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mercoledì 10 agosto 2011

«Noi non siamo napoletani, l’Atalanta è una società seria, non abbiamo i boss dietro la rete della porta noi»


Fonte-«Noi non siamo napoletani, l’Atalanta è una società seria, non abbiamo i boss dietro la rete della porta noi»… quella frase pronunciata in diretta nazionale da un tifoso dell’Atalanta che non abbiamo dimenticato. Come avremmo potuto? Amarezza a Bergamo per le sentenze di primo grado del processo sportivo ai protagonisti del calcio-scommesse. Da li si era levata la protesta in difesa del capitano Doni, con tanto di esponenti della Lega Nord ad alzare la voce e tifosi che davanti alle telecamere dichiaravano «noi non siamo napoletani, l’Atalanta è una società seria…». Frase sdoganata su tutto il territorio nazionale per la quale Gad Lerner dovette scusarsi due volte coi Napoletani, anzi tre Facebook compreso, dopo la denuncia vibrata di V.A.N.T.O. Purtroppo, per i sostenitori atalantini, la giustizia sportiva non ha ravvisato irregolarità nella posizione del Napoli come fece in tempi non sospetti una certa stampa a cui non parve vero poter sbattere il solito mostro in prima pagina: il pregiudicato a bordo-campo e la storia della sua mancata esultanza al goal del Napoli, che invece ci fu eccome. Sembrano tempi lontani e invece è storia di soli due mesi fa. Che i bergamaschi non siano Napoletani è legge di natura. Ma ora è chiarissimo che non lo siano i giocatori dell’Atalanta condannati in primo grado e lo stesso Signori che pure di Bergamo è. Se lo fossero, si sarebbero comportati come il napoletano Fabio Pisacane e ora non si starebbero nascondendo per la vergogna. Vero Giorgio Buffoni? Giustizia sportiva è fatta, almeno per ora. Quella penale è altra cosa (e conosciamo l’infiltrazione delle mafie nel calcio), quella divina poi… è bello sapere che lassù qualcuno ci ama.

L'idiota in politica. Antropologia della Lega Nord (gif)

Anche certi Gif sono autentiche opere d'arte,prova ne è questo di chiaro stile anti nazifascista,ci parla con la metafora della pulsione di morte di certi movimenti d'estrema destra,del loro costante tentativo di infiltrarsi,di mimetizarsi per sfuggire alle sentenze della storia,ci parla dell'innocente candore delle democrazie,dei popoli e di come talvolta essi riescono a smascherare l'inganno...
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martedì 9 agosto 2011

PADOVA FLAVIO ZERBETTO IL PITTORE GETTATO PER STRADA

 Minaccia i vicini, allontanato da casa per «stalking di condominio»
100cosecosi:" Ho ragione di credere che sia illegale allontanare qualcuno da casa sua (...) quantunque sia animato da dinamiche più o meno sopportabili sul piano della convivenza civile...Il sospetto che sia un terrorista affiora nell'animo rapito dalla cronaca del Mattino di Padova (...) Semmai và perseguito per i singoli reati e non allargando,stiracchiando lo stalking ben oltre le molestie sessuali (...) sino a gettarlo per strada,signor gip dei miei stivali ! Guardate il video,pazienza se è un pistolotto sentimentale per turiste inglesi a caccia di emozioni (...) ve la dice lunga sulla realtà cittadina e la sua gente (...)
Rieccoci ai tempi di Modigliani schifato dal borghese amato dai poveracci con quella certa aria da artista maledetto (...) si capisce dalle sue opere la fatica con cui deve arrangiare la pittura con colori gestiti con parsimonia pure se la qualità degli stessi lascia a desiderare (...) l'alcolismo si sà ti viene cosi,per caso,soppratutto quando tutti ti vogliono bene;speriamo infine la beffa non giunga a compimento,sarebbe il colmo...quale? Dopo morto ti schiaffano in un museo e fanno pure pagare il biglietto d'ingresso ! "

Il Gip firma l'ordinanza per il pittore Flavio Zerbetto: deve stare a un chilometro di distanza dalla sua casa Ater a Brusegana. Da ubriaco aveva molestato i vicini: ma è conosciuto come un bravo paesaggista


PADOVA. Non ha più una casa, non ha più i suoi pennelli e le sue tele da dipingere, non ha più nulla Flavio Zerbetto, allontanato dal suo appartamento con un provvedimento del Gip Paola Cameran per stalking "condominiale" dopo aver minacciato una vicina, aver spaventato un bambino di 9 anni, dopo aver lanciato oggetti dalla finestra e seminato il terrore nella palazzina di tre piani.

