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mercoledì 25 agosto 2010

IL PREMIER INVITA GLI ITALIANI ALLA MOBILITAZIONE PERMANENTE CONTRO “CHI PENSA SOLO AI PROPRI INTERESSI”…. ECCO LE 37 NORME FATTE APPROVARE DA BERLUSCONI IN QUESTI ANNI PER CAPIRE CONTRO CHI DOVREBBERO MOBILITARSI GLI ITALIANI

1. Decreto Biondi (1994). Approvato il 13 luglio 1994 dal governo Berlusconi I, vieta la custodia cautelare in carcere (trasformata al massimo in arresti domiciliari) per i reati contro la Pubblica amministrazione e quelli finanziari, comprese la corruzione e la concussione, proprio mentre alcuni ufficiali della Guardia di Finanza confessano di essere stati corrotti da quattro società del gruppo Fininvest (Mediolanum, Videotime, Mondadori e Tele+) e sono pronte le richieste di arresto per i manager che hanno pagato le tangenti.
Il decreto impedisce cioè di arrestare i responsabili e provoca la scarcerazione immediata di 2764 detenuti, dei quali 350 sono colletti bianchi coinvolti in Tangentopoli (compresi la signora Poggiolini, l’ex ministro Francesco De Lorenzo e Antonino Cinà, il medico di Totò Riina).
Il pool di Milano si autoscioglie. Le proteste di piazza contro il “Salvaladri” inducono la Lega e An a ritirare il consenso al decreto e a costringere Berlusconi a lasciarlo decadere in Parlamento per manifesta incostituzionalità.
Subito dopo vengono arrestati Paolo Berlusconi, il capo dei servizi fiscali della Fininvest Salvatore Sciascia e il consulente del gruppo Massimo Maria Berruti, accusato di aver depistato le indagini subito dopo un colloquio con Berlusconi.
2. Legge Tremonti (1994). Il decreto n.357 approvato dal Berlusconi I il 10 giugno 1994 detassa del 50% gli utili reinvestiti dalle imprese, purchè riguardino l’acquisto di “beni strumentali nuovi”.
La neonata società Mediaset (che contiene le tv Fininvest scorporate dal resto del gruppo in vista della quotazione in Borsa) utilizza la legge per risparmiare 243 miliardi di lire di imposte sull’acquisto di diritti cinematografici per film d’annata: che non sono beni strumentali, ma immateriali, e non sono nuovi, ma vecchi. A sanare l’illegalità interviene il 27 ottobre 1994 una circolare “interpretativa” Tremonti che fa dire alla legge Tremonti il contrario di ciò che diceva, estendendo il concetto di beni strumentali a quelli immateriali e il concetto di beni nuovi a quelli vecchi già usati all’estero.
3. Legge Maccanico (1997). In base alla sentenza della Consulta del 7 dicembre 1994, la legge Mammì che consente alla Fininvest di possedere tre reti tv sull’analogico terrestre è incostituzionale: la terza, presumibilmente Rete4, dev’essere spenta ed eventualmente passare sul satellite, entro il 28 agosto 1996.
Ma il ministro delle Poste e telecomunicazioni del governo Prodi I, Antonio Maccanico, concede una proroga fino al 31 dicembre 1996 in attesa della legge “di sistema”.
A fine anno, nulla di fatto per la riforma e nuova proroga di altri sei mesi. Il 24 luglio 1997, ecco finalmente la legge Maccanico: gli editori di tv, come stabilito dalla Consulta, non potranno detenere più del 20% delle frequenze nazionali disponibili, dunque una rete Mediaset è di troppo.
Ma a far rispettare il tetto dovrà provvedere la nuova Authority per le comunicazioni (Agcom), che potrà entrare in azione solo quando esisterà in Italia “un congruo sviluppo dell’utenza dei programmi televisivi via satellite o via cavo”. Che significhi “congruo sviluppo” nessuno lo sa, così Rete4 potrà seguitare a trasmettere sine die in barba alla Consulta.
4. D’Alema salva-Rete4 (1999). La neonata Agcom si mette all’opera solo nel 1998, presenta il nuovo piano per le frequenze tv e bandisce la gara per rilasciare le 8 concessioni televisive nazionali. Rete4, essendo “eccedente” rispetto alla Maccanico, perde la concessione; al suo posto la vince Europa7 di Francesco Di Stefano. Ma il governo D’Alema, nel 1999, concede a Rete4 una “abilitazione provvisoria” a seguitare a trasmettere senza concessione, così per dieci anni Europa7 si vedrà negare le frequenze a cui ha diritto per legge.
5. Gip-Gup (1999). Berlusconi e Previti, imputati per corruzione di giudici romani (processi Mondadori, Sme-Ariosto e Imi-Sir), vogliono liberarsi del gip milanese Alessandro Rossa-to, che ha firmato gli arresti dei magistrati corrotti e degli avvocati Fininvest Pacifico e Acampora, ma ha pure disposto l’arresto di Previti (arresto bloccato dalla Camera, a maggioranza Ulivo).
Ora spetta a Rossato, in veste di Gup, condurre le udienze preliminari dei tre processi e decidere sulle richieste di rinvio a giudizio avanzate dalla procura di Milano. Udienze che iniziano nel 1999.
Su proposta dell’on. avv. Guido Calvi, legale di Massimo D’Alema, il centrosinistra approva una legge che rende incompatibile la figura del gip con quella del gup: il giudice che ha seguito le indagini preliminari non potrà più seguire l’udienza preliminare e dovrà passarla a un collega, che ovviamente non conosce la carte e perderà un sacco di tempo.
Così le udienze preliminari Imi-Sir e Sme, già iniziate dinanzi a Rossato, proseguono sotto la sua gestione e si chiuderanno a fine anno con i rinvii a giudizio degli imputati. Invece quella per Mondadori, non ancora iniziata, passa subito a un altro giudice, Rosario Lupo, che proscioglie tutti gli imputati per insufficienza di prove (poi, su ricorso della Procura, la Corte d’appello li rinvierà a giudizio tutti, tranne uno: Silvio Berlusconi, dichiarato prescritto grazie alle attenuanti generiche).
6. Rogatorie (2001). Nel 2001 Berlusconi torna a Palazzo Chigi e fa subito approvare una legge che cancella le prove giunte dall’estero per rogatoria ai magistrati italiani, comprese ovviamente quelle che dimostrano le corruzioni dei giudici romani da parte di Previti & C.
Da mesi i legali suoi e di Previti chiedono al tribunale di Milano di cestinare quei bonifici bancari svizzeri perché mancano i numeri di pagina, o perché si tratta di fotocopie senza timbro di conformità,o perchè sono stati inoltrati direttamente dai giudici elvetici a quelli italiani senza passare per il ministero della Giustizia. Il Tribunale ha sempre respinto quelle istanze. Che ora diventano legge dello Stato. Con la scusa di ratificare la convenzione italo-svizzera del 1998 per la reciproca assistenza giudiziaria (dimenticata dal centrosinistra per tre anni), il 3 ottobre 2001 la Cdl vara la legge 367 che stabilisce l’inutilizzabilità di tutti gli atti trasmessi da giudici stranieri che non siano “in originale” o “autenticati” con apposito timbro, che siano giunti via fax, o via mail o brevi manu o in fotocopia o con qualche vizio di forma. Anche se l’imputato non ha mai eccepito sulla loro autenticità, vanno cestinati. Poi, per fortuna, i tribunali scoprono che la legge contraddice tutte le convenzioni internazionali ratificate dall’Italia e tutte le prassi seguite da decenni in tutta Europa. E, siccome quelle prevalgono sulle leggi nazionali, disapplicano la legge sulle rogatorie, che resterà lettera morta.
7. Falso in bilancio (2002). Siccome Berlusconi ha cinque processi in corso per falso in bilancio, il 28 settembre 2001 la sua maggioranza approva la legge-delega numero 61 che incarica il governo di riformare i reati societari. Il che avverrà all’inizio del 2002 con i decreti delegati che: abbassano le pene da 5 a 4 anni per le società quotate e addirittura a 3 per le non quotate (prescrizione più breve, massimo 7 anni e mezzo per le quotate e 4 e mezzo per le non quotate; e niente più custodia cautelare né intercettazioni); rendono il falso per le non quotate perseguibile solo a querela del socio o del creditore; depenalizzano alcune fattispecie di reato (come il falso nel bilancio presentato alle banche); fissano amplissime soglie di non punibilità (per essere reato, il falso in bilancio dovrà superare il 5% del risultato d’esercizio, l’1% del patrimonio netto, il 10% delle valutazioni. Così tutti i processi al Cavaliere per falso in bilancio vengono cancellati: o perché manca la querela dell’azionista (B. non ha denunciato B.), o perché i falsi non superano le soglie (“il fatto non è più previsto dalla legge come reato), o perché il reato è ormai estinto grazie alla nuova prescrizione-lampo.
