediata chiarezza sull’intera vicenda delle “armi leggere” italiane esportate via Malta alla Libia mostrando in Parlamento tutti i documenti ufficiali di esportazione e di transito e dimostrando che erano davvero solo del valore di 7,9 milioni di euro e non – come inizialmente riportato da Malta – di oltre 79 milioni di euro. Inoltre il Governo dovrebbe informare noi e tutti i cittadini a riguardo di chi sia oggi in effettivo possesso delle 11mila armi semiautomatiche italiane finite in Libia, che utilizzo ne venga fatto in questi giorni in cui – come riportano accreditate fonti di stampa internazionali – è in atto una violenta repressione della popolazione da parte del regime del colonnello Gheddafi”.
Tavola della Pace e Rete Italiana per il Disarmo sollecitano poi il Parlamento “affinché interroghi il Governo su tutto l’insieme delle armi vendute dall’Italia alla Libia, su tutte le forniture di armamenti, i servizi e le operazioni militari congiunte col regime di Gheddafi sia che siano state effettuate dal ministero degli Interni, degli Esteri e da quello della Difesa. Quante armi abbiamo venduto in questi ultimi anni alla Libia, quali, quando e in base a quali accordi politici e militari?” – domandano le due organizzazioni.
Tavola della Pace e Rete Italiana per il Disarmo chiedono inoltre “ai Ministri Maroni e Frattini di spiegare in Parlamento sulla base di quale criteri della Posizione Comune dell’Unione Europea e, quindi, di quali effettive garanzie di tutela dei diritti umani sia stata autorizzata l’esportazione di oltre 11mila armi semiautomatiche al Direttore della Direzione Armamenti della Pubblica Sicurezza del regime di Gheddafi”.
E domandano infine “al Ministro della Difesa Ignazio La Russa di spiegare in cosa consista l’autorizzazione rilasciata dal suo Ministero il 17 ottobre 2008 del valore di 3 milioni di euro avente come destinatario la Libia (Autorizzazione “Nulla Osta” n.53861 del Ministero della Difesa) e che tipo di armamenti prodotti dalla ditta Oto Melara del valore di 3 milioni di euro siano stati esportati su autorizzazione sempre del suo Dicastero (SMD/47890/05) segnalata nella Relazione della Presidenza del Consiglio nel 2009″.
Le due organizzazioni rinnovano “le richieste al Governo a sospendere con atto formale e di fatto tutte le forniture di armamenti e ogni forma di aiuti e cooperazione militare con i paesi del Nord Africa (Algeria, Egitto, Tunisia e Libia, Marocco, Yemen e Bahrein) le cui popolazioni in questi mesi hanno manifestato e stanno manifestando contro regimi dispotici e illiberali”.
Tavola della Pace e Rete Italiana per il Disarmo, infine, “rinnovano la richiesta al Governo e a tutte le forze parlamentari di stralciare le annunciate – e peggiorative – modifiche alla legislazione nazionale sulle esportazioni di armamenti dalla Legge Comunitaria attualmente in discussione nelle commissioni parlamentari per aprire un serio e approfondito confronto con le associazioni della società civile sulla normativa sui controlli all’esportazione di armi alla luce delle recenti direttive europee”.
Ricostruzione del caso delle armi italiane alla Libia di Gheddafi
- La Rete Italiana per il Disarmo e della Tavola della Pace per prime con un comunicato del 24 febbraio hanno denunciato l’affaire, dai contorni tipici di una triangolazione, delle armi italiane fornite nel 2009 al regime di Gheddafi. Il caso è emerso a causa di quello che solo successivamente è stato detto essere un “errore di battitura” da parte di funzionari maltesi all’Unione Europea: sul caso ha poi fatto una certa luce anche un’indagine giornalistica del sito della rivista Altreconomia.
- Il caso è questo: il governo de La Valletta nel 2010 ha notificato all’Unione Europea la fornitura alla Libia oltre 79 milioni di euro di armi della categoria ML 1 e cioè “armi ad anima liscia di calibro inferiore a 20 mm e armi automatiche di calibro 12,7 mm o inferiore”. Una fornitura puntualmente riportata da Malta nel Rapporto 2010 dell’Unione Europea sulle esportazioni di armamenti (scaricabile qui) pubblicato lo scorso gennaio, nel quale però non appariva alcuna menzione dell’Italia come effettivo fornitore che, anzi, risultava appunto essere Malta che però smentiva di essere il “produttore” di quelle armi.
- Con l’inizio della manifestazioni popolari in Libia, la Rete Italiana per il Disarmo ha prontamente contattato il governo maltese per avere dettagli sulla fornitura di quelle armi alla Libia. Il ministero degli Esteri maltese con una nota scritta e senza verificare il valore totale della fornitura assicurava alla Rete Disarmo e anche altri organi di stampa belgi e maltesi che si trattava di armi “di provenienza italiana che non hanno mai toccato il suolo maltese” e il cui produttore ed esportatore aveva presentato “una licenza delle Autorità italiane” e pertanto il transito era stato autorizzato dai funzionari delle dogane maltesi. Nessuna rettifica in quel momento sul valore della fornitura di armi (cioè 79.689.691 di euro) alla Libia. Il ministero degli Esteri maltese però precisava che “il destinatario finale della consegna era il Governo libico” come era stato loro “confermato dall’ambasciata italiana a Tripoli”: poiché nel 2009 non erano attive forme di sanzione verso il governo libico “l’autorizzazione al transito era stata rilasciata senza problemi” dalle dogane maltesi.