 Venerdì alle 18 due agenti in borghese e due vigili urbani si sono presentati nella sua casa di via Lister 16 a Brusegana e gli hanno notificato il provvedimento richiesto dal pm Paolo Luca. Il pittore, conosciuto come Zio Zeb, è molto apprezzato, tanto da essere stato intervistato più volte dalla Rai e dalle reti nazionali. I commercianti delle piazze lo hanno adottato. Molti di loro hanno le sue opere appese alle pareti. È forse l'ultimo degli artisti di strada a Padova.

 Di sicuro da venerdì sera Zeb, che ha studiato all'accademia delle Belle Arti, è su una strada. «Go fato un fià tropo el mona - ammette Zio Zeb - Go batuo e urlà un fià massa, ma te sé, ghe xe dee serate che te sfuge de man, poe capitare». La vicenda sfociata con l'allontanamento per stalking inizia nel 2006: Flavio Zerbetto dal 2004 vive in un alloggio Ater. Quando il pittore delle piazze alza il gomito fa fatica a contenersi. Con i cinque vicini di casa si arriva subito ai ferri corti. Sono tre ultraottantenni, un'avvocatessa e un'altra famiglia. Tutti non sopportano le urla di Zio Zeb in piena notte, mal digeriscono il baccano a tutte le ore, temono per i comportamenti aggressivi del pittore in preda ai fumi dell'alcol. Scattano le chiamate al 113. La questione però non si ricompone.

 «Zerbetto quando alza il gomito spaventa i bambini, insegue la donna delle pulizie con un coltello» raccontano i residenti. Prima di rivolgersi alla magistratura partono le lettere all'Ater e al Comune. Nessuno ascolta i residenti di via Lister. Nell'esposto in Procura c'è la firma di molti abitanti della via, esasperati da Zio Zeb quando è ubriaco. «Vado da tre mesi alle riunioni degli alcolisti anonimi al Sert - racconta Zeb - Ma non sono ancora riuscito a smettere, ho diminuito molto, ma a volte ci ricasco».

 Il fascicolo arriva sul tavolo del pm Paolo Luca che ravvisa gli estremi dello stalking. Non ad una singola persona, ma all'intero condominio. Zerbetto si comporta da «ras» del palazzo. Secondo i vicini ha provocato un infarto ad un anziano. Da venerdì per loro è finito un incubo, mentre per Zio Zeb la strada è tornata ad essere la sua casa. Per due giorni si è fatto ospitare dalla madre, «ma da stasera torno all'asilo notturno del Torresino».

 Ieri Zeb, difeso dall'avvocato Annamaria Alborghetti, era davanti al tribunale per cercare di ottenere un permesso per riprendersi i suoi colori. «Non posso lavorare e se non dipingo non mangio».
Quando lo intervistava la Rai

«Cattelan uccide l'arte», bufera sull'artista padovano

PADOVA. Maurizio Cattelan? Uccide l'arte. E così molti altri artisti contemporanei. Bufera sull'artista padovano in un saggio del critico francese Jean Clair, anticipato oggi dal Corriere della Sera. L'uscita del volume in Italia è prevista a novembre, ma in Francia il suo "L'hiver de la culture" (L'inverno della cultura) ha già fatto scalpore: è un atto d'accusa preciso contro la "degenerazione contemporanea", che traduce l'arte solo in strategie di marketing. Non ci sono più botteghe, non c'è più ricerca - secondo il critico francese - gli artisti contemporanei si comportano come nuotatori che, per non affogare, compiono esclusivamente atti disperati.

