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martedì 24 agosto 2010
"Baby Drill" Tatto BP Golfo del Messico
Questo neonato è stato creato dall'artista Lewis Jason Clay, è in caucciu,un opera Iperealista e dipinto con dei colori a olio,l'opera si chiama "Baby Drill" ed è ispirata alla catastrofe del golfo del Messico prodota dalla BP,i tatuaggi la rievocano.
Molti siti spacciano l'opera con un certo sensazionalismo come se si trattasse di un vero neonato sollevando una profonda l'indignazione,ho fatto qualche ricerca riuscendo a risalire al nome dell'artista,non c'è che dire come provocazione è riuscità,oggi anche l'innocenza è appena uscita di galera!
Il realismo dell'immagine è tale da risultare scioccante,affatto da stupirsi se in futuro qualcuno si adoperereà realmente al tatuaggio di un neonato,speriamo di no...
Molti siti spacciano l'opera con un certo sensazionalismo come se si trattasse di un vero neonato sollevando una profonda l'indignazione,ho fatto qualche ricerca riuscendo a risalire al nome dell'artista,non c'è che dire come provocazione è riuscità,oggi anche l'innocenza è appena uscita di galera!
Il realismo dell'immagine è tale da risultare scioccante,affatto da stupirsi se in futuro qualcuno si adoperereà realmente al tatuaggio di un neonato,speriamo di no...
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lunedì 23 agosto 2010
Quando cercarono di far passare Bossi per scemo! "dobbiamo farlo interdire,non vedi in che stato è ridotto!"
"VI SVELO I SEGRETI DI BOSSI AI TEMPI DI MANI PULITE" - PARLA PATELLI, BRACCIO DESTRO DEL SENATUR. POI FU PRESO CON UNA BUSTARELLA DA 200 MILIONI E PER TUTTI DIVENNE IL “PIRLA”
Alessandro Dell'Orto per "Libero" Fonte
«Piacere e scusi se ho spostato il giorno dell'appuntamento, ma ieri avevo un esame all'Università».
Da quando Alessandro Patelli insegna?
«No, frequento come studente. Sono iscritto da tre anni a Scienze Politiche».
Quanti esami le mancano?
«Tre: psicologia sociale e due di lingua. Conto di finire entro dicembre, poi vorrei fare la specialistica. Ho la media del 24 e un 30 e lode in Sociologia della criminalità organizzata, con Nando Dalla Chiesa».
Patelli, perdoni la domanda un po' sfacciata. A 59 anni fa lo studente universitario, complimenti. Ma di cosa vive?
«Ho un vitalizio della Regione che mi permette di condurre una vita dignitosa. Abito a Milano e in questi anni ho fatto anche qualche consulenza. Poi, per un periodo, ho effettuato lavoretti per il pensionato universitario, cose umili. Tipo alzarsi alle 4.30, due volte la settimana, per portare in strada la spazzatura della Bocconi. Non mi vergogno a raccontarlo».
E con la politica non fa più nulla?
«Ad ogni tornata elettorale qualcuno mi chiama. Ultimamente ho aiutato la Dc».
E la Lega?
«Ora sono indipendente, ma il cuore è leghista, impossibile dimenticare i primi anni, le scelte, i sacrifici».
Le piace la Lega di oggi?
«Non credo che la nuova classe politica sia più preparata di quella dei miei tempi. I vari Cota, Zaia, Stucchi, semplicemente, dicono alla gente quello che la gente vuole sentirsi dire. Non c'è dietro un vero progetto politico».
Roberto Calderoli è Ministro per la Semplificazione Normativa. Tante uscite folkloristiche, ma anche buoni risultati.
«Non mi piace. È una macchietta. Dice di aver soppresso 29mila leggi. Ma quali sono? Ce le spieghi. Non condivido il suo comportamento e sa che feci quando un suo parente, nel '94, mi disse indicandolo: "Eccolo, è nato il sostituto di Bossi!"?».
Che fece?
«Gli risi in faccia».
Rapporti difficili?
«Mai avuto l'ambizione di essergli amico. Lui invece ambiva a essermi nemico».
E Umberto Bossi? L'ha più visto?
«Due anni fa, al funerale di Gnutti. Ci siamo stretti la mano, ma non mi ha detto nulla, né bravo, né pirla. Ho il dubbio che non mi abbia riconosciuto».
Vi siete mai sentiti?
«L'ho cercato per telefono, ma non credo gli sia giunta notizia: c'è una cerchia di persone che filtra ogni contatto... Mi piacerebbe incontrarlo, il nostro rapporto non è mai stato conflittuale. Non sono andato via dalla Lega per causa sua».
Le piace il Bossi di oggi?
«La Lega attualmente è lui».
E il futuro è il figlio Renzo detto la "trota"?
«No, temo che lui non troverà mai una collocazione adeguata, il confronto con il padre è troppo pesante. E pensare che Bossi ripeteva sempre che solo uno, in famiglia, deve far politica...».
Alessandro Patelli, invece, ha figli?
«Chiara ha 34 anni, Paola ne ha 30. Federica, avuta dall'attuale compagna, ne ha 15. Mai parlato di politica con loro. Non so nemmeno cosa votano».
E lei per chi ha votato tre settimane fa? Perché sorride?
