
Traduzione parziale di un articolo di filosofia che si interroga sull'animalità portando l'attenzione sul carattere di evento che l'incontro con l'animale può rappresentare.
LO STATUTO DELL’ANIMALITA’ - Ingrid Auriol
L’intenzione di tradurre il seguente articolo, seppur parzialmente (la quarta e ultima parte), è da ricondurre all’interesse che suscitano, e dovrebbero suscitare, pensieri che tentano di pensare in altro modo rispetto a quello espresso dalla razionalità occidentale il rapporto dell’uomo con l’animale e viceversa. L’interesse è inoltre incrementato dalla piacevole sorpresa di trovare un tale pensiero espresso in un’autorevole rivista specialistica qual è “Heidegger Studies” (2001, pp. 135-153), dedicata appunto al pensiero del filosofo tedesco.
Sono necessarie alcune parole introduttive per collocare la parte conclusiva nel contesto dell’articolo. La prima parte riprende la tematizzazione del rapporto dell’uomo con l’animale in due pensatori del Novecento, Merleau-Ponty e Martin Heidegger, rispettivamente nei luoghi che risultano di maggior interesse per la questione, in alcune pagine delle lezioni del 1957/58 al Collegio di Francia dedicate al concetto di natura e nel corso “I concetti fondamentali della metafisica” del 1929/30. Entrambi tentano, Merleau-Ponty con maggior guadagno, di ripensare lo statuto dell’animalità libero da gerarchizzazioni.
Merleau-Ponty discute infatti, tra gli altri, anche il testo del biologo svizzero Adolf Portmann, “La forma degli animali. Studi sul significato dell’apparire (Erscheinung) dell’animale” del 1948 (Feltrinelli 1960), che rivendicava uno sguardo, non solo scientifico, all’animale sotto il rispetto della forma, del suo apparire e mostrarsi, in sede intra-e interspecifica. L’animale ha una propria corporeità ovvero visibilità che non deve venire ridotta all’analisi anatomica, poiché è solo guardando all’interno, secondo Portmann, che esso ci può sembrare “macchina”, secondo la nota tesi cartesiana. Con questo il biologo polemizzava con il principio necessitaristico alla Monod e quello utilitaristico della teoria dell’evoluzione di Darwin che non riesce in ultimo a spiegare la ricchezza fenomenica presente nel mondo: il perché, in sostanza, la natura non si serve quasi mai della via più diretta per soddisfare i propri bisogni, perché essa sia così antieconomica, perché abbia bisogno di tanta varietà di colori disegni forme espressioni vitali, tutti elementi che hanno il loro senso nell’essere percepiti, essere per altri che guardano, nello scatenare piacere, quello originario sensibile, dello sguardo o del tatto. La vita come godimento (jouissance) compare anche nel testo seguente al posto dell’idea schopenhaueriana della vita come cieco istinto, volontà.
La seconda parte, che coincide con l’ultima, qui tradotta, prosegue l’indicazione offerta da Merleau-Ponty per portare l’attenzione sul carattere di evento che può diventare l’apparire di un animale, talvolta evento di accordo “emotivo” perfetto.
Il testo parte, anch’esso, dalla nota constatazione che l’animalità è sempre stata scambiata con la bestialità al fine di presentare l’uomo come essere vivente dotato di ragione, e dunque vicino al “divino”, o come il coronamento della creazione, nella tradizione giudaico-cristiana.
L’idea, che esso indica non a caso attraverso il ricorso ad esperienze consegnate alla scrittura poetica o letteraria, è nel pensiero che ci si avvicina al che-cos’è l’animale solo attraverso l’esperienza dell’incontro di noi con la sua presenza viva e di lui con noi. Solo questa esperienza è il luogo in cui l’animale ci appare come un enigma, che attira e inquieta ad un tempo, secondo quel duplice carattere che è proprio dell’“alterità” che si rivela, avvertita come vicina e insieme irraggiungibile. Tale esperienza è - “checché noi ne pensiamo”, dice Merleau-Ponty - indisgiungibile dalla nostra capacità di empatia.
Questo piccolo lavoro non può che essere dedicato a Roberto.
- E’ nell’età in cui veniamo cullati, se non è quella, come sostiene Platone, in cui veniamo presi per il naso dai racconti della balia, che spesso si incontrano gli animali per la prima volta. Ora, ben pochi filosofi si ricordano, per rallegrarsene, di essere stati bambini. Certamente è un età (verso i due, tre anni) che possiamo senza dubbio qualificare come ingenua, in cui certi bambini sembrano non avere il senso per ciò che li distingue dagli animali. Un bambino di quest’età potrebbe dunque stupirsi delle “mani” del cane, poiché non ha alcuna idea di ciò che chiamiamo “l’unità del genere umano”. Questa ingenuità merita un qualche considerazione.