Jean Clair è già stato direttore del Musée Picasso di Parigi e conservatore del Patrimonio di Francia. Ma non solo: nel 1995 è stato direttore della Biennale d'arte di Venezia per il centenario. 8 agosto 2011
Dal 2008 è membro dell'Académie francaise.
Fonte

È CLAIR CHE NON CAPISCE L’ARTE (CONTEMPORANEA) – SGARBI GODE: “L’ATTACCO DI JEAN CLAIR A CATTELAN, HIRST, KOONS, MUKURAMI, CHE NON FANNO ARTE MA STUDIANO SOLO STRATEGIE DI MARKETING, DIMOSTRA CHE AVEVO RAGIONE” – CONTROCANTO DI BONAMI: “C'È QUESTO RIMPIANTO DEL RINASCIMENTO, MA È UN'ARTE CHE PER I CONTEMPORANEI ERA PIù COMPLICATA DI QUANTO SIA PER NOI QUELLA ATTUALE” – TRANCHANT BONITO OLIVA: “CLAIR HA SFIDUCIA NEL FUTURO, VEDE L'ARTE COME UNA MINACCIA”...


Paolo Conti per il "Corriere della Sera"

Un Vittorio Sgarbi inedito, insolitamente pacatissimo, quasi saggio: «Credo che tra dieci anni Jean Clair, Marc Fumaroli, lo scomparso Giovanni Testori, io stesso avremo vinto. In fondo proprio Maurizio Cattelan ha annunciato da poco che il suo ciclo si è concluso. E ho esposto questo suo addio nel mio Padiglione Italia alla Biennale di Venezia».

Il grande critico Jean Clair ha fatto centro col suo elogio della reazione contro arti-star come, appunto, Cattelan, Hirst, Koons, Mukarami, accusati di studiare solo le strategie del marketing e, così facendo, di uccidere l'arte contemporanea. Il dibattito è aperto ed è inevitabile che Sgarbi, da sempre fautore della «pittura-pittura» e seguace (contestato) del figurativo, interpreti il manifesto di Clair come un sintomo di imminente vittoria: «Clair rispecchia un recente intervento di Fumaroli e a loro aggiungerei anche il nome di Roberto Calasso».

Sgarbi non si sottrae all'invito di fare i nomi di «veri» artisti: «Marc Fumaroli, quando gli chiesi di indicare un artista per il Padiglione Italia, fece il nome di Lorenzo Cremonini, unico autore scomparso esposto a Venezia. Fu lui a teorizzare la divisione tra arte "applicata" alla sopravvivenza pubblicitaria e provocatoria, da Warhol in giù, e arte "implicata" negli aspetti più profondi, quindi Lucian Freud, Francis Bacon, e io aggiungerei Paolo Vallorz, finalmente esposto al Mart di Rovereto grazie all'intelligente passione di Gabriella Belli.

E poi Cremonini era l'oggetto, con Domenico Gnoli e Balthus, della mia prima mostra, "Arte segreta", trent'anni fa». Ma naturalmente Sgarbi è Sgarbi («mancherà poco e capiremo che l'arte contemporanea può benissimo sopravvivere senza Hirst o Koons»). Ma non tutti sono Sgarbi.

Non lo è certo Francesco Bonami, curatore della Biennale di Venezia 2003, da sempre su una sponda opposta: «Chi vuole continuare a occuparsi d'arte, a parlarne, deve accettare anche quegli aspetti della contemporaneità che non gradisce esteticamente. Perché l'arte deve restare uno strumento che ci parla del nostro mondo, quello che ci scorre davanti agli occhi». Quindi, Bonami? «Clair, per esempio, cita il video-artista Bill Viola tra i suoi preferiti.

C'è questo rimpianto diffuso del Rinascimento, lo avvertiamo tutti, è un'arte che a noi appare più semplice ma per i contemporanei era probabilmente complicata quanto lo è per noi quella attuale. Ecco, per quanto mi riguarda Viola è il peggio del peggio perché vorrebbe essere il Pontormo e purtroppo per lui non lo è». Non si pensi però che Bonami sia pronto a difendere a spada tratta tutta l'arte contemporanea: «Cattelan o Hirst hanno prodotto belle opere, che magari resteranno, e brutte opere. Ma anche ai grandi artisti del passato è capitato di sbagliare, di ripetersi, di non convincere». In quanto a Clair?

«È un grande critico che ha diretto il Musée Picasso di Parigi. Ma proprio Picasso era un artista abituato a mettersi in discussione, in crisi, a guardare avanti. Ma Clair arriva alla metà del Novecento e di fronte alla contemporaneità si blocca...».Infine Achille Bonito Oliva, teorico della Transavanguardia, curatore della Biennale di Venezia 1993: «Jean Clair non chiede più all'arte di essere una domanda sul mondo, ma piuttosto una conferma del già dato e del già vissuto. La sua è una sfiducia nel futuro, vede l'arte come una minaccia». Invece per ABO, l'acronimo con cui spesso si firma, l'arte del nostro tempo, con tutte le sue contraddizioni estetiche, «ha una funzione energetica, è un massaggio al muscolo atrofizzato della sensibilità collettiva perché la nostra è una società di massa addomesticata dai media».