8. Mandato di cattura europeo (2001). Unico fra quelli dell’Unione europea, il governo Berlusconi II rifiuta di ratificare il “mandato di cattura europeo”, ma solo relativamente ai reati finanziari e contro la Pubblica amministrazione . Secondo “Newsweek”, Berlusconi “teme di essere arrestato dai giudici spagnoli” per l’inchiesta su Telecinco. L’Italia otterrà di poter recepire la norma comunitaria soltanto dal 2004.
9. Il governo sposta il giudice (2001). Il 31 dicembre, mentre gli italiani festeggiano il Capodanno, il ministro della Giustizia Roberto Castelli, su richiesta dei difensori di Previti, nega contro ogni prassi la proroga in Tribunale al giudice Guido Brambilla, membro del collegio che conduce il processo Sme-Ariosto, e dispone la sua “immediata presa di possesso” presso il Tribunale di sorveglianza dov’è stato trasferito da qualche mese, senza poter completare i dibattimenti già avviati. Così il processo Sme dovrebbe ripartire da zero dinanzi a un nuovo collegio. Ma poi interviene il presidente della Corte d’appello con una nuova “applicazione” di Brambilla in Tribunale fino a fine anno.
10. Cirami (2002). I difensori di Previti e Berlusconi chiedono alla Cassazione di spostare i loro processi a Brescia perché, sostengono, a Milano l’intero Tribunale è viziato da inguaribile prevenzione contro di loro. E, per oliare meglio il meccanismo, reintroducono il vecchio concetto di “legittima suspicione” per motivi di ordine pubblico , vigente un tempo, quando i processi scomodi traslocavano nei “porti delle nebbie” per riposarvi in pace. E’ la legge Ci-rami n. 248, approvata definitivamente il 5 novembre 2002. Ma nemmeno questa funziona: la Cassazione, nel gennaio 2003, respinge la richiesta di trasloco: il Tribunale di Milano è sereno e imparziale.
11. Lodo Maccanico-Schifani (2003). Le sentenze Sme e Mondadori si avvicinano. Su proposta del senatore della Margherita Antonio Maccanico, il 18 giugno 2003 la Cdl approva la legge 140, primo firmatario Renato Schifani, che sospende sine die i processi ai presidenti della Repubblica, della Camera, del senato, del Consiglio e della Corte costituzionale. I processi a Berlusconi si bloccano in attesa che la Consulta esamini le eccezioni di incostituzionalità sollevate dal Tribunale di Milano. E ripartono nel gennaio 2004, quando la Corte boccia il “lodo”.
12. Ex Cirielli (2005). Il 29 novembre 2005 la Cdl vara la legge ex Cirielli (misconosciuta dal suo stesso proponente), che riduce la prescrizione per gli in-censurati e trasforma in arresti domiciliari la detenzione per gli ultrasettantenni (Previti ha appena compiuto 70 anni, Berlusconi sta per compierli). La legge porta i reati prescritti da 100 a 150 mila all’anno, decima i capi di imputazione del processo Mediaset (la frode fiscale passa da 15 a 7 anni e mezzo) e annienta il processo Mills (la corruzione anche giudiziaria si prescrive non più in 15, ma in 10 anni).
13. Condono fiscale (2002). La legge finanziaria 2003 varata nel dicembre 2002 contiene il condono tombale. Berlusconi giura che non ne faranno uso né lui né le sue aziende. Invece Mediaset ne approfitta subito per sanare le evasioni di 197 milioni di euro contestate dall’Agenzia delle entrate pagandone appena 35. Anche Berlusconi usa il condono per cancellare con appena 1800 euro un’evasione di 301 miliardi di lire contestata dai pm di Milano.
14. Condono per i coimputati (2003). Col decreto 143 del 24 giugno 2003, presunta “interpretazione autentica” del condono, il governo ci infila anche coloro che hanno “concorso a commettere i reati”, anche se non hanno firmato la dichiarazione fraudolenta. Cioè il governo Berlusconi salva anche i 9 coimputati del premier, accusati nel processo Mediaset di averlo aiutato a evadere con fatture false o gonfiate.
15. Pecorella (2006). Salvato dalla prescrizione nel processo Sme, grazie alle attenuanti generiche, Berlusconi teme che in appello gli vengano revocate, con conseguente condanna. Così il suo avvocato Gaetano Pecorella, presidente della commissione Giustizia della Camera, fa approvare nel dicembre 2005 la legge che abolisce l’appello, ma solo quando lo interpone il pm contro assoluzioni o prescrizioni. In caso di condanna in primo grado, invece, l’imputato potrà ancora appellare. Il presidente Ciampi respinge la Pecorella in quanto incostituzionale. Berlusconi allunga di un mese la scadenza della legislatura per ripresentarla uguale e la fa riapprovare (legge n.46) nel gennaio 2006. Ciampi stavolta è costretto a firmarla. Ma poi la Consulta la boccia in quanto incostituzionale.
16. Frattini (2002). Il 28 febbraio 2002 la Cdl approva la legge Frattini sul conflitto d’interessi: chi possiede aziende e va al governo, ma di quelle aziende è soltanto il “mero proprietario”, non è in conflitto d’interessi e non è costretto a cederle. Unica conseguenza per il premier:deve lasciare la presidenza del Milan
17.Gasparri-1(2003). In base alla nuova sentenza della Consulta del 2002, entro il 31 dicembre 2003 Rete4 deve essere spenta e passare sul satellite. Il 5 dicembre la Cdl approva la legge Gasparri sulle tv: Rete4 può seguitare a trasmettere “ancorchè priva di titolo abilitativo”, cioè anche se non ha più la concessione dal 1999; il tetto antitrust del 20% sul totale delle reti non va più calcolato sulle 10 emittenti nazionali, ma su 15 (compresa Telemarket). Dunque Mediaset può tenersi le sue tre tv. Quanto al tetto pubblicitario del 20%, viene addirittura alzato grazie al trucco del “Sic”, che include un panel talmente ampio di situazioni da sfiorare l’infinito. Confalonieri calcola che Mediaset potrà espandere i ricavi di 1-2 miliardi di euro l’anno. Ma il 16 dicembre Ciampi rispedisce la legge al mittente: è incostituzionale.
18. Berlusconi salva-Rete4 (2003). Mancano due settimane allo spegnimento di Rete4. Alla vigilia di Natale, Berlusconi firma un decreto salva-Rete4 (n.352) che concede alla sua tv l’ennesima proroga semestrale, in attesa della nuova Gasparri.
19. Gasparri-2 (2004). La nuova legge approvata il 29 aprile 2004, molto simile a quella bocciata dal Quirinale, assicura che Rete4 non sfora il tetto antitrust perché entro il 30 aprile il 50% degli italiani capteranno il segnale del digitale terrestre, che garantirà loro centinaia di nuovi canali. Poi però si scopre che, a quella data, solo il 18% della popolazione riceve il segnale digitale. Ma poi l’Agcom dà un’interpretazione estensiva della norma: basta che in un certo luogo arrivi il segnale digitale di una sola emittente, per considerare quel luogo totalmente digitalizzato. Rete4 è salva, Europa 7 è ancora senza frequenze.
20. Decoder di Stato (2004). Per gonfiare l’area del digitale, la finnaziaria per il 2005 varata nel dicembre 2004 prevede un contributo pubblico di 150 euro nel 2004 e di 70 nel 2005 per chi acquista il decoder per la nuova tecnologia televisiva. Fra i principali distributori di decoder c’è Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, titolare di Solaris (che commercializza decoder Amstrad).