In effetti, una volta che ci si è presi cura di allontanare la proiezione sull’animale della corporeità umana e soprattutto – errore diffuso e non meno grossolano –l’introiezione nell’animale della spiritualità umana, l’atteggiamento del bambino continua ad interrogarci. Esso parteggia per una fenomenologia dell’incontro dell’uomo con l’animale e – ciò che è maggiormente singolare – dell’animale con l’uomo. Quest’esperienza di incontro è di una portata non trascurabile. Essa è anzitutto fondata sull’interanimalità in quanto tale: noi effettivamente incontriamo l’animale perché esso può dapprima incontrare i suoi simili. Quando incontriamo un cinghiale camminando nel bosco, non incontriamo un organismo. Quando l’animale s’arresta prima di sparire nella macchia, siamo stupiti, vagamente inquieti e insieme perfettamente meravigliati. Questo stupore ci invita a considerare un tale incontro come un evento. Un poema di Sylvia Plath [la poetessa americana morta suicida nel 1963 a 31 anni] tratta dalla raccolta “Crossing the Water” ci offre l’occasione di coglierlo. La poesia si intitola Il fagiano [la riporto per intero e in originale]:
Pheasant.
You said you would kill it this morning.
Do not kill it. It startles me still,
The jut of that odd, dark head, pacing
Through the uncut grass on the elm's hill.
It is something to own a pheasant,
Or just to be visited at all.
I am not mystical : it isn't
As if I thought it had a spirit.
It is simply in its element.
That gives it a kingliness, a right.
The print of its big foot last winter,
The tail-track, on the snow in our court-
The wonder of it, in that pallor,
Through crosshatch of sparrow and starling.
Is it its rareness, then? It is rare.
But a dozen would be worth having,
A hundred, on that hill - green and red,
Crossing and recrossing : a fine thing!
It is such a good shape, so vivid.
It's a little cornucopia.
It unclaps, brown as a leaf, and loud,
Settles in the elm, and is easy.
It was sunning in the narcissi.
I trespass stupidly. Let be, let be
Binswanger racconta come il malato Bruno Brandt, quando stava per impiccarsi ad un albero del bosco, accorgendosi improvvisamente una donnola o un animale simile tra il fogliame, si dice: - non hai ancora mai visto una donnola, lasciati del tempo. Avendo osservato l’animale egli dovette constatare che l’intenzione di suicidarsi era svanita. Occorre senza dubbio ammettere che una malinconia capace di fermarsi dinnanzi a una donnola non è già più ad una fase profonda. Si tratta dunque di provare a cogliere l’evento riferito, con la serietà e precauzione con cui si prende una parabola.
La vivacità dell’animale, che ha in certa misura già da sempre acconsentito alla vita vivente e non si cura di alcuna “volontà”, come la donnola, non è ciò che suscita in molti, come improvvisamente in questo malato, lo stupore di trovarsi in presenza dell’animale e il desiderio di restarci?
Occorre dunque riconoscere che gli animali mostrano una grazia incomparabile e gioire/godere della vita e nulla vieta di pensare che questa gioia sia perfettamente in accordo con la vita vivente. Ora, ciò non è affatto estraneo all’enigma dell’animalità. Questo è forse ciò che l’evento dell’incontro con la donnola rivela al malato Bruno Brandt. La vita si manifesta allora non come volontà ma come godimento, ovvero come assenso a ciò che nessun vivente può decidere o volere, poiché la vita gli accade. Da qui probabilmente la “regalità” (kingliness) evocata nella poesia di Sylvia Plath.
Senza dubbio ammettiamo un po’ rapidamente che l’essenza della corporeità animale risiede in ciò che la scienza ci spinge a studiare: l’organismo considerato non nel suo apparire ma relativamente a ciò che non si vede, ossia la vita intraorganica. Già l’osservazione dell’animale nel suo ambiente, di cui già l’etologia ha il merito di rendere conto, l’attenzione prestata anche al suo apparire, ai movimenti che animano la sua “forma”, in breve alla sua propria “vita” hanno già di che sorprenderci e rapirci. Non è da escludere che restiamo stregati proprio da quest’altro modo di sentire in cui indoviniamo una specifica pienezza che non si lascia ridurre ad uno al di qua dell’umano.