2- IL MANIFESTO DI JEAN CLAIR CONTRO LA «DEGENERAZIONE CONTEMPORANEA» SOTTO ACCUSA CATTELAN, HIRST, KOONS
Vincenzo Trione per il "Corriere della Sera"

Non ne potete più di Biennali invase da installazioni simili a discariche, di gallerie occupate da esercizi concettuali incomprensibili? Non ne potete più di animali in formaldeide, di sculture fumettistiche, di pontefici abbattuti da meteoriti? Provate un profondo fastidio di fronte alle mostre blockbuster e al degrado di molti musei, trasformati in supermarket?
Non vi resta che leggere gli scritti di Jean Clair, il cui ultimo pamphlet, L'hiver de la culture, è uscito in Francia da Flammarion (in Italia lo pubblicherà Skira a novembre).

Diario di sconfitte, taccuino di indignazioni, è il quarto momento di un percorso avviato nel 1989 con Critica della modernità, e proseguito nel 2004 con De Immundo e nel 2007 con La crisi dei musei. Sono i tasselli di un polittico coerente, che rivela una forte tensione etica. Paragrafi di un discorso teorico d'impronta conservatrice. «L'atteggiamento reazionario è più utile di ogni illusione di progresso», ci dice Clair.

Già direttore del Musée Picasso di Parigi e conservatore del Patrimonio di Francia, direttore della Biennale di Venezia del centenario (nel 1995), dal 2008 membro dell'Académie française, Clair è un raffinato intellettuale che non ha niente in comune con la maggior parte dei critici militanti di oggi, attenti soprattutto ad assecondare le mode e il gusto. Immune da questo vizio, riesce a essere saggista e polemista: si abbandona a un'affabulazione ricca di seduzioni.

Nelle sue analisi, tende a iscrivere le diffidenze sempre più diffuse nei confronti delle degenerazioni dell'arte contemporanea dentro una cornice sofisticata, densa di riferimenti storico-letterari. Da moderno-antimoderno, sceglie di interpretare le esperienze del nostro tempo senza mai aderirvi: si mette di lato, cercando di salvaguardare l'aristocrazia dello sguardo. Per comprendere il senso della sua «azione», potremmo richiamarci al Pasolini degli Scritti corsari - insofferente di fronte a ogni omologazione - e a Il tramonto dell'Occidente, monumentale affresco della nostra civiltà.

Riprendendo motivi della filosofia di Spengler, in sintonia con il Fumaroli di Paris-New York et retour, Clair parla di «hiver de la culture». Nel «nostro» inverno, la cultura non è più spazio di una religiosità laica, né strumento per «rendere il mondo abitabile», conducendo verso «una trascendenza al di là delle parole». A prevalere è una logica mercantile. Clair spiega: «Siamo stati riportati a terra, tra paesi desertificati». Dunque, addio cultura. «Resta solo il culturale: che è simulacro, imbroglio, scarto, parola di riflessi condizionati, dispersione, vaporizzazione».

Stiamo assistendo al crollo di un edificio millenario. Si pensi alla situazione in cui versano i musei. Grandi magazzini: «Depositi di civilizzazioni defunte» - ripete - dove si allineano i dipinti secondo criteri cronologici. Lì si stipano individui solitari, che trovano nel «culto dell'arte la loro ultima avventura collettiva». Vanno al Louvre o agli Uffizi come una volta ci si recava nei templi. Si spostano in gruppo: «Più la gente è sola, più va al museo». Chiassosi pellegrini postmoderni, vanno all'assalto di mostre-evento, che esercitano uno straordinario potere attrattivo.

Di fronte alle miserie del presente, scelgono di rifugiarsi nel passato, in un «miscuglio di timida e paurosa reverenza». Preferiscono un quadro a un libro, perché l'immagine possiede un'imperiosa immediatezza, che si concede «senza fatica, in una profusione di significati possibili». Andare in un museo, per loro, è solo un modo per distrarsi. Da più parti, si insegue la risposta del pubblico di massa, dimenticando che, come ripeteva Georges-Henri Rivière, «il successo di un museo non si misura dal numero dei visitatori che riceve, ma dal numero dei visitatori cui insegna qualcosa».