21. Salva-decoder (2003). Il digitale terrestre è un affarone per Mediaset, che vi trasmette partite di calcio a pagamento, ma teme il mercato nero delle tassere taroccate: prontamente, il 15 gennaio 2003, il governo che ha depenalizzato il falso in bilancio porta fino a 3 anni con 30 milioni di multa la pena massima per smart card fasulle per le pay tv.
22. Salva-Milan (2002). Col decreto 282/2002, convertito in legge il 18 febbraio, il governo Berlusconi consente alle società di calcio, quasi tutte indebitatissime, diammortizzare sui bilanci 2002 e spalmare nei dieci anni successivi la svalutazione dei cartellini dei giocatori. Il Milan risparmia 242 milioni di euro.
23. Salva-diritti tv (2006). Forza Italia blocca il ddl, appoggiato da tutti gli altri partiti di destra e di sinistra, per modificare il sistema di vendita dei diritti tv del calcio in senso “collettivo” per non penalizzare le società minori privilegiando le maggiori. Il sistema resta dunque “soggettivo” , a tutto vantaggio dei maggiori club: Juventus, Inter e naturalmente Milan.
24. Tassa di successione (2001). Il 28 giugno 2001 il governo Berlusconi abolisce la tassa di successione per i patrimoni superiori ai 350 milioni di lire (fino a quella cifra l’imposta era già stata abrogata dall’Ulivo). Per combinazione, il premier ha cinque figli e beni stimati in 25mila miliardi di lire.
25. Autoriduzione fiscale (2004). Nel 2003, secondo “Forbes”, Berlusconi è il 45° uomo più ricco del mondo con un patrimonio personale di 5,9 miliardi di dollari. Nel 2005 balza al 25° posto con 12 miliardi. Così, quando a fine 2004 il suo governo abbassa le aliquote fiscali per i redditi dei più abbienti, “L’espresso” calcola che Berlusconi risparmierà 764.154 euro all’anno.
26. Plusvalenze esentasse (2003). Nel 2003 Tremonti vara una riforma fiscale che detassa le plusvalenze da partecipazione. La riforma viene subito utilizzata dal premier nell’aprile 2005 quando cede il 16,88% di Mediaset detenuto da Fininvest per 2,2 miliardi di euro, risparmiando 340 milioni di tasse.
27. Villa abusiva con condono (2004). Il 6 maggio 2004, mentre «La Nuova Sardegna» svela gli abusi edilizi a Villa Certosa, Berlusconi fa approvare due decreti. Il primo stabilisce l’approvazione del piano nazionale anti-terrorismo e contiene anche un piano (segretato) per la sicurezza di Villa La Certosa. Il secondo individua la residenza di Berlusconi in Sardegna come «sede alternativa di massima sicurezza per l’incolumità del presidente del Consiglio e per la continuità dell’azione di governo». Ed estende il beneficio anche a tutte le altre residenze del premier e famiglia sparse per l’Italia. Così si bloccano le indagini sugli abusi edilizi nella sua villa in Costa Smeralda. Poi nel 2005 il ministro dell’Interno Pisanu toglie il segreto. Ma ormai è tardi. La legge n. 208 del 2004, varata in tutta fretta dal governo Berlusconi, estende il condono edilizio del 2003 anche alle zone pro-tette: come quella in cui sorge la sua villa. Prontamente la Idra Immobiliare, proprietaria delle residenze private del Cavaliere, presenta dieci diverse richieste di condono edilizio. E riesce a sanare tutto per la modica cifra di 300mila euro. Nel 2008 il Tribunale di Tempio Pausania chiude il procedimento per gli abusi edilizi perchè in gran parte condonati grazie a un decreto voluto dal mero proprietario della villa.
28. Ad Mediolanum (2005). Nonostante le resistenze del ministro del Welfare, Roberto Maroni, Forza Italia impone una serie di norme favorevoli alle compagnie assicurative nella riforma della previdenza integrativa e complementare (dl 252/2005), fra cui lo spostamento di 14 miliardi di euro verso le assicurazioni, alcune norme che forniscono fiscalmente la previdenza integrativa individuale (a beneficio anche di Mediolanum, di proprietà di Berlusconi e Doris) e soprattutto lo slittamento della normativa al 2008 per assecondare gli interessi della potente lobby degli assicuratori (di cui Mediolanum è una delle capofila). Intanto, nel gennaio del 2004, le Poste Italiane con un appalto senza gara hanno concesso a Mediolanum l’utilizzo dei 16mila sportelli postali sparsi in tutta Italia.
29. Ad Mondadori-1 (2005). Il 9 giugno 2005 il ministro dell’Istruzione Letizia Moratti stipula un accordo con le Poste Spa per il servizio «Postescuola»: consegna e ordinazione – per telefono e on line – dei libri di testo destinati agli alunni della scuola secondaria. Le case editrici non consegneranno i loro volumi direttamente, ma tramite la Mondolibri Bol, una società posseduta al 50 per cento da Arnoldo Mondadori Editore Spa, di cui è mero proprietario Berlusconi. L’Antitrust esamina il caso, ma pur accertando l’indubbio vantaggio per le casse Mondadori, non può censurare l’iniziativa perché a firmare l’accordo non è stato il premier, ma la Moratti.
30. Ad Mondadori-2 (2005). L’8 febbraio 2005 scatta l’operazione “E-book”, per il cui avvio il governo stanzia 3 milioni. E a chi affidano la sperimentazione i ministri Moratti (Istruzione) e Stanca (Innovazione)? A Mondadori e Ibm: la prima è di Berlusconi, la seconda ha avuto come vicepresidente Stanca fino al 2001.
31. Indulto (2006). Nel luglio 2006 centrosinistra e centrodestra approvano l’indulto Mastella (contrari Idv, An, Lega, astenuto il Pdci): 3 anni di sconto di pena a chi ha commesso reati prima del 2 maggio di quell’anno. Lo sconto vale anche per i reati contro la Pubblica amministrazione (che sul sovraffollamento della carceri non incidono per nulla), compresa la corruzione giudiziaria, altrimenti Previti resterebbe agli arresti domiciliari. Una nuova legge ad personam che regala anche al Cavaliere un “bonus” di tre anni da spendere nel caso in cui fosse condannato in via definitiva.
32. Lodo Alfano (2008). Nel luglio 2008, alla vigilia della sentenza nel processo Berlusconi-Mills, il Pdl tornato al governo approva il lodo Alfano che sospende sine die i processi ai presidenti della Repubblica, della Camera, del Senato e del Consiglio. Soprattutto del Consiglio. Nell’ottobre 2009 la Consulta boccerà anche quello in quanto incostituzionale.
33. Più Iva per Sky (2008). Il 28 novembre 2008 il governo raddoppia l’Iva a Sky, la pay-tv di Rupert Murdoch, principale concorrente di Mediaset, portandola dal 10 al 20%.
34. Meno spot per Sky (2009). Il 17 dicembre 2009 il governo Berlusconi vara il decreto Romani che obbliga Sky a scendere entro il 2013 dal 18 al 12% di affollamento orario di spot.
35. Più azioni proprie (2009). La maggioranza aumento dal 10 al 20% la quota di azioni proprie che ogni società può acquistare e detenere in portafoglio. La norma viene subito utilizzata dalla Fininvest per aumentare il controllo su Mediaset.
36. Ad listam (2010). Visto che le liste del Pdl sono state presentate fuori tempo massimo nel Lazio e senza timbri di autenticazione a Milano, il governo vara un decreto “interpretativo” che stravolge la legge elettorale, sanando ex post le illegalità commesse per costringere il Tar a riammetterle. Ma non si accorge che, nel Lazio, la legge elettorale è regionale e non può essere modificata da un decreto del governo centrale. Così il Tar ribadisce che la lista è fuorilegge, dunque esclusa.
37. Il legittimo impedimento (2010). Non sapendo più come bloccare i processi Mediaset e Mills, Berlusconi fa approvare il 10 marzo 2010 una legge che rende automatico il “legittimo impedimento” a comparire nelle udienze per sé stesso e per i suoi ministri, il tutto per una durata di 6 mesi, prorogabili fino a 18. Basterà una certificazione della Presidenza del Consiglio e i giudici dovranno fermarsi, senza poter controllare se l’impedimento sia effettivo e legittimo. Il tutto in attesa della soluzione finale, cioè delle nuove leggi ad personam che porteranno il totale a quota 40: “processo breve”, anti-intercettazioni e lodo Alfano-bis costituzionale. Cioè incostituzionale.
FONTE