- Tutti questi elementi confluivano nel succitato comunicato congiunto di Rete Disarmo e Tavola della Pace e inducevano le due organizzazioni a pensare ad una “triangolazione” di armi da parte dell’Italia: la tipologia delle armi (la classificazione ML1 dell’UE, cioè le cosiddette “armi leggere” di cui l’Italia e non Malta è uno dei maggiori produttori ed esportatori mondiali), il transito per Malta (assolutamente non necessario vista la breve distanza tra l’Italia e la Libia) e – soprattutto – l’elevato valore della partita (oltre 79 milioni di euro) sommato al fatto che l’esportazione di quelle armi al regime del colonnello Gheddafi non era stata mai riportata dal Governo italiano nell’apposita Relazione annuale della Presidenza del Consiglio e nemmeno agli organi competenti dell’Unione Europea inducevano infatti a pensare ad un escamotage per eludere il controllo parlamentare e soprattutto delle organizzazioni che da anni tengono monitorato il commercio italiano di armamenti.
- Nella serata del 24 febbraio la ditta Fabbrica d’Armi Pietro Beretta – con un comunicato tuttora irreperibile sul sito ufficiale dell’azienda – smentiva “seccamente” e giudicava “priva di qualunque fondamento” la notizia relativa ad una “presunta fornitura di 79 milioni di euro di armi da parte dell’azienda al governo libico tramite Malta” e ribadiva “di operare nel pieno rispetto dei regolamenti, normative e procedure che regolano la commercializzazione di armi a livello mondiale”. La ditta bresciana – sebbene espressamente richiesta dalla Rete Disarmo di offrire dati o notizie atti a “fare chiarezza su un trasferimento di armi oscuro e problematico” replicava di non essere in “grado di fornire dati o notizie che possano aiutare a far luce su questa vicenda specifica”. E questo nonostante la ditta Beretta sapesse per certo di aver esportato proprio nel novembre del 2009 oltre 11mila armi semiautomatiche ai funzionari del regime di Gheddafi.
- A seguito dell’indagine indipendente delle associazioni italiane ed europee, il governo maltese, adducendo un “errore di battitura” (“a typing error” dovuto all’aggiunta di uno “zero”) da parte della compagnia navale, nei giorni scorsi ha rettificato il valore complessivo della fornitura: non €79.369.000 (79 milioni) bensì solo €7.936.900 (7,9 milioni). La questione resta comunque da appurare nella sua completezza richiedendo al Governo italiano e maltese di esibire tutti i documenti ufficiali di autorizzazione, esportazione e transito del carico.
- L’indagine della Rete Italiana per il Disarmo ha dimostrato (con documenti ufficiali alla mano) che comunque nel 2009 vi è stata di fatto un’esportazione partita dal porto di La Spezia e autorizzata dalle competenti autorità italiane ma mai notificata al Parlamento e all’Unione Europea di 7.500 pistole semiautomatiche modello Beretta PX4 Storm cal. 9×19; di 1.900 carabine semiautomatiche modello Beretta CX4 Storm cal. 9×19 e di 1.800 fucili Benelli modo M4 cal.12 sempre della ditta Beretta verso la Libia el valore di all’incirca 8 milioni di euro. Questa esportazione non è mai stata segnalata da parte dei competenti uffici governativi italiani all’Unione Europea.
- Tra l’altro il “semiautomatico M4 Super 90 della Benelli è il fucile a canna liscia usato dal corpo dei Marines USA dal 1998” – riporta il sito ufficiale della ditta. “L’azienda Benelli ha vinto il bando di concorso indetto dal Centro dell’esercito statunitense per la ricerca, sviluppo e ingenierizzazione delle armi, superando tutti i rigidi requisiti richiesti” – sostiene con orgoglio la ditta. Anche le altre armi di tipo semiautomatico sono per tipologia molto simili alle armi in dotazione a corpi militari. Le semi-automatiche PX4www.px4storm.it) possono avere caricatori da oltre 10 colpi (fino a 15) e sono disegnate in maniera ergonomica per permettere uno sparo più facile, con un peso davvero ridotto di circa 800 grammi. Ancora più impressionanti sono le carabine CX4 Storm (www.cx4storm.it): secondo i dati tecnici diffusi dalla stessa Beretta si tratta di una “carabina semi-automatica di facilissimo impiego, con grande affidabilità e stabilità nel tiro in rapida successione. La canna in acciaio ad alta resistenza garantisce un elevato standard di precisione”. La carabina può essere accoppiata, tra le altre cose, con sistemi di puntamento ottico e laser. (
lunedì 14 marzo 2011
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