La vita non esaurisce tuttavia tutte le possibilità di rapporto con l’animale dal momento che desideriamo stabilire ogni sorta di contatto con animali di tutte le specie. Nella storia dell’umanità questi contatti hanno preso forme diverse. I processi del domare e dell’addomesticare, che occorre accuratamente distinguere, sono pratiche senza le quali la vita degli uomini non sarebbe nemmeno stata possibile. Se il domare l’animale consiste nel familiarizzare l’animale con l’uomo senza controllarne la riproduzione, l’addomesticamento riguarda “le specie nutrite all’interno dell’abitazione dell’uomo, o nelle sue vicinanze, e che ivi si ripoducono” [G. Saint-Hilaire, Acclimatation des animaux utiles, Paris 1856], e ha dunque come effetto l’emergere di animali che differiscono dalla forma selvaggia originaria. Questi comportamenti restano, come la cattura o la caccia, in stretto rapporto con l’appropriazione e l’utilizzazione della forza o delle capacità prospettiche dell’animale, esse sono legate alla volontà di consumarne la carne, o sfruttarne le ossa, le corna, la pelle, la madreperla, la seta... L’addomesticazione che pone dunque l’uomo al centro della sopravvivenza animale e instaura una dipendenza è dunque una forma di trappola. Ma non bisogna limitare a delle ragioni utilitaristiche l’attrazione potente e duratura che suscita l’animale. Certamente, nella nostra civilizzazione cittadina, i necessari contatti con gli animali tendono a diventare sempre più radi, mentre le specie selvagge sono minacciate. Tuttavia, sappiamo bene che né la favola né il racconto né il cartone animato né soprattutto il tamagoshi - questa macchina simulacro d’animale che crede di poter imitare la vita riducendola alla tecnologia interattiva del computer – possono pretendere di sostituirsi alla vera presenza dell’animale in confronto a chi, come noi, sogna di parlare “il linguaggio degli uccelli”.
Così la costanza del nostro desiderio pone la domanda - che non possiamo eludere - di ciò che potremmo chiamare, in mancanza di un termine più specifico, l’“emotività” animale.
Sicuramente gli animali soffrono e sicuramente provano altresì piacere a vivere, avvertono tutto e le modalità di tale sentire sono qualitativamente molto differenziate. D’altronde è spesso proprio il piacere animale, evidente ma ma in un certo senso altrettanto poco conosciuto che la sofferenza, che ci interroga più profondamente, dal momento che non ne siamo nemmeno più testimoni passivi. Dispensiamo cure e carezze ai nostri gatti, ai nostri cani, lusinghiamo i cavalli di cui apprezziamo la bardatura di seta, e il nostro affetto si vanta di un certo scambio, prendendo anche atto di un sentire di altro genere, e di un’altra corporeità che tuttavia non esclude una certa partecipazione di un piacere d’una qualità altra.
I mammiferi con un lungo periodo di maturazione conoscono un periodo della vita che possiamo senza esagerare qualificare come giovanile. E’ per questo che giovano. Buytendijk [Traité de psychologie animale, PUF, 1952] ha mostrato che il gioco degli animali aveva tutte le caratteristiche per mettere in dubbio le teorie utilitaristiche che tendono a ricondurre l’attività ludica dell’animale ad esercizi che favoriscono l’adattamento. Egli ha messo in luce la gratuità, la sovrabbondanza, la dismisura e l’originalità del gioco. Che cosa indica questa improvvisa irruzione di una quasi-libertà nella sfera vitale? Qualche cosa di ordine diverso, pare, che la soddisfazione pulsionale. Certi animali, più di altri, hanno una giovinezza. Il modo in cui essi sono in rapporto al “tempo” non è forse meno povero e una certa sensibilita agli affetti non vi deve essere correlata? In quale prospettiva può essere sviluppata la particolarità del nostro rapporto, della nostra singolare parentela a questa animalità?
Qui dobbiamo richiamare il passaggio di un racconto che ci sembra rendere perfettamente conto di ciò che chi possiede degli animali sa per esperienza. Quando nei “Quaderni di Malte Laurids Brigge” Rilke presenta, in termini precisi, una scena familiare di cui il cane Chevalier è il protagonista, crediamo di assistere ad un rito funebre improprio. In realtà vi intravediamo ciò che nessuna parola del nostro linguaggio saprebbe restituire sinteticamente.
Il cane Chevalier aveva l’abitudine di fare le feste alla persona che portava la posta; in quel giorno - la famiglia è riunita in giardino per il tè, quasi dimentica della scomparsa di questa persona, sepolta da una settimana - egli è come in attesa. In accordo con questa Stimmung [stato d’animo], il cane comincia a fare le feste a - come chiamare questa presenza dell’assente? -, a girare intorno allo “spettro” della defunta. In quest’istante anche il cerchio della famiglia comprende l’animale: “egli le correva incontro sebbene ella non venisse: per lui ella veniva. Comprendemmo che egli le correva incontro. Per due volte egli si girò verso di noi come per interrogarci. Poi si diresse verso di lei ... [...] Si sarebbe benissimo potuto credere ch’egli ce la nascondesse con i suoi salti. Ma d’un tratto ci fu un lamento, e il suo slancio lo fece piroettare e ricadere all’indietro con una maldestria bizzarra; restò steso dinnanzi a noi, stranamente, e non si mosse più”.
Uno spettro, questa è la modalità che consente all’assenza di irrompere. Nella caduta maldestra del cane, nel suo lamento di dolore c’è la percezione irrimediabile di un’assenza. Per l’anomalia rappresentata dall’abitudine disturbata l’animale accede quasi al fantasma della defunta. La trasfigurazione romanzesca di ciò che nel racconto è dato come un ricordo autentico si incarica di formulare ciò che elucideremo più avanti, la presenza-assenza, l’esistenza spettrale al nostro fianco di coloro che non sono più, attraverso la quale l’animale domestico, secondo la sua “emotività” specifica, entra in rapporto – per stupefacente che possa sembrare- con il dolore dell’assenza.
E’ effettivamente significativo che un poeta quale Rilke ci stimoli a riconoscere che l’animale può avere qualcosa da insegnarci non solamente sull’animalità in quanto tale ma anche sull’uomo stesso e, in più, su ciò che sembra esser la cosa più propria dell’uomo, la morte. Chi sa d’altronde se il nome di “morte” che diamo alla dolorosa anomalia dell’assenza non è la trappola in cui accogliamo il lutto spaventoso, per meglio tenerlo a distanza e riconciliarci filosoficamente con esso? Vorrebbe dire che il comportamento di un cane o l’evocazione letteraria di esso possono essere ritenuti capaci di insegnarci qualche cosa a proposito di un tema grave e serio di cui l’ultima messa in gioco resta la messa in gioco di tutta la filosofia?
Sappiamo bene che la vita del nostro corpo è ben lontana dall’essere la sintesi delle peripezie biologiche che affettano il nostro organismo da quando esistiamo. Tuttavia non possiamo fare del tutto astrazione del fatto che la vita è la condizione insostituibile dell’esistenza poiché è attraverso la nostra corporeità viva che esistiamo e siamo in contatto con il mondo. Così l’indice della nostra finitezza e della nostra morte è il nostro corpo vulnerabile.
Heidegger in “Essere e tempo” rivela la morte come struttura esistenziale dell’essere Heidegger scrive nel § 53: “c’è in essa [nella morte] la possibilità per il Dasein [l’uomo] di un anticipo esistentivo, ossia la possibilità d’esistere come poter-essere-intero”. Questa possibilità di esistere per così dire “in proprio” suppone l’incontro con la finitezza nel modo del compimento.
Tuttavia occorre ammettere, come ci ricorda il comportamento del cane Chevalier, che troppo spesso la morte “prematura” di questo o quel congiunto non fa che sigillare una finitezza di fatto che nessun orizzonte di senso ci autorizza ad apprendere come compimento ovvero come interezza significante. “E’ morto” non significa sempre, lo sappiamo fin troppo bene, “ha terminato di vivere”. Per quanto tentante e consolante sia la forzatura filosofica che ci spinge a decidere altrimenti, bisogna senza dubbio essere capaci di riconoscere semplicemente che qui, per noi e non solo per “lo stupido animale”, il senso può venire meno.
Sarebbe senza dubbio un’esagerazione voler tirare una lezione troppo generale dalle relazioni che intratteniamo con alcuni animali. Tuttavia resta che esiste un aspetto della Stimmung che ha la possibilità di farci entrare in risonanza con il sentire dell’uomo e quello dell’animale. La gioia serena che non parte da noi ma ci riempie e ci spinge lontano dal nostro io accentuando l’unità armonica con la vitalità di tutta la vita, si trova al cuore di questa vicinanza. Ma si dovrà mostrare, per chiarificare tale proposito e andare al di là della sua semplice plausibilità, come la disposizione e i modi o tonalità (Stimmungen) si rapportano alla corporeità viva (Leib) di tutto l’uomo.
In somma, la considerazione per la forma animale, “presenza viva la cui manifestazione sembra chiamare una visione” [Merleau-Ponty], ci invita a guardare in modo ardito alla relazione dell’uomo e dell’animale. Gli eventi che possono costituire la giovinezza, la curiosità gratuita, la forma animale rendono l’incontro, non certo con tutti gli animali ma certamente con alcuni, eminentemente significante. Occorre senza dubbio ammettere che qualcosa d’altro che le pulsioni entra allora in gioco per la nostra soddisfazione e con nostro grande stupore. E’ per questo che, per concludere, vorremmo sottolineare che la vita animale supera il quadro finalistico su cui sia Heidegger sia