CANE ABBATTUTO AL CAMPO ROM, A SPARARGLI 6 COLPI UN POLIZIOTTO CON UN MOVENTE RAZZISTA

Questo è il cane Lupo ucciso..si chiamava"Lampo"
Udine:Ieri mattina un agente ha ucciso un pastore tedesco legato con una catena nei pressi di un'abitazione.
                            di Dino Garzoni

Un pastore tedesco di due anni e cinque mesi freddato da sei colpi di pistola esplosi dall'arma di ordinanza da un poliziotto nel corso di un servizio di controllo ordinario.
È successo ieri poco dopo le 14 nel campo nomadi di via Monte Sei Busia Udine, dove si sono creati lunghi attimi di tensione fra i suoi abitanti e le forze dell'ordine in seguito all'episodio. 

La questura di Udine ha riferito che si è trattato di un'inevitabile reazione di difesa del poliziotto a due tentativi di aggressione consecutivi da parte del cane, ma tutt'altra versione è quella emersa dalle testimonianze degli abitanti del campo che hanno assistito a quanto accaduto.
«Il cane mi dava fastidio di notte» avrebbe riferito il poliziotto con ancora in mano la pistola fumante,di fronte alla reazione di rabbia dei proprietari del pastore tedesco, una coppia di 50enni assieme al figlio, richiamati sul retro della propria abitazione dal tuono del primo colpo.
«Non sparare!»è quello che avrebbero detto altri nomadi che si trovavano nei paraggi all'agente che, dopo aver esploso il primo proiettile che si è rivelato letale, avrebbe premuto il grilletto altre cinque volte puntando l'arma verso il corpo inerme dell'animale.
Molte delle persone residenti nel campo dicono di conoscere per nome e cognome il poliziotto, il quale rivestirebbe il grado di ispettore capo, perchè molto spesso impegnato nei controlli notturni del campo e sottoscrivente di diverse denunce a carico di alcuni abitanti della baraccopoli.
Davanti al cane immerso in una pozza di sangue, la coppia di proprietari 50enni ha reagito aggredendo verbalmente il poliziotto. 

Ne sarebbe nato un violento litigio con tanto di spintoni nel corso del quale, sempre secondo quanto riferito dai nomadi del campo, l'agente avrebbe messo in scena un tentativo di dissimulazione. 
Nella foga del momento, avrebbe buttato volutamente le proprie manette in una grossa cassetta di plastica situata nei pressi del luogo dove era legato il cane.
L'altro poliziotto di pattuglia, intervenuto per tentare di sedare i bollenti spiriti,avrebbe poi finto di trovare le manette e accusato i due nomadi diaver cercato di rubarle. 

I due agenti sarebbero poi riusciti ad allontanarsi per andare in ospedale,dove il poliziotto che ha uccisoil cane si è fatto refertare alcune unghiate lasciategli dall'animale. Nel frattempo la famiglia di nomadi ha chiamato i carabinieri che, intervenuti sul posto, hanno richiamato al campo la pattuglia di poliziotti per ascoltare anche la loro versione. 
Si sono riaccese le tensioni fra un gruppo di nomadi e l'agente: anche questa volta,fortunatamente, la rabbia non è sfociata in "violenza". 
«I proiettili potevano rimbalzare sull'asfalto e uccidere uno dei nostri figli!» è quanto gridato da alcuni nomadi al poliziotto. Poco dopo,l'auto di servizio con a bordo i due agenti si è allontanata, sotto le grida “assassino” rivolte dai bambini del campo, fomentati dai genitori.
La padrona del cane, che si chiamava “Lampo”, ha detto di averlo comprato per 800 euro in un allevamento friulano e che l'animale era in regola, con tanto di documenti e microchip.
L'episodio oltre la barbarie gratuita testimoniata dalla ripetuta serie di colpi sparati all'animale sembra connotarsi anche di una vena di xenofobia anti Rom,purtroppo un clima,una deriva instauratasi da qualche anno con ampie legittimizazioni istituzionali (...) 