La medesima deriva si può ritrovare in molte sperimentazioni delle post-avanguardie, esaminate da Clair anche in un piccolo libro-intervista, Breve storia dell'arte moderna (Skira). Gli scenari attuali sono caratterizzati da due indirizzi. Da un lato, un soggettivismo narcisistico, basato sull'esibizione degli scarti del corpo. Artisti come Serrano, Orlan e Sherman fanno l'elogio della spontaneità e della violenza. Pensano l'opera come «mostruosità, rifiuto, cosa abietta, informe e senza vita».

Testimoni di un'estetica del disgusto, esaltano l'ego onnipotente. Trascrivono pulsioni irrefrenabili. Sfidano ogni morale, con un «gesto portato all'estremo limite, e finalmente alla performance». Dall'altro lato, ecco gli eredi di Duchamp: Cattelan, Hirst, Koons, Murakami, i fratelli Chapman. Sostenitori di uno stile non supportato da conoscenze tecniche, i post-dadaisti non frequentano più botteghe. Privi di mestiere, studiano solo le strategie del marketing. Si comportano come nuotatori che, per non affogare, compiono esclusivamente atti disperati. «Poveri noi, a volte, con i loro gingilli senza talento, vengono ospitati in musei prestigiosi o in siti storici come Versailles. Siamo proprio ridotti male...».

Dal dopoguerra, dice Clair, è iniziato un drammatico declino, segnato da scandali, da rivoluzioni permanenti, dalla tirannia di un «nuovo» senza origine. Siamo nella geografia del negativo. In un teatro di pantomime burlesche: un teatro «festivo e funebre, venale e mortificante», contagiato da blasfemie. L'artista del nostro tempo non è più un profeta. «Somiglia all'assassino di cui aveva scritto Thomas de Quincey: pratica la dissacrazione, la profanazione, il furore omicida».

Come uscire da questo abisso? Clair non ha dubbi. In un'epoca che tende a trasformare tutto in intrattenimento, bisogna riaffermare la grandeur; sottolineare l'importanza di quello che Robert Hughes ha definito l'«inestimabile», evitando ogni confusione tra prezzo e valore dell'opera. Ritornare alla figurazione; riscoprire sobrietà, equilibrio, sapienza. «L'arte deve darsi di nuovo, come tessuto di continuità, immobilità e silenzio; costruzione che si vede, si dà nel tempo e nel tempo si ritrova». Universo di bellezza e di purezza. Emozione, colpo al cuore.

Esperienza mistica, fondata su segrete ragioni spirituali. Artificio per dare voce - è quanto hanno fatto personalità solitarie come Lucian Freud e Zoran Music - a «temi sociali o addirittura politici», a interrogazioni assolute e drammatiche. «Senza questo dramma l'opera non vale niente, non dice niente, è irresponsabile», osserva Clair.
In L'hiver de la culture Clair oscilla tra pessimismo e nostalgia. Per un verso, descrive gli esiti di una catastrofe: i contorni di un'apocalisse.

Per un altro verso, auspica il recupero di regole classiche. Il suo è un racconto critico radicale, spietato, volto a smascherare falsi miti e fragili leggende. Un racconto che, tuttavia, tende a proporre gerarchie forse desuete tra arti maggiori e arti minori. Per Clair, infatti, esistono frontiere che non bisogna mai valicare tra la cultura alta - fatta di sculture e quadri - e la cultura pop, fatta di cartoon, graffiti, video. «La discesa dall'high culture alla low culture è una discesa agli inferi», ci dice. Un esempio: i fumetti di Art Spiegelman sul nazismo non hanno lo stesso valore dei disegni su Dachau e Buchenwald di Music, Taslitzky e Colville, i quali hanno saputo dare di quegli orrori un «equivalente plastico di incontestabile bellezza».

È davvero così? Difendere la specificità «storica» di pittura e scultura suona come un ritorno all'ordine troppo anacronistico. Impedisce di misurarsi con il paesaggio in divenire delle poetiche attuali. Lo sforzo sta non nel rifiutare «tutto» il presente, ma nel riconoscere ciò che, in esso, ha autentica forza. Inutile invocare la ripresa di categorie tradizionali. Meglio confrontarsi con artisti - come Kentridge, Viola, Kiefer o Paladino - impegnati nella riflessione sulle proprietà tecniche del linguaggio di cui, di volta in volta, si servono. Clair coglie solo le opacità del nostro tempo.