«Non provi a fregarmi, non lo dico».
E allora per chi non ha votato?
«Non ho votato per la Lega, se è questo che vuole sapere. Questione di candidati».
In che rapporto è con i Lumbard?
«La situazione non è chiara, loro non hanno mai voluto chiarirla. Forse qualcuno ha timore che possa riavvicinarmi».
Le piacerebbe?
«Me lo chiedesse Bossi, tornerei non domani, ma ieri. Ma non tutti sarebbero felici. Ne ho avuto la prova a Pontida...».
Quando?
«Dieci anni fa Bossi organizza la "Festa di riappacificazione". Dopo 50 metri vengo fermato da tre gruppi di militanti e poi arrivano le camicie verdi. Che mi minacciano: "Vai, altrimenti son botte". E quelli della Digos fanno finta di niente».
Facciamo un ulteriore salto all'indietro nel tempo. Al piccolo Alessandro Patelli.
«Nasco a Cologno al Serio, provincia di Bergamo, il 21 aprile 1950».
Auguri, tra 3 giorni sono 60! Il piccolo Patelli che bambino è?
«Uno spilungone in calzoni corti che fa il boy scout».
Scuole?
«Quelle dell'obbligo e poi divento apprendista idraulico».
Perché nelle sue biografie si legge che ha il diploma di perito?
«Lo prenderò a inizio Anni '80, alle serali».
Quando il contatto con la politica?
«Nel 1985, tramite amici, vengo ingaggiato come indipendente nel Psi di Zanica. Nel frattempo ho un incarico nell'Assl. Dopo due anni esco dal gruppo, sono i periodi della prima Lega e mi ritrovo nel giro. Tanto che sarò presente allo studio Anselmo di Bergamo quando viene firmato lo statuto dell'Alleanza Nord».
Sono anni duri?
«Siamo visti come razzisti. Io sono artigiano, idraulico in proprio e quando divento leghista perdo il 50 per cento dei clienti».
Bossi come lo conosce?
«Appuntamento a Bergamo, 1988. Siamo io, Antonio e Gisberto Magri: per entrare in Lega serve il suo benestare. Passa un'ora e non arriva. Due ore, niente. Dopo tre ore - un ritardo classico per lui - si presenta e si cena. E c'è subito feeling».
E Patelli diventa il "maggiordomo".
«Sono segretario amministrativo dal 1989 al 1992, e organizzativo fino al '94. Giorno e notte con Bossi, viviamo in simbiosi, di lui so tutto, vita morte e miracoli».
Allora puntiamo alto. Ci sveli qualcosa che non ha mai raccontato.
«Nel 1991 Bossi ha il primo infarto, lo ricoverano a Varese e io ricevo una strana telefonata da due personaggi di primo piano della Lega Nord...».
Nomi, grazie.
«No, ma non è difficile intuire: uno è tuttora nella Lega, l'altro è andato via».
La chiamano e...?
«Cercano di convincermi, dicono che devo far dimettere Bossi, far decretare la sua incapacità di intendere e di volere. Così poi si può convocare il consiglio federale e prendere atto che le funzioni del segretario vengano assunte dal presidente federale in carica».
E chi è?
«Franco Rocchetta».
Un piano perfetto per far fuori il Senatur!
«Io rispondo che finché Bossi avrà un filo di voce, non farò mai nulla del genere».
Bossi, poi, ha meditato vendetta?
«Non ha mai saputo nulla, lo scoprirà per la prima volta ora leggendo questa intervista: il mio ruolo richiedeva anche la capacità di moderare tra il movimento e lui. Ma non si stupisca, sa quante volte hanno cercato di boicottarlo?».
Patelli, mettiamo da parte il Bossi politico. E proviamo a descrivere il Bossi uomo.
«Nel rapporto a due era di un'umanità incredibile. Con uno sguardo capiva se avevi un problema, se eri preoccupato, se stavi bene o male. E ne parlava. Se solo si aggiungeva una terza persona, si trasformava diventando quasi disumano. Faceva di tutto per sminuire gli altri, sentiva la necessità di prevalere. D'altronde in quegli anni il movimento aveva bisogno di un dittatore. Ora non più».
Lei, oltre a essere il"maggiordomo", è anche responsabile amministrativo e organizzativo. Fa da punto di riferimento della Festa di Pontida, per esempio.
«Quando decidiamo di organizzare la prima manifestazione c'è da trovare un campo adatto. Giro per Pontida, parlo con i contadini finché trovo l'area giusta. Che poi, nel tempo, verrà comprata».
Perché quel sorriso?
«Qualcuno ha rivenduto il terreno alla gente, metro quadrato alla volta. Ma la vicenda è poco chiara, dove sono i soldi?».
Lei nel '92 organizza anche una spettacolare spedizione a Roma...
«Vengono eletti 80 nostri parlamentari. Il problema è che solo due di loro sono già stati a Roma, mentre gli altri non sanno nemmeno dove sia la Camera e dove sia il Senato. Allora mi invento un perfetto viaggio di comitiva. Tutti a Linate in autobus e all'atterraggio a Fiumicino si va in centro a Roma rigorosamente con i mezzi pubblici per risparmiare. E lì, a gruppi, accompagno chi a Montecitorio e chi a Palazzo Madama».