Cane abbattuto nel campo rom: a sparargli 6 colpi un poliziotto.(Giornale online del Friuli)

Pastore Tedesco abbattuto:altra versione (Amici Animali)



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Silvio Umberto e Capezzone

martedì 24 agosto 2010

PREDATORI E AFFINITA


Giocare a BERLUSKOPOLY





Clicca sulla foto per giocare a BERLUSKOPOLY

L’elenco di chi rischia il posto: 400mila, azienda per azienda

Quattrocentomila…proviamo a chiamarli con nome e cognome e vediamo che effetto vi fa. Sono i 700 in carne e ossa della Ixfin di Caserta, i 350 della Nokia-Siemens e i 1400 della Ex-Jabil entrambe in Lombardia, i mille della Finmek divisi tra il Veneto, l’Abruzzo e la Campania, i 220 della Ritel di Rieti e gli 800 della Micron ad Avezzano. Più o meno 4.500 che lavorano nel settore “apparecchiature elettriche”. Lavorano? Ieri sì, oggi forse, domani forse no: sono tutti dipendenti di aziende a rischio chiusura.
Già stufi dell’elenco? Fatevene una ragione: è un rosario lunghissimo, sgranarne ogni grano sarà anche una penitenza. Ma una penitenza dovuta, se si vuole conoscere un po’ di verità. Settore “Prodotti per la casa”: rischiano il psoto e lo stipendio i 120 della Cesame a Catania, i 550 della Nicoletti a Matera, i 450 della Saint Gobain a Savigliano in Piemonte, i 650 della Ideal Standard a Brescia e in Friuli, i 1500 della Natuzzi a Bari. Settore della chimica: rischiano lo stipendio i 400 della Portovesme a Cagliari, gli 800 della Ineos Vinils in Veneto, Romagna e Sardegna, i 300 della Montefibre a Venezia, i 450 della Nuova Pansac veneta, i 200 della Basell a Terni, gli 80 della Krotongres a Crotone.

Stanchi di numeri e nomi di gente che non sa se arriva a Natale legando il pranzo con la cena? Peggio per voi. Ecco i 4.000 della Merloni in Emilia, Umbria e Marche, i 500 della Electrolux in Veneto, i 150 della Riello a Lecco, i 150 della San Giorgio a La Spezia, i 900 della Siltal in Piemonte, Veneto e Campania, gli 800 della Indesit in Piemonte, Lombardia e Veneto. Ed è solo il settore “elettrodomestici”. E i 450 della Grimeca a Rovigo, i 1646 della Tirrenia, i 200 della Manuli, i 200 della Astigiana Ammortizzatori, i 400 della Rieter, i 250 della Sogefi, i 1200 della Oerlikon Graziano, i 200 della Cantieri Apuania, i 300 della Eaton, i 300 della Fincantieri di Castellammare di Stabia, i 500 della Atr. Era l’elenco, non completo del settore trasporti. E nella “Moda”, i 1500 della Mariella Burani, i 1500 della Ittierre, i 1200 della Legler, i 350 della Golden Lady. E altri 1500 nella siderurgia, tra Ilva, Lucchini ed Euroallumina.

Chiediamo scusa a tutti gli altri, gli altri dei 400mila che non abbiamo chiamato con nome e cognome, con il nome della loro azienda che forse chiude e forse no. L’elenco completo è stato fornito dal ministero dello Sviluppo economico, quello senza ministro. Elenco che parla di ottanta aziende “malate gravi”. Elenco che è stato pubblicato dal Sole24ore, il quotidiano della Confindustria. Non un segreto, elenco ufficiale. Eppure quei 400mila sono uno dei “segreti” meglio custoditi dai telegiornali. Quattrocentomila non valgono un titolo in sette tg moltiplicati per ogni sera di agosto. Quattrocentomila “orfani” di dichiarazioni politiche, quattrocentomila “cristiani” per cui non si celebra nessuna “messa”, nessun rito, neanche quello dell’attenzione. Non fanno “notizia”, nel nostro piccolo proviamo a porre minimo riparo.

Fonte

Il martirio di Mohammed Al Dorrah MURALES

Bellissimo murale ad Orgosolo che ci ricorda il martirio di Mohammed Al Dorrah in Palestina

Jean Julien Pous’ “Seeking You” animated short


Seeking You from jayjayp on Vimeo.

"Baby Drill" Tatto BP Golfo del Messico

Questo neonato è stato creato dall'artista Lewis Jason Clay, è in caucciu,un opera Iperealista e dipinto con dei colori a olio,l'opera si chiama "Baby Drill" ed è ispirata alla catastrofe del golfo del Messico prodota dalla BP,i tatuaggi la rievocano.
Molti siti spacciano l'opera con un certo sensazionalismo come se si trattasse di un vero neonato sollevando una profonda l'indignazione,ho fatto qualche ricerca riuscendo a risalire al nome dell'artista,non c'è che dire come provocazione è riuscità,oggi anche l'innocenza è appena uscita di galera!
Il realismo dell'immagine è tale da risultare scioccante,affatto da stupirsi se in futuro qualcuno si adoperereà realmente al tatuaggio di un neonato,speriamo di no...










Spectacular Tatto Artwork," quelli che ci si pente ma che sono d'effetto ! "
























lunedì 23 agosto 2010

Quando cercarono di far passare Bossi per scemo! "dobbiamo farlo interdire,non vedi in che stato è ridotto!"

"VI SVELO I SEGRETI DI BOSSI AI TEMPI DI MANI PULITE" - PARLA PATELLI, BRACCIO DESTRO DEL SENATUR. POI FU PRESO CON UNA BUSTARELLA DA 200 MILIONI E PER TUTTI DIVENNE IL “PIRLA”