Sembra dimenticare che, anche nel cuore della notte, esistono improvvisi sprazzi di luce. Proprio nel buio, è necessario aprire gli occhi, in cerca di quelle lucciole di cui aveva parlato Pasolini sul «Corriere della Sera». Commentando quell'intervento, Georges Didi-Huberman ha ricordato, in un recente pamphlet (Contro le lucciole, Bollati Boringhieri), quanto è bello «rifuggire la luce dei riflettori per andare a cercare, nella notte, dove ancora sopravvivono - e si amano - le lucciole».

Forse, anche nell'«inverno della cultura», ci sono significative sacche di resistenza. Non crede che sia così? «No - risponde Jean Clair - di fronte a me vedo solo un inaccettabile imbarbarimento estetico. Mi creda, non ci resta che essere reazionari».

Via “Falcone e Borsellino”, a Parma il parco si chiamerà “Vianello e Mondaini”, polemiche

Fonte-L’amministrazione comunale di Parma, nelle ultime settimane al centro di inchieste su gravi casi di corruzione, ha deciso di cambiare l’intitolazione al parco “Falcone e Borsellino” per dedicarla agli attori Raimondo Vianello e Sandra Mondaini. Ed esplode subito una furiosa polemica in una città già provata dalle dure contestazioni contro il sindaco Vignali delle ultime settimane. Non ci stanno Matteo Caselli, consigliere comunale del Pd, e Caterina Bonetti, consigliere provinciale del Pd: “E’ di questi giorni -scrivono i consiglieri- la decisione dell’amministrazione comunale di cambiare la titolazione del parco Falcone e Borsellino, la grande area verde che si estende fra via Mantova e via Lazio, proprio a fianco dell’auditorium Paganini.  Ai due magistrati, vittime della mafia e figure di primo piano del patrimonio nazionale nella difesa della legalità e dei valori del nostro paese, verranno intitolati i viali che sorgeranno nella nuova area stazione. Il parco sarà dunque dedicato ad altri due personaggi, questa volta provenienti dal mondo dello spettacolo e recentemente scomparsi: Raimondo Vianello e Sandra Mondaini. Questo fatto ci lascia indignati e perplessi. Com’è possibile infatti paragonare, nella titolazione di un’area così importante, due eroi nazionali ad una coppia di attori comici, per quanto stimati e apprezzati dal pubblico?” Critiche anche sul fronte dei movimenti: “Apprendiamo con sgomento – scrive Enrico Arillo, del popolo viola di Parma - il cambio di nome del Parco dedicato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ed ora intitolato a Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. Per quanto la coppia televisiva abbia sicuramente una storia degna di una tale onorificienza per aver fatto sorridere e intrattenuto migliaia di Italiani per decenni, ci sembra un’offesa indigeribile e inaccettabile, in una città tristemente alla ribalta nazionale per i gravi fatti di corruzione diffusa nel comune e per le sempre crescenti infiltrazioni mafiose all’interno delle aziende parmensi, cancellare i nomi di due gloriosi magistrati che hanno difeso con la vita lo Stato. Tale sgarbo non può avere sollievo da una promessa di intitolazione futura dei viali che porteranno alla nuova Stazione. Oramai siamo abituati a promesse “propagandistiche” di facciata ma disattese nei fatti. Questa amministrazione dimostra, ogni giorno che passa, di essere indegna di rappresentare una città come Parma e ha confermato ancora una volta che le dimissioni immediate del Sindaco e della Giunta sono l’unico rimedio alla deriva in cui stanno portando la città; un motivo in più per essere sotto i portici del Grano il 30 agosto durante il Consiglio Comunale.” Ma è proprio necessario tutto questo?

lunedì 8 agosto 2011

Termini, drappo rosso sulla statua del Papa

Termini, drappo rosso sulla statua del Papa
Un telo rosso sulla statua di Giovanni Paolo II, realizzata da Oliviero Rainaldi,un opera che esprime l'abbraccio universale,protettivo di un ideale religioso e personale (...) alla stazione Termini. 
La provocazione cretina è "dell'artista" Krakov che sfrutta strumentalmente in termini autoreferenziali le perplessità suscitate dalla scultura presso i profani e i cattolici,ha avvolto il viso del Papa. " Dico no alla bruttezza di quest'opera che deturpa il vero volto dell'arte come anche Giovanni Paolo II l'aveva intesa ". 
Da scoprire come cavolo aveva inteso l'arte Giovanni Paolo II°...siamo tutti curiosi,magari Krakov si farà premura di informarci un giorno o l'altro !
resta il fatto che mai un vero artista si permetterebbe di censurare o toccare l'opera di un'altro artista.
Mezz'ora più tardi sul posto sono arrivati i vigili urbani che hanno rimosso il telo.