Tra i suoi incarichi, anche amministratore della Cooperativa Editoriale Nord.
«In due giorni compriamo Radio Varese. Poi, nel '93, per tre mesi siamo a un passo dal prendere Telemontecarlo».
Urca. Cioè?
«Otteniamo da Mediobanca, a firma di Cuccia, un'opzione per subentrare. Che poi, però, decade senza che riusciamo a concludere».
Parliamo di carta stampata. Quando nasce l'idea della Padania?
«Nel '95 studio l'ipotesi quotidiano. La testata originale non è "Padania", ma "Voce del Nord". Non voglio un giornale di partito, ma di area, stile "Indipendente", per arrivare a chi ancora non è leghista. A far la differenza però è la questione economica: con un giornale di partito ci sono più finanziamenti e così nasce "La Padania"».
Patelli, più raccontiamo più si capisce che in quegli anni lei ha pieni poteri ...
«Ho le deleghe in bianco, fogli firmati da Bossi che è l'unico ad avere accesso ai conti: posso comprare, assumere e vendere quello che voglio. Per assurdo, potrei anche far sparire i soldi della Lega».
A renderla tristemente famoso, invece, sono soldi incassati e non spariti. I famosi 200 milioni. Da dove iniziamo, Patelli?
«Dal '91, quando provo a organizzare una serie di attività e associazioni alternative che permettano di accedere ai finanziamenti e poi distribuirli sul territorio: mi riferisco alll'Aclis (Associazione culturale leghe italiane sportive), al Cicos (l'organismo che doveva procacciare affari all' estero per i grandi gruppi). Vado in Croazia e a Mosca dove firmo due accordi. Il trucco è che poi i proventi e le consulenze ottenute da queste attività possono essere girate legalmente al partito».
Tra i grandi gruppi, c'è anche Enimont. Quando il primo incontro?
«Nel '91, con Marcello Portesi. Loro vogliono conoscere il pianeta Lega. Spiego quello che facciamo, programmi e attività. Mi chiedono un progetto scritto e dopo due mesi mi ripresento: possono darci sostegno per Aclis, Cicos e Publinord».
Quante volte vi incontrate in tutto?
«Quattro e l'ultima volta ci sono anche Bossi e per la prima volta Sama. Ma non si parla mai di soldi e cifre. E non chiediamo nessun finanziamento illecito. Anche perché non abbiamo bisogno di denaro in quel momento. Sa perché?».
Lo spieghi lei.
«C'è la campagna elettorale e facciamo due conti. Servirà più o meno un miliardo. I finanziamenti statali sono di 160 milioni. Non bastano. Allora vado dal direttore della Bnl di Varese per il prestito di un miliardo. Mi guarda: "Garanzie?". "Sono proprietario di un immobile che vale 1 miliardo e 800 milioni, una cascina a Zanica". Resta sorpreso, mi credeva uno sprovveduto. Si fida e così abbiamo i soldi, senza bisogno di chiedere delibere alla Lega o firme a Bossi».
Torniamo ai 200 milioni. In piena campagna elettorale lei riceve una telefonata da Portesi. Appuntamento a Roma, bar Doney in via Veneto.
«Non so nemmeno dove sia. Il tassista mi porta all'albergo vicino, non al bar. Alla reception chiedo di Portesi. Non risulta. Esco e lo trovo fuori, non dice nulla e mi dà un pacchetto».
Scusi, lei riceve un pacco e che pensa?
«Che sia un anticipo per la consulenza. Poca roba».
Bossi sapeva?
«Non posso rispondere».
Lei ha in mano il pacchetto e che fa?
«Vado nel panico, mai visti tanti soldi insieme. Sull'aereo, poi, realizzo che sono fregato perché ho in mano denaro che scotta ed è impossibile da gestire e da sistemare. Non posso dichiararlo senza sapere per quale attività mi è stato dato. Arrivato a Milano, decido di nascondere questi 200 milioni in sede, che per assurdo è il posto più sicuro».
Dopo qualche giorno, però, quei soldi le vengono rubati.
«La correggo. Mi vengono distratti. La differenza è sottile, ma importante».
Dal dizionario Zingarelli. Distrarre: "sottrarre e utilizzare qualcosa per scopi diversi dal previsto".
«Appunto».
In quanti sapevate di quella somma?
«In due».
Lei e Bossi?
«Non glielo posso dire. Lo deduca lei».
Come scoprite il furto?
«Bossi è a un comizio a Cremona. A tarda notte rientra in sede la Pivetti e trova tutto sottosopra. Chiama Bossi, che dopo pochi minuti, stranamente, è già lì. I ladri avevano cercato il denaro solo nei tre punti precisi dei miei tre uffici in cui sarebbe potuto essere...».
Al processo lei dichiara che sono spariti 150 milioni. Scusi, e gli altri 50?
«Vengono utilizzati per il partito. Con regolari fatture».
Ai carabinieri però denuncia il furto di soli 15 milioni.
«Come avrei potuto giustificare così tanti soldi non registrati?».
Patelli, ma in quegli anni come funziona il finanziamento ai partiti? È così necessario cercare sostegno altrove?