Alessandro Dell'Orto per "Libero" Fonte
«Piacere e scusi se ho spostato il giorno dell'appuntamento, ma ieri avevo un esame all'Università».
Da quando Alessandro Patelli insegna?
«No, frequento come studente. Sono iscritto da tre anni a Scienze Politiche».
Quanti esami le mancano?
«Tre: psicologia sociale e due di lingua. Conto di finire entro dicembre, poi vorrei fare la specialistica. Ho la media del 24 e un 30 e lode in Sociologia della criminalità organizzata, con Nando Dalla Chiesa».
Patelli, perdoni la domanda un po' sfacciata. A 59 anni fa lo studente universitario, complimenti. Ma di cosa vive?
«Ho un vitalizio della Regione che mi permette di condurre una vita dignitosa. Abito a Milano e in questi anni ho fatto anche qualche consulenza. Poi, per un periodo, ho effettuato lavoretti per il pensionato universitario, cose umili. Tipo alzarsi alle 4.30, due volte la settimana, per portare in strada la spazzatura della Bocconi. Non mi vergogno a raccontarlo».
E con la politica non fa più nulla?
«Ad ogni tornata elettorale qualcuno mi chiama. Ultimamente ho aiutato la Dc».
E la Lega?
«Ora sono indipendente, ma il cuore è leghista, impossibile dimenticare i primi anni, le scelte, i sacrifici».
Le piace la Lega di oggi?
«Non credo che la nuova classe politica sia più preparata di quella dei miei tempi. I vari Cota, Zaia, Stucchi, semplicemente, dicono alla gente quello che la gente vuole sentirsi dire. Non c'è dietro un vero progetto politico».
Roberto Calderoli è Ministro per la Semplificazione Normativa. Tante uscite folkloristiche, ma anche buoni risultati.
«Non mi piace. È una macchietta. Dice di aver soppresso 29mila leggi. Ma quali sono? Ce le spieghi. Non condivido il suo comportamento e sa che feci quando un suo parente, nel '94, mi disse indicandolo: "Eccolo, è nato il sostituto di Bossi!"?».
Che fece?
«Gli risi in faccia».
 Rapporti difficili?
«Mai avuto l'ambizione di essergli amico. Lui invece ambiva a essermi nemico».
E Umberto Bossi? L'ha più visto?
«Due anni fa, al funerale di Gnutti. Ci siamo stretti la mano, ma non mi ha detto nulla, né bravo, né pirla. Ho il dubbio che non mi abbia riconosciuto».
Vi siete mai sentiti?
«L'ho cercato per telefono, ma non credo gli sia giunta notizia: c'è una cerchia di persone che filtra ogni contatto... Mi piacerebbe incontrarlo, il nostro rapporto non è mai stato conflittuale. Non sono andato via dalla Lega per causa sua».
Le piace il Bossi di oggi?
«La Lega attualmente è lui».
 E il futuro è il figlio Renzo detto la "trota"?
«No, temo che lui non troverà mai una collocazione adeguata, il confronto con il padre è troppo pesante. E pensare che Bossi ripeteva sempre che solo uno, in famiglia, deve far politica...».
Alessandro Patelli, invece, ha figli?
«Chiara ha 34 anni, Paola ne ha 30. Federica, avuta dall'attuale compagna, ne ha 15. Mai parlato di politica con loro. Non so nemmeno cosa votano».
E lei per chi ha votato tre settimane fa? Perché sorride?
«Non provi a fregarmi, non lo dico».
E allora per chi non ha votato?
«Non ho votato per la Lega, se è questo che vuole sapere. Questione di candidati».
In che rapporto è con i Lumbard?
«La situazione non è chiara, loro non hanno mai voluto chiarirla. Forse qualcuno ha timore che possa riavvicinarmi».
Le piacerebbe?
«Me lo chiedesse Bossi, tornerei non domani, ma ieri. Ma non tutti sarebbero felici. Ne ho avuto la prova a Pontida...».
Quando?
«Dieci anni fa Bossi organizza la "Festa di riappacificazione". Dopo 50 metri vengo fermato da tre gruppi di militanti e poi arrivano le camicie verdi. Che mi minacciano: "Vai, altrimenti son botte". E quelli della Digos fanno finta di niente».
Facciamo un ulteriore salto all'indietro nel tempo. Al piccolo Alessandro Patelli.
«Nasco a Cologno al Serio, provincia di Bergamo, il 21 aprile 1950».
Auguri, tra 3 giorni sono 60! Il piccolo Patelli che bambino è?
«Uno spilungone in calzoni corti che fa il boy scout».
Scuole?
«Quelle dell'obbligo e poi divento apprendista idraulico».
Perché nelle sue biografie si legge che ha il diploma di perito?
«Lo prenderò a inizio Anni '80, alle serali».
Quando il contatto con la politica?
«Nel 1985, tramite amici, vengo ingaggiato come indipendente nel Psi di Zanica. Nel frattempo ho un incarico nell'Assl. Dopo due anni esco dal gruppo, sono i periodi della prima Lega e mi ritrovo nel giro. Tanto che sarò presente allo studio Anselmo di Bergamo quando viene firmato lo statuto dell'Alleanza Nord».
Sono anni duri?
«Siamo visti come razzisti. Io sono artigiano, idraulico in proprio e quando divento leghista perdo il 50 per cento dei clienti».
Bossi come lo conosce?
«Appuntamento a Bergamo, 1988. Siamo io, Antonio e Gisberto Magri: per entrare in Lega serve il suo benestare. Passa un'ora e non arriva. Due ore, niente. Dopo tre ore - un ritardo classico per lui - si presenta e si cena. E c'è subito feeling».
E Patelli diventa il "maggiordomo".
«Sono segretario amministrativo dal 1989 al 1992, e organizzativo fino al '94. Giorno e notte con Bossi, viviamo in simbiosi, di lui so tutto, vita morte e miracoli».
Allora puntiamo alto. Ci sveli qualcosa che non ha mai raccontato.
«Nel 1991 Bossi ha il primo infarto, lo ricoverano a Varese e io ricevo una strana telefonata da due personaggi di primo piano della Lega Nord...».
Nomi, grazie.
«No, ma non è difficile intuire: uno è tuttora nella Lega, l'altro è andato via».
La chiamano e...?
«Cercano di convincermi, dicono che devo far dimettere Bossi, far decretare la sua incapacità di intendere e di volere. Così poi si può convocare il consiglio federale e prendere atto che le funzioni del segretario vengano assunte dal presidente federale in carica».
E chi è?
«Franco Rocchetta».
 Un piano perfetto per far fuori il Senatur!
«Io rispondo che finché Bossi avrà un filo di voce, non farò mai nulla del genere».
Bossi, poi, ha meditato vendetta?
«Non ha mai saputo nulla, lo scoprirà per la prima volta ora leggendo questa intervista: il mio ruolo richiedeva anche la capacità di moderare tra il movimento e lui. Ma non si stupisca, sa quante volte hanno cercato di boicottarlo?».
Patelli, mettiamo da parte il Bossi politico. E proviamo a descrivere il Bossi uomo.
«Nel rapporto a due era di un'umanità incredibile. Con uno sguardo capiva se avevi un problema, se eri preoccupato, se stavi bene o male. E ne parlava. Se solo si aggiungeva una terza persona, si trasformava diventando quasi disumano. Faceva di tutto per sminuire gli altri, sentiva la necessità di prevalere. D'altronde in quegli anni il movimento aveva bisogno di un dittatore. Ora non più».
Lei, oltre a essere il"maggiordomo", è anche responsabile amministrativo e organizzativo. Fa da punto di riferimento della Festa di Pontida, per esempio.
«Quando decidiamo di organizzare la prima manifestazione c'è da trovare un campo adatto. Giro per Pontida, parlo con i contadini finché trovo l'area giusta. Che poi, nel tempo, verrà comprata».
Perché quel sorriso?