FINISCE LA LIBERTA DI INFORMAZIONE IN ITALIA ADDIO DEMOCRAZIA !


100cosecosi: A questo punto una constatazione è neccessaria:" gli italiani sanno che cosa sia una democrazia? " E non venitemi a dire che è la classe politica che mal li rappresenta ! 
Certe putride nauseabonde merde sono indegne persino di stare in una porcilaia sono gli italiani che le hanno messe li.
Ieri pensavo che preso atto della loro abilità a galleggiare in qualsiasi situazione questi escrementi umani dovessero venir nutriti a pietre (metafora della la ribellione per certi versi anche violenta)  si da affogarsi e risparmiarci il lezzo...
Un ingenuo candido ottimista insomma,o un pirla,questione di punti di vista (...) la realtà è che riescono ad ingoiarle le pietre e con che faccia tosta e quello che è peggio galleggiano e ammorbano l'aria per chilometri e chilometri !
Il giorno che questa legislazione infame appare sulla gazzetta ufficiale possiamo mettere una croce sulla democrazia in Italia,per gli ottimisti ad oltranza non resta che sperare nell'Europa,alla fine dei conti questa legislazione è liberticida,la stessa ONU ha posto la libertà d'espressione in internet tra i diritti civili inalienabili (...) del tutto escluso l'assalto ai palazzi del potere del popolo indignato e furente,da escludere che producano un qualche esito milioni di firme o grandi manifestazioni pubbliche...nessuna speranza che qualcosa giunga a risvegliarli da questo mortale torpore,non fatevi l'illusione che esista in questo cazzo di paese una borghesia  con le palle,anzi questi proprio in Italia non ci abitano più da un pezzo (letterale) e lasciamo perdere la classe intellettuale,talmente strimizzita e ridotta ai minimi termini da sembrare un ectoplasma !
Questi schifosi fanno i democratici liberali solo nelle loro seconde residenze all'estero,a Londra,a New York,a Montecarlo,a Parigi e via dicendo...
In un certo senso gli italioti (italiano idiotizato,abbruttito,deficiente,distratto,ottuso,cinico,furbo,mafioso etc,) non solo se la sono cercata,mà ci hanno messo tutta la loro buona volontà,questo non è mai stato un paese serio ! 
Con uno stillicidio micidiale da decenni siamo avviati verso un lento improcastinabile suicidio a 360°,nelle arti,nelle scienze e nella ricerca,nel diritto e in ogni altro campo dello scibile umano,questa nazione deve sparire,ne deve restare solo la facciata (questo è il trucco) e l'immensa tragedia non deve apparire tale mà assumere i tratti della farsa si che nessuno abbia ad allarmarsi e infatti cosi è...nessuno se ne preoccupa...
Mai avrei immaginato che la morte del tubo catodico avrebbe prodotto questo colpo di coda del drago,del mostro...cosa ci resta da fare ?
Emigrare,esprimere la propria opinione con i piedi,ovunque la fame,la fatica di vivere, la miseria assumeranno contorni più dignitosi che nel "belpaese" !


LIBERTA DALL’INFORMAZIONE - L’ITALIA PRENDE A MODELLO LA CINA, L’IRAN, LA BIRMANIA: "Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet" - in base a questo emendamento approvato dal senato se un qualunque cittadino dovesse invitare attraverso un blog a disobbedire o a ISTIGARE (cioè.. CRITICARE..??!) contro una legge che ritiene ingiusta, i providers DOVRANNO oscurarlo…..

Contrappunti/ Rete tossica di M. Mantellini - In Italia ci sono 2 milioni di pazienti da curare. La loro malattia è la Rete. E il Ministro della Salute è pronto a correre in loro soccorso,continua a leggere...