«Inevitabile, impossibile farne a meno. Anche la Lega in quel momento è costretta a far fronte ad aiuti, non può viverne senza. Non c'è partito che non va avanti se non in questo modo. Non si è mai chiesto perché Bossi mi sostituisce da responsabile amministrativo solo ad agosto, e non subito dopo il fattaccio dei 200 milioni?».
Perché?
«Nel frattempo la Lega ha 80 parlamentari, che portano entrate. E non c'è più bisogno di chiedere il sostegno ad altri al di fuori del gruppo...».
C'è un grande giro di soldi intorno a voi?
«La Lega fa gola. In quegli anni potrei diventare ricchissimo, se lo volessi. C'è gente disposta a pagare 2 o 3 miliardi per farsi candidare con noi. E io riceverei il 20 per cento. Ma, d'accordo con Bossi, rifiutiamo sempre. E poi, se solo raccontassi dei cambi di governo fino al ‘94...».
Non si dicono le cose a metà. Forza.
«C'era sempre chi veniva a perorare la propria causa per avere ministeri anche non della Lega. Gente che poi ha fatto il primo ministro per altri partiti...».
Tipo Prodi?
«Nessun nome».
Nel frattempo, il 17 febbraio 1992, scatta Mani Pulite.
«Guardi, c'è un aspetto che va preso in considerazione. La settimana prima dell'arresto di Chiesa so per certo che Di Pietro ha due incontri eccellenti».
Scusi, come lo sa. C'era?
«No, ma in quel momento siamo informati: intellettuali e Vip di ogni settore ci vedono con interesse e ci aggiornano».
E con chi si incontrerebbe Di Pietro?
«Lo chieda a lui. A me risulta Cossiga, presidente della Repubblica, e Andreotti, presidente del consiglio. Un modo, secondo me, per ottenere l'ok e partire con l'obiettivo di far fuori il Psi e i partiti. E...».
...e?
«Da chi crede abbia ricevuto i documenti Di Pietro? Pensa che li abbia trovati da solo? In quel periodo andò negli Usa, facile immaginare che i servizi segreti...».
Patelli, restiamo a Mani Pulite. Che ne pensa a distanza di quasi 20 anni?
«Non ha cambiato niente. Ha distrutto il sistema per non crearne un altro. Il vecchio sistema prendeva i soldi e li riciclava. Ora i soldi se li tengono per sé».
Lei viene arrestato il 7 dicembre '93, un anno e mezzo dopo aver preso i 200 milioni.
«Mesi infernali. Pian piano vengono arrestati tutti i responsabili amministrativi degli altri partiti, manco solo io.Non dormo di notte, sto malissimo».
Finché...
«Una mattina sto andando a pranzo a Tavernola, provincia di Bergamo. Mi telefonano, dicono che devo presentarmi in Questura e penso che ci siano problemi perché sto organizzando il congresso nazionale di Assago. Giro la macchina e faccio l'autostrada a 180 all'ora. Senza sapere che invece corro verso la galera».
Già, raccontiamo.
«Sto dentro per un giorno e mezzo. Sono tranquillo, perché quel momento nella mia testa l'ho già immaginato e vissuto mille volte. Lo psicologo si preoccupa, mi incontra tre volte: "La vedo troppo calmo. Non è che combina qualcosa?"».
A San Vittore come la accolgono?
«Vengo mandato per 4 ore in isolamento nei sotterranei. Poi mi fanno salire in cella e ricevo il dono degli altri carcerati».
In che senso? Insulti?
«No, un benvenuto vero! Chi mi regala un pane, chi una Simmenthal. Io penso al peggio, cerco di capire come potrò fare a lavorare perché sono convinto che starò recluso tanto, tantissimo».
Invece esce subito. Arresti domiciliari.
«Di Pietro mi viene a interrogare in carcere. Appena mi vede, si lascia scappare: "Questo qui non può aver tenuto i soldi per sé, non ha il maglione di cachemire". Poi cerca di farmi dire che Bossi sapeva tutto, prova a farmi scaricare le colpe sul Senatur. Ma non riesce nell'intento».
E perché la manda a casa?
«Gli racconto tutto come sto raccontando a lei. É soddisfatto».
Patelli, secondo lei Di Pietro come viene a sapere di quel denaro?
«Una soffiata di qualcuno in area Lega. La sua domanda a Sama, durante il processo, è diretta, di uno che già sa tutto».
Scusi, ma dei 200 milioni non sapevate solo lei e Bossi?
«Sì, ma Bossi era un po' chiacchierone. Alle cene con gli imprenditori, a fine serata, faceva il giro con il cappello per portare a casa soldi. E a volte si lasciava scappare qualche parola di troppo».
C'è qualcosa che lei, ancora, non ha capito di quella vicenda?
«Mi piacerebbe incontrare Cusani e fargli qualche domanda. Perché mi ha fatto dare quei soldi? Nessuno li aveva richiesti. Li dava a tutti ed era un modo per fregarci? Oppure qualcuno ci voleva ricattare?».
Torniamo all'arresto. Caos. Lega sotto accusa. E Bossi la soprannomina il "pirla".
«No, errore. Al congresso di Assago racconto tutto e sono io a darmi del pirla! L'idea, però, la rubo a Feltri, che il giorno prima, nell'editoriale sull'Indipendente, mi definisce così. Intendendolo alla bergamasca, però, cioè sempliciotto».
Patelli il pirla. Ma non c'era proprio modo di evitare il coinvolgimento della Lega?
«L'errore è stato non provare a staccarsi dal processo Enimont. Sarebbe bastato farmi eleggere al parlamento europeo. Poi, nell'anno e mezzo passato tra la mazzetta e il mio arresto, sarebbe bastato inserire quei soldi sul bilancio: voci vuote ce ne erano. Invece...».
Lei viene condannato a 8 mesi. Nel frattempo, però, continua a lavorare. Sempre con un ruolo importante.
«Nel '94 partecipo agli incontri tra Bossi e Berlusconi per la famosa alleanza».
Un aneddoto su Berlusconi?
«La domenica arrivo ad Arcore e mi accoglie il Cavaliere in giardino, in tenuta sportiva. Lo provoco: "Ma come, alla sua età si mette ancora a correre?". Silvio mi guarda con sfida: "Cribbio, ma lei sa che io faccio i 100 metri in 12 secondi?". Rido. Lui si gira e parte: giro del giardino di scatto come dimostrazione. Sa perché in quel momento è stato al gioco con uno come me?».
Perché?
«Noi della Lega piacevamo e lui aveva il contatto con la gente, percepiva ciò che le persone comuni e gli imprenditori volevano in quel momento. Ora non è più così. Adesso siamo in una sorta di dittatura democratica, con Berlusconi da una parte e il "Roberspierre Di Pietro" dall'altra».
Un aneddoto di Bossi?
«Il giovedì prima della presentazione delle liste siamo al tavolo io e lui, a un passo dall'accordo con Berlusconi. Ad un certo punto ci comunicano l'ennesima sostituzione tra i loro candidati e Bossi si arrabbia. E decide di far saltare tutto. Poi ci ripensa. Non avesse cambiato idea, chissà, la storia politica italiana sarebbe completamente diversa».
Nel '96 i rapporti con la Lega si incrinano.
«Mi fanno pagare il fatto che sono stato per anni l'uomo di Bossi. Mi sospendono per 6 mesi per una banalità e poi mi complicano la vita, impedendomi di utilizzare qualsiasi strumento del partito. Scrivo a Bossi: "Se le cose non cambiano, esco dal gruppo". Bossi mette la pratica nelle mani di Calderoli e non ho alcuna risposta. Come dire: non c'è la volontà di fare qualcosa».
E così lei esce dalla Lega. Dalla politica dei riflettori. Dalle cronache. A fine Anni '90, però, il suo nome riappare.
«Purtroppo. Una brutta vicenda e secondo me c'entra il mio passato politico».
In che senso?
«Non fossi stato il Patelli della Lega, non si sarebbero accaniti così».
Le va di raccontare?
«Faccio il volontario a Voghera, in una comunità di accoglienza giovanile. Tra gli ospiti c'è una ragazzina cinese di 17 anni, trovata a Linate senza passaporto, probabilmente destinata al mercato americano della prostituzione. Io e la mia compagna la aiutiamo e poi otteniamo l'affido, la mandiamo a scuola, la ospitiamo per sei mesi. Finché un giorno,dopo una banale discussione, lei va dall'assistente sociale e mi accusa di molestie sessuali».
Perché?
«Lo scopriremo poi, traducendo il suo diario cinese: i genitori al telefono tentavano di convincerla a scappare e tornare in Cina, portando soldi».
Viene denunciato?
«No, ma il pm Pietro Forno apre lo stesso un'inchiesta».
Come finisce?
«La ragazza, prima di fuggire in Oriente, confessa al Tribunale che si era inventata tutto, ma vengo comunque rinviato a giudizio. Poi assolto in tutti i gradi. Però...».
Però?
«L'accusa di molestie ai minori è la più infamante per un uomo. Le confesso che se non avessi avuto l'esperienza di Tangentopoli, che in qualche modo mi ha formato, mi sarei buttato da un viadotto. L'avrei fatta finita, suicida per vergogna».
Patelli, ultime domande veloci. 1) Il politico più bravo?
«Bossi perché è un animale politico. Craxi per coerenza: ha avuto il coraggio di dire cose che tutti sapevano e facevano, ma non avevano il coraggio di ammettere».
2) Un politico sottovalutato e uno sopravvalutato.
«Leoni e Di Pietro».
3) Il più simpatico e il più antipatico.
«Grillo e D'Alema».
4) Nella politica c'è più sesso o droga?
«Sesso. Di droga non ne ho mai vista».
Ultima. Se uno oggi le dà del pirla che fa?
«Sorrido. Ormai ci sono abituato. Basta che sia un pirla alla bergamasca, cioè sempliciotto».
domenica 22 agosto 2010
"Silvio ci hai rotto i gommoni!" aereo impertinente sorvola la spiaggia di Ostia
Clic sulla foto per accedere alla galleria.
Un aereo ha sorvolato oggi pomeriggio l'affollatissima spiaggia di Ostia mostrando uno striscione con la scritta "Silvio ci hai rotto li gommoni". Molti bagnanti hanno seguito la scena incuriositi, altri hanno applaudito. E' forse la prima volta che un aereo pubblicizza un messaggio politico così denigratorio nei confronti del presidente del Consiglio. L'iniziativa è di un privato cittadino che ha pagato per esprimere la sua opionione davanti a migliaia di persone. L'aereo ha sorvolato la spiaggia di Ostia all'altezza dell'aeroporto di Ciampino, poi sopra la tenuta del presidente della Repubblica a Castel Fusano ha virato verso il mare ed è sparito. Al momento non si sa nulla degli autori della clamorosa iniziativa (Alberto Custodero)
IL FASCINO NEANCHE TANTO DISCRETO DEL LATO B
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| Ass bar installazione esposta a Vienna,è un vero bar che riproduce all'esterno in dettaglio l'anatomia del posteriore,il lato B... |
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Smascherato il "giornale" di Littorio Feltri
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| Un luogo adatto per "il giornale" |
Ufficiale: il Giornale ha ingannato il Testimone
Se Dio non voglia doveste imbattervi in un "professionista" del Giornale, scappate. Non salutatelo. Non aprite bocca. Non sorridete. Semplicemente giratevi, totalmente inespressivi. E scappate. Non pensateci su 2 volte.
Li abbiamo visti mettere dei soldi in mano all’ex fidanzato di Noemi Letizia, filmando il tutto da lontano. Li abbiamo visti tramare nelle retrovie, per incastrare i "colleghi" dell’Espresso. Li abbiamo visti sventolare storie assurde su Corrado Augias, Patrizia D’Addario, MicheleSantoro e molti altri. Li abbiamo visti auto-inviarsi volantini minatori delle Brigate Rosse. Li abbiamo visti pubblicare documenti falsi riguardanti la sfera sessuale dell’ex Direttore dell’Avvenire, Dino Boffo. E ora Gianfranco Fini. Un filone interessante, certo, ma insozzato da troppe anomalie.Ieri abbiamo potuto osservare da dentro, ancora una volta, le metodologie utilizzate dai giornalisti di Vittorio Feltri.
Perfino il Testimone monegasco ne è rimasto sconvolto, tant’è che probabilmente porterà in tribunale tutti quanti. Il Giornale per tutta risposta ha pubblicato l’audio dell’intervista. Un documento che chiarisce poco e nulla, incompleto, confusionario, su cui ci sarebbe molto da dire. Ad un certo punto si sente l’intervistatore "tranquillizzare" l’intervistato (ma ne era consapevole? vabbè), affermando che egli ha perso da tempo immemore il rispetto per la propria professione. Annamobbene. Ma ciò che voglio mostrarvi più di tutto è il pezzo uscito sul Giornale di oggi: scritto dallo stesso responsabile dell’intervista monegasca, Guido Mattioni, per spiegare l’accaduto: "Il teste si spaventa e smentisce, ma il colloquio è tutto registrato". Sentite qui:
È vero, Mereto mi aveva chiesto di non citarlo, ma è altrettanto vero che io non mi ero impegnato in tal senso. Avevo lasciato cadere la cosa lì, puntando a portare a casa la notizia. Cinismo? Piaccia o no a qualcuno, a volte questo fa parte del mio lavoro (...) Sapendo bene la delicatezza dell’inchiesta del Giornale, ammetto di non aver esitato a riportare quelle dichiarazioni con nome e cognome. In un lavoro giornalistico di questa portata, infatti, o si possono esibire documenti cartacei oppure si riportano dichiarazioni attribuibili a qualcuno di riconoscibile. Di troppi anonimi (tassisti, agenti, o magistrati) disposti a parlare sono del resto lastricati gli articoli di tanto cattivo giornalismo.
Ecco. Ora sappiamo che il testimone è stato spudoratamente ingannato, perché la servitù papale viene prima di qualsiasi deontologia professionale. Il colmo dei colmi si perfeziona ricordando le parole di Vittorio Feltri di ieri sera, che difendeva così l’attendibilità del proprio testimone: "non c’è motivo di sospettare che l’ingegnere non abbia detto la verità, visto che si è esposto con tanto di nome e cognome".
... Abbiamo un altro testimone, scrivono sul Giornale di oggi. Fini era in quella casa, ora è sicuro.
... Macché, risponde il portavoce di Fini, tutto falso, basterebbe un semplice controllo sulle scorte.
... Tutto vero invece, replica Vittorio Feltri: il nostro testimone dice la verità. Oh, quello non è mica "un Pinco Pallino qualunque!". E’ l’ingegner Giorgio Mereto, residente a Montecarlo da 25 anni e titolare della Mgm Marine Gasoil, società di trading petrolifero. E poi si è esposto con nome e cognome, mica supercazzole, e poi, e poi uno può anche muoversi senza scorta. Dai, rassegnati, Gianfranco, sei bello che fregato.
... Ma a quelli di Farefuturo qualcosa non torna: ehm, Vittorio, ma tu li leggi i tuoi sgup? Ma se è il vostro attendibilissimo testimone ad aver parlato di "sirene spiegate" e gran casino della polizia monegasca!
... Ma a quelli di Farefuturo qualcosa non torna: ehm, Vittorio, ma tu li leggi i tuoi sgup? Ma se è il vostro attendibilissimo testimone ad aver parlato di "sirene spiegate" e gran casino della polizia monegasca!
... E mezz’ora fa il vero colpo di scena, sbotta il Testimone:
Quanto riportato dal giornalista del Giornale ed in particolare le dichiarazioni attribuitemi in virgolettato non corrispondono a quanto da me dichiarato alla presenza di testimoni. Ho dato mandato ai legali di fiducia di intraprendere ogni azione a tutela della mia immagine.
Ora capite perché io leggo Il Giornale.
Fonte sabato 21 agosto 2010
LO ZOO DI CALDEROLI "CON QUALCHE ISLAMICO DI PASSAGGIO DI NUTRO L'ORSO E LA TIGRE !"
Ho trovato questa notizia su Blitz.it e francamente mi ha lasciato sconcertato,ancor più perplesso il fatto che nel social che frequento (uno dei più conosciuti) e in cui agisce e scorazza una pattuglia di animalisti sfegatati talvolta indulgenti (...) nessuno che ne abbia parlato,non un cenno o un fruscio,anzi Hago ha segnalato un articolo,a mio parere modesto.
Si tratta (se non avete consultato il link in alto) dello Zoo privato del Ministro alla semplificazione Calderoli.
"Roberto Calderoli ha uno zoo. Non nel senso di parco aperto al pubblico, ma nel senso che nel “giardinetto di casa” tiene bestie selvatiche che normalmente si vedono o in natura o negli zoo. Il ministro per la Semplificazione Normativa è appassionato di animali. Ha anche lo spazio per tenerli, perchè dispone di un ampio bosco nel Bergamasco, e non si fa mancare nulla. In passato ha avuto anche una tigre, ma ha dovuto rinunciarvi perchè il tigrotto, una volta cresciuto, gli ha divorato un cane,continua a leggere..."
Si tratta (se non avete consultato il link in alto) dello Zoo privato del Ministro alla semplificazione Calderoli.
"Roberto Calderoli ha uno zoo. Non nel senso di parco aperto al pubblico, ma nel senso che nel “giardinetto di casa” tiene bestie selvatiche che normalmente si vedono o in natura o negli zoo. Il ministro per la Semplificazione Normativa è appassionato di animali. Ha anche lo spazio per tenerli, perchè dispone di un ampio bosco nel Bergamasco, e non si fa mancare nulla. In passato ha avuto anche una tigre, ma ha dovuto rinunciarvi perchè il tigrotto, una volta cresciuto, gli ha divorato un cane,continua a leggere..."
Non ne ha parlato persino quel tale Lorenzo Croce presidente dell'AIDA notoriamente intento a fabbricare bufale e denunce contro denunce (per quello che costa la carta bollata) e comunicati stampa inventati di sana pianta per acquisire visibilità mediatica ai fini del proselitismo e suo malgrado l'acquisisce soltanto quando qualche animalista tradito lo riempie di botte e lo spedisce all'ospedale!
La qual cosa mi dà molto da pensare,si fosse trattato della solita amata simpaticissima bestiolina turturata a morte da una banda di criminali la notizia sarebbe già da un pezzo in home,ma trattandosi di uno zoo privato tenuto da un ministro dev'essere parso inutile a molti parlarne oppure si tratta di una banale questione di "rispetto".Io invece trovo che detenere animali protetti e le cui convenzioni internazionali sono state sottoscritte anche dal nostro paese sia un reato,qualcosa da stigmatizzare severamente specie se questa discutibile condotta,o sindrome del collezionista (...) vede come protagonista assoluto un Ministro della Repubblica!
Nell'articolo (che potrebbe essere un po enfatizzato,purtroppo succede) si parla di un'Aquila,di un Orso,di alcuni Lupi,di una Tigre...
Al riguardo vorrei fare alcune osservazioni,porre delle domande,la prima: è legittimo detenere animali protetti o in via di estinzione ?
Legge 13 marzo 1993 n.59 "Conversione in legge, con modificazioni, del Decreto Legge 12 gennaio 1993 n.2 recante modifiche ed integrazioni alla Legge 7 febbraio 1992 n.150, in materia di commercio e detenzione di esemplari di fauna e flora minacciati di estinzione.
La seconda i suddetti animali godono di tutte le condizzioni ottimali richieste dalla loro stessa natura?
La Tigre che ha sbranato il suo cane me lo fà dubitare...
Anche se il ministro potrebbe replicare che nutre adeguatamente il suo Serraglio lasciando entrare di tanto in tanto (con la persuasione occulta) un terrorista islamista nel parco (...) il suo senso dell'humor e il suo sarcasmo sono leggendari.
Allego qui il link di una parte della legislazione (Convenzione di Washinton o CITES) sulla detenzione degli animali esotici (...)
La terza:dal punto di vista animalista dopo aver fatto una battaglia ventennale contro i Circhi e gli zoo obbligando molti Circhi a chiudere (...) è accettabile la collezione personale,la detenzione di animali considerati anche pericolosi per l'uomo?
Di quale privilegio gode la figura di un ministro importante rispetto ai comuni mortali,al cittadino comune?
Non sarebbe la prima volta che un animale esotico (...) viene sequestrato regolamenti alla mano dalle autorità pubbliche,la cronaca abbonda di episodi eclatanti per non parlare dei cani pericolosi per i quali è vigente una strettissima legislazione che ne scoraggia la detenzione (...).
Infine una osservazione di natura psicologica,nell'articolo si dice che Calderoli spara di tanto in tanto per diletto ai topi (...) Mia moglie fece costruire per la sua piscina una zatterina proprio per evitare che vi affogassero i topi,al mattino la zatterina veniva accostata al bordo e i topolini fruuut filavano nell'erba alta;in India abbiamo templi ad essi dedicati (allego le immagini) ebbene non mi pare una condotta degna di qualcuno sensibile alle istanze animaliste,all'affetto che si deve portare per i mammiferi per via della strettissima parentalità genetica che ci lega ad essi (...) proprio questo fatto mi fà pensare che siamo al cospetto di una volgare,grottesca manifestazione di potenza nella sua accezzione più negativa o al complesso "sindrome di Dio" essa vuole che in mancanza di schiavi estatici e adoranti nel proprio giardino "Paradiso" ci si accontenti del serraglio,delle "curiosità" o nello specifico di bestie feroci assoggettate (...) per fornire di se una immagine di potenza e "regalità",potenza...ne più ne meno dei Narcos o dei mafiosi che tengono Tigri e leoni nelle loro ville,abbiamo avuto casi simili anche in italia;se è cosi mi pare allora che il Ministro Calderoli dia di se una immagine estremamente negativa;spero vivamente che una associazione animalista seria faccia sentire la sua voce.
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| L'Aquila Reale |
Roberto Calderoli ha uno zoo. Non nel senso di parco aperto al pubblico, ma nel senso che nel “giardinetto di casa” tiene bestie selvatiche che normalmente si vedono o in natura o negli zoo. Il ministro per la Semplificazione Normativa è appassionato di animali. Ha anche lo spazio per tenerli, perchè dispone di un ampio bosco nel Bergamasco, e non si fa mancare nulla. In passato ha avuto anche una tigre, ma ha dovuto rinunciarvi perchè il tigrotto, una volta cresciuto, gli ha divorato un cane. Ora comunque, spiegano persone che conoscono bene la tenuta del ministro, a casa Calderoli vivono stabilmente due lupi. Non si tratta di due pastori tedeschi, ma di due lupi marsicani, una femmina, Triglia, la più aggressiva, e un maschio, più mansueto, di nome Matteo.
Il ministro avrebbe ricevuto i predatori da un ufficiale dei carabinieri di stanza in Abruzzo, che teneva con sè due lupi per diletto personale. Una volta andato in pensione, il graduato si è portato a casa anche gli animali, cui si era ormai affezionato. La femmina, però, era incinta e così l’ufficiale ha regalato due lupacchiotti al ministro. Oltre ai lupi, ogni estate nella tenuta del ministro arriva Maggiore, un’orsa da due quintali e mezzo, di proprietà di una parente, che la porta a passare le ferie al fresco nel bosco sulle Orobie. L’orsa, pare, non è aggressiva ma, essendo un animale da 250 chili, ha un appetito robusto.
Per sfamarla, i Calderoli si sarebbero accordati con un ristorante-pizzeria vicino a casa, che cede loro gli avanzi affinchè possano rifocillare il plantigrado. Nella tenuta vivono anche dei cani, per la precisione quattro pastori del Caucaso (Barabba, Calzino, Nerone e Bianca), che hanno appena dato alla luce una dozzina di cuccioli. Il pastore del Caucaso è un bel cane di grossa taglia, 75 centimetri al garrese, utilizzato nei luoghi di origine per proteggere le greggi dagli attacchi di lupi e orsi. In casa Calderoli vive anche un pony, Fabio. Ma la lista degli animali che hanno popolato la tenuta dei Calderoli è lunga: c’è stata una scimmia, Cito (era un maschio); un’aquila reale, Cecco; un pappagallo, un’enorme ara macao che ha distrutto le tende del salotto (in assoluto l’animale che ha fatto più danni in casa Calderoli); svariati pesci, tra cui dei lucci, che hanno nuotato per qualche tempo in una piscina gonfiabile nel giardino del ministro.
Nella tenuta abitava anche una volpe, Alfonso, cresciuto in casa Calderoli dopo che il padre del ministro, un appassionato cacciatore, aveva ucciso la madre durante una battuta: il volpacchiotto è cresciuto allattato dai cani. Anche Alfonso ha dato qualche grattacapo al ministro, che pare sia stato morsicato al viso dal canide (pure i lupi, prima di venire addomesticati, gli hanno più volte azzannato i polpacci). Nella tenuta vivono anche delle vipere, autoctone, e tanti topi, gli unici animali cui si dice che il ministro ogni tanto tiri con il suo fucile.
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| Un Lupo |
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| L'Orso |
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| La Tigre |
Rajastjhan, tutti i colori dell'India Clic sull'immagine per accedere alla galleria:Topi bevono il latte donato dai fedeli nel tempio Karni Mata di Deshnoke, Rajasthan.
Poco più grande dell'Italia (340 mila chilometri quadrati) e poco meno popoloso (56 milioni), il Rajasthan è il più grande stato dell'India e ne concentra colori, forme, orografia e costumi. Tra i "da vedere", la capitale gioiello Jaipur (la città rosa con i suoi splendidi palazzi), il deserto Thar e due celebri riserve dove è possibile vedere le tigri, Ranthambore e Sariska. Ecco alcune immagini
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