«Qualcuno ha rivenduto il terreno alla gente, metro quadrato alla volta. Ma la vicenda è poco chiara, dove sono i soldi?».
Lei nel '92 organizza anche una spettacolare spedizione a Roma...
«Vengono eletti 80 nostri parlamentari. Il problema è che solo due di loro sono già stati a Roma, mentre gli altri non sanno nemmeno dove sia la Camera e dove sia il Senato. Allora mi invento un perfetto viaggio di comitiva. Tutti a Linate in autobus e all'atterraggio a Fiumicino si va in centro a Roma rigorosamente con i mezzi pubblici per risparmiare. E lì, a gruppi, accompagno chi a Montecitorio e chi a Palazzo Madama».
Tra i suoi incarichi, anche amministratore della Cooperativa Editoriale Nord.
«In due giorni compriamo Radio Varese. Poi, nel '93, per tre mesi siamo a un passo dal prendere Telemontecarlo».
Urca. Cioè?
«Otteniamo da Mediobanca, a firma di Cuccia, un'opzione per subentrare. Che poi, però, decade senza che riusciamo a concludere».
Parliamo di carta stampata. Quando nasce l'idea della Padania?
«Nel '95 studio l'ipotesi quotidiano. La testata originale non è "Padania", ma "Voce del Nord". Non voglio un giornale di partito, ma di area, stile "Indipendente", per arrivare a chi ancora non è leghista. A far la differenza però è la questione economica: con un giornale di partito ci sono più finanziamenti e così nasce "La Padania"».
Patelli, più raccontiamo più si capisce che in quegli anni lei ha pieni poteri ...
«Ho le deleghe in bianco, fogli firmati da Bossi che è l'unico ad avere accesso ai conti: posso comprare, assumere e vendere quello che voglio. Per assurdo, potrei anche far sparire i soldi della Lega».
A renderla tristemente famoso, invece, sono soldi incassati e non spariti. I famosi 200 milioni. Da dove iniziamo, Patelli?
«Dal '91, quando provo a organizzare una serie di attività e associazioni alternative che permettano di accedere ai finanziamenti e poi distribuirli sul territorio: mi riferisco alll'Aclis (Associazione culturale leghe italiane sportive), al Cicos (l'organismo che doveva procacciare affari all' estero per i grandi gruppi). Vado in Croazia e a Mosca dove firmo due accordi. Il trucco è che poi i proventi e le consulenze ottenute da queste attività possono essere girate legalmente al partito».
 Tra i grandi gruppi, c'è anche Enimont. Quando il primo incontro?
«Nel '91, con Marcello Portesi. Loro vogliono conoscere il pianeta Lega. Spiego quello che facciamo, programmi e attività. Mi chiedono un progetto scritto e dopo due mesi mi ripresento: possono darci sostegno per Aclis, Cicos e Publinord».
Quante volte vi incontrate in tutto?
«Quattro e l'ultima volta ci sono anche Bossi e per la prima volta Sama. Ma non si parla mai di soldi e cifre. E non chiediamo nessun finanziamento illecito. Anche perché non abbiamo bisogno di denaro in quel momento. Sa perché?».
Lo spieghi lei.
«C'è la campagna elettorale e facciamo due conti. Servirà più o meno un miliardo. I finanziamenti statali sono di 160 milioni. Non bastano. Allora vado dal direttore della Bnl di Varese per il prestito di un miliardo. Mi guarda: "Garanzie?". "Sono proprietario di un immobile che vale 1 miliardo e 800 milioni, una cascina a Zanica". Resta sorpreso, mi credeva uno sprovveduto. Si fida e così abbiamo i soldi, senza bisogno di chiedere delibere alla Lega o firme a Bossi».
Torniamo ai 200 milioni. In piena campagna elettorale lei riceve una telefonata da Portesi. Appuntamento a Roma, bar Doney in via Veneto.
«Non so nemmeno dove sia. Il tassista mi porta all'albergo vicino, non al bar. Alla reception chiedo di Portesi. Non risulta. Esco e lo trovo fuori, non dice nulla e mi dà un pacchetto».
Scusi, lei riceve un pacco e che pensa?
«Che sia un anticipo per la consulenza. Poca roba».
Bossi sapeva?
«Non posso rispondere».
Lei ha in mano il pacchetto e che fa?
«Vado nel panico, mai visti tanti soldi insieme. Sull'aereo, poi, realizzo che sono fregato perché ho in mano denaro che scotta ed è impossibile da gestire e da sistemare. Non posso dichiararlo senza sapere per quale attività mi è stato dato. Arrivato a Milano, decido di nascondere questi 200 milioni in sede, che per assurdo è il posto più sicuro».
Dopo qualche giorno, però, quei soldi le vengono rubati.
«La correggo. Mi vengono distratti. La differenza è sottile, ma importante».
Dal dizionario Zingarelli. Distrarre: "sottrarre e utilizzare qualcosa per scopi diversi dal previsto".
«Appunto».
In quanti sapevate di quella somma?
«In due».
Lei e Bossi?
«Non glielo posso dire. Lo deduca lei».
Come scoprite il furto?
«Bossi è a un comizio a Cremona. A tarda notte rientra in sede la Pivetti e trova tutto sottosopra. Chiama Bossi, che dopo pochi minuti, stranamente, è già lì. I ladri avevano cercato il denaro solo nei tre punti precisi dei miei tre uffici in cui sarebbe potuto essere...».
Al processo lei dichiara che sono spariti 150 milioni. Scusi, e gli altri 50?
«Vengono utilizzati per il partito. Con regolari fatture».
Ai carabinieri però denuncia il furto di soli 15 milioni.
«Come avrei potuto giustificare così tanti soldi non registrati?».
Patelli, ma in quegli anni come funziona il finanziamento ai partiti? È così necessario cercare sostegno altrove?
«Inevitabile, impossibile farne a meno. Anche la Lega in quel momento è costretta a far fronte ad aiuti, non può viverne senza. Non c'è partito che non va avanti se non in questo modo. Non si è mai chiesto perché Bossi mi sostituisce da responsabile amministrativo solo ad agosto, e non subito dopo il fattaccio dei 200 milioni?».
Perché?
«Nel frattempo la Lega ha 80 parlamentari, che portano entrate. E non c'è più bisogno di chiedere il sostegno ad altri al di fuori del gruppo...».
C'è un grande giro di soldi intorno a voi?
«La Lega fa gola. In quegli anni potrei diventare ricchissimo, se lo volessi. C'è gente disposta a pagare 2 o 3 miliardi per farsi candidare con noi. E io riceverei il 20 per cento. Ma, d'accordo con Bossi, rifiutiamo sempre. E poi, se solo raccontassi dei cambi di governo fino al ‘94...».
Non si dicono le cose a metà. Forza.
«C'era sempre chi veniva a perorare la propria causa per avere ministeri anche non della Lega. Gente che poi ha fatto il primo ministro per altri partiti...».
Tipo Prodi?
«Nessun nome».
 Nel frattempo, il 17 febbraio 1992, scatta Mani Pulite.
«Guardi, c'è un aspetto che va preso in considerazione. La settimana prima dell'arresto di Chiesa so per certo che Di Pietro ha due incontri eccellenti».
Scusi, come lo sa. C'era?
«No, ma in quel momento siamo informati: intellettuali e Vip di ogni settore ci vedono con interesse e ci aggiornano».
E con chi si incontrerebbe Di Pietro?
«Lo chieda a lui. A me risulta Cossiga, presidente della Repubblica, e Andreotti, presidente del consiglio. Un modo, secondo me, per ottenere l'ok e partire con l'obiettivo di far fuori il Psi e i partiti. E...».
...e?
«Da chi crede abbia ricevuto i documenti Di Pietro? Pensa che li abbia trovati da solo? In quel periodo andò negli Usa, facile immaginare che i servizi segreti...».
Patelli, restiamo a Mani Pulite. Che ne pensa a distanza di quasi 20 anni?
«Non ha cambiato niente. Ha distrutto il sistema per non crearne un altro. Il vecchio sistema prendeva i soldi e li riciclava. Ora i soldi se li tengono per sé».
Lei viene arrestato il 7 dicembre '93, un anno e mezzo dopo aver preso i 200 milioni.
«Mesi infernali. Pian piano vengono arrestati tutti i responsabili amministrativi degli altri partiti, manco solo io.Non dormo di notte, sto malissimo».
Finché...
«Una mattina sto andando a pranzo a Tavernola, provincia di Bergamo. Mi telefonano, dicono che devo presentarmi in Questura e penso che ci siano problemi perché sto organizzando il congresso nazionale di Assago. Giro la macchina e faccio l'autostrada a 180 all'ora. Senza sapere che invece corro verso la galera».
Già, raccontiamo.
«Sto dentro per un giorno e mezzo. Sono tranquillo, perché quel momento nella mia testa l'ho già immaginato e vissuto mille volte. Lo psicologo si preoccupa, mi incontra tre volte: "La vedo troppo calmo. Non è che combina qualcosa?"».
A San Vittore come la accolgono?
«Vengo mandato per 4 ore in isolamento nei sotterranei. Poi mi fanno salire in cella e ricevo il dono degli altri carcerati».
In che senso? Insulti?
«No, un benvenuto vero! Chi mi regala un pane, chi una Simmenthal. Io penso al peggio, cerco di capire come potrò fare a lavorare perché sono convinto che starò recluso tanto, tantissimo».
Invece esce subito. Arresti domiciliari.
«Di Pietro mi viene a interrogare in carcere. Appena mi vede, si lascia scappare: "Questo qui non può aver tenuto i soldi per sé, non ha il maglione di cachemire". Poi cerca di farmi dire che Bossi sapeva tutto, prova a farmi scaricare le colpe sul Senatur. Ma non riesce nell'intento».
E perché la manda a casa?
«Gli racconto tutto come sto raccontando a lei. É soddisfatto».
Patelli, secondo lei Di Pietro come viene a sapere di quel denaro?
«Una soffiata di qualcuno in area Lega. La sua domanda a Sama, durante il processo, è diretta, di uno che già sa tutto».
Scusi, ma dei 200 milioni non sapevate solo lei e Bossi?
«Sì, ma Bossi era un po' chiacchierone. Alle cene con gli imprenditori, a fine serata, faceva il giro con il cappello per portare a casa soldi. E a volte si lasciava scappare qualche parola di troppo».
C'è qualcosa che lei, ancora, non ha capito di quella vicenda?
«Mi piacerebbe incontrare Cusani e fargli qualche domanda. Perché mi ha fatto dare quei soldi? Nessuno li aveva richiesti. Li dava a tutti ed era un modo per fregarci? Oppure qualcuno ci voleva ricattare?».
Torniamo all'arresto. Caos. Lega sotto accusa. E Bossi la soprannomina il "pirla".
«No, errore. Al congresso di Assago racconto tutto e sono io a darmi del pirla! L'idea, però, la rubo a Feltri, che il giorno prima, nell'editoriale sull'Indipendente, mi definisce così. Intendendolo alla bergamasca, però, cioè sempliciotto».
Patelli il pirla. Ma non c'era proprio modo di evitare il coinvolgimento della Lega?
«L'errore è stato non provare a staccarsi dal processo Enimont. Sarebbe bastato farmi eleggere al parlamento europeo. Poi, nell'anno e mezzo passato tra la mazzetta e il mio arresto, sarebbe bastato inserire quei soldi sul bilancio: voci vuote ce ne erano. Invece...».
Lei viene condannato a 8 mesi. Nel frattempo, però, continua a lavorare. Sempre con un ruolo importante.
«Nel '94 partecipo agli incontri tra Bossi e Berlusconi per la famosa alleanza».
Un aneddoto su Berlusconi?
«La domenica arrivo ad Arcore e mi accoglie il Cavaliere in giardino, in tenuta sportiva. Lo provoco: "Ma come, alla sua età si mette ancora a correre?". Silvio mi guarda con sfida: "Cribbio, ma lei sa che io faccio i 100 metri in 12 secondi?". Rido. Lui si gira e parte: giro del giardino di scatto come dimostrazione. Sa perché in quel momento è stato al gioco con uno come me?».
Perché?
«Noi della Lega piacevamo e lui aveva il contatto con la gente, percepiva ciò che le persone comuni e gli imprenditori volevano in quel momento. Ora non è più così. Adesso siamo in una sorta di dittatura democratica, con Berlusconi da una parte e il "Roberspierre Di Pietro" dall'altra».
Un aneddoto di Bossi?
«Il giovedì prima della presentazione delle liste siamo al tavolo io e lui, a un passo dall'accordo con Berlusconi. Ad un certo punto ci comunicano l'ennesima sostituzione tra i loro candidati e Bossi si arrabbia. E decide di far saltare tutto. Poi ci ripensa. Non avesse cambiato idea, chissà, la storia politica italiana sarebbe completamente diversa».
Nel '96 i rapporti con la Lega si incrinano.
«Mi fanno pagare il fatto che sono stato per anni l'uomo di Bossi. Mi sospendono per 6 mesi per una banalità e poi mi complicano la vita, impedendomi di utilizzare qualsiasi strumento del partito. Scrivo a Bossi: "Se le cose non cambiano, esco dal gruppo". Bossi mette la pratica nelle mani di Calderoli e non ho alcuna risposta. Come dire: non c'è la volontà di fare qualcosa».
E così lei esce dalla Lega. Dalla politica dei riflettori. Dalle cronache. A fine Anni '90, però, il suo nome riappare.
«Purtroppo. Una brutta vicenda e secondo me c'entra il mio passato politico».
In che senso?
«Non fossi stato il Patelli della Lega, non si sarebbero accaniti così».
Le va di raccontare?
«Faccio il volontario a Voghera, in una comunità di accoglienza giovanile. Tra gli ospiti c'è una ragazzina cinese di 17 anni, trovata a Linate senza passaporto, probabilmente destinata al mercato americano della prostituzione. Io e la mia compagna la aiutiamo e poi otteniamo l'affido, la mandiamo a scuola, la ospitiamo per sei mesi. Finché un giorno,dopo una banale discussione, lei va dall'assistente sociale e mi accusa di molestie sessuali».
Perché?
«Lo scopriremo poi, traducendo il suo diario cinese: i genitori al telefono tentavano di convincerla a scappare e tornare in Cina, portando soldi».
Viene denunciato?
«No, ma il pm Pietro Forno apre lo stesso un'inchiesta».
Come finisce?
«La ragazza, prima di fuggire in Oriente, confessa al Tribunale che si era inventata tutto, ma vengo comunque rinviato a giudizio. Poi assolto in tutti i gradi. Però...».
Però?
«L'accusa di molestie ai minori è la più infamante per un uomo. Le confesso che se non avessi avuto l'esperienza di Tangentopoli, che in qualche modo mi ha formato, mi sarei buttato da un viadotto. L'avrei fatta finita, suicida per vergogna».
Patelli, ultime domande veloci. 1) Il politico più bravo?
«Bossi perché è un animale politico. Craxi per coerenza: ha avuto il coraggio di dire cose che tutti sapevano e facevano, ma non avevano il coraggio di ammettere».
2) Un politico sottovalutato e uno sopravvalutato.
«Leoni e Di Pietro».
 3) Il più simpatico e il più antipatico.
«Grillo e D'Alema».
 4) Nella politica c'è più sesso o droga?
«Sesso. Di droga non ne ho mai vista».
 Ultima. Se uno oggi le dà del pirla che fa?
«Sorrido. Ormai ci sono abituato. Basta che sia un pirla alla bergamasca, cioè sempliciotto».