Il Senato ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (D.d..L. 733) tra gli altri con un emendamento del senatore Gianpiero D'Alia (UDC) identificato dall'articolo 50-bis: "Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet"; la prossima settimana Il testo approderà alla Camera come articolo nr. 60.




 

 

 

Questo senatore NON fa neanche parte della maggioranza al Governo... il che la dice lunga sulle alleanze trasversali del disegno liberticida della Casta. In pratica in base a questo emendamento se un qualunque cittadino dovesse invitare attraverso un blog (o un profilo su fb, o altro sulla rete) a disobbedire o a ISTIGARE (cioè.. CRITICARE..??!) contro una legge che ritiene ingiusta, i providers DOVRANNO bloccarne il blog o il sito.
Questo provvedimento può far oscurare la visibilità di un sito in Italia ovunque si trovi, anche se è all'ESTERO; basta che il Ministro dell'Interno disponga con proprio decreto l'interruzione dell'attività del blogger, ordinandone il blocco ai fornitori di connettività alla rete internet.

L'attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro 24 ore; pena, per i provider, sanzioni da 50.000 a 250.000 euro. Per i blogger è invece previsto il carcere da 1 a 5 anni oltre ad una pena ulteriore da 6 mesi a 5 anni per l'istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all'ODIO (!) fra le classi sociali.
MORALE: questa legge può ripulire immediatamente tutti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta. In pratica sarà possibile bloccare in Italia (come in Iran, in Birmania e in Cina) Facebook, Youtube e la rete da tutti i blog che al momento rappresentano in Italia l'unica informazione non condizionata e/o censurata.
ITALIA: l'unico Paese al mondo in cui una media company (Mediaset) ha citato YouTube per danni chiedendo 500 milioni euro di risarcimento. Con questa legge non sarà più necessario, nulla sarà più di ostacolo anche in termini PREVENTIVI.

Dopo la proposta di legge Cassinelli e l'istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra meno di 60 giorni dovrà presenterà al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al "pacchetto sicurezza" di fatto rende esplicito il progetto del Governo di "normalizzare" con leggi di repressione internet e tutto il sistema di relazioni e informazioni che finora non riusciva a dominare.
Mentre negli USA Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet, l'Italia prende a modello la Cina, la Birmania e l'Iran. Oggi gli UNICI media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati la rivista specializzata "Punto Informatico" e il blog di Grillo.
Fonte

BOSSI COLPITO DA UN SACCHETTO DI ESCREMENTI

Un no global lancia un sacchetto pieno di escrementi contro il leghista Simone Bossi. Scoppia la rissa. Diversi contusi e tre aderenti ai centri sociali trasportati al pronto soccorso dell’Ospedale maggiore

 Fonte - Cremona - Diversi contusi e tre aderenti ai centri sociali trasportati al pronto soccorso dell’Ospedale maggiore di Cremona: è il bilancio degli scontri avvenuti nella tarda mattinata di oggi ai giardini pubblici di piazza Roma a Cremona tra autonomi e militanti della Lega Nord.

La ricostruzione dei fatti Dalle 9 di questa mattina il Carroccio aveva allestito in quella zona del centro un banchetto per distribuire ai cremonesi biglietti omaggio per la visita ai musei cittadini. Si trattava di un’iniziativa organizzata per protestare contro la giunta comunale di centrodestra, nella quale la Lega è presente, che questa settimana ha accolto in municipio un gruppo di immigati libici e ha consegnato loro biglietti gratuiti per visitare i musei. Tra i leghisti presenti al banchetto c’erano il segretario provinciale cremonese Simone Bossi, il suo vice Alessandro Carpani, il consigliere comunale Giovanni Ferraroni e altri militanti.
La provocazione dei no global Poco dopo le 11 un aderente ai centri sociali di Cremona ha lanciato un sacchetto pieno di escrementi contro Bossi. I leghisti hanno reagito malmenandolo. Da un bar vicino, un gruppo composto da una decina di autonomi è partito in difesa del loro compagno. Ne è nato un parapiglia che ha provocato la completa distruzione del gazebo della Lega. I leghisti sostengono che gli autonomi hanno usato nella carica parti metalliche del gazebo come spranghe. Tra i leghisti contusi anche il vicesegretario Carpani. A sedare la rissa sono intervenuti polizia e carabinieri. Il segretario Bossi ha sporto denuncia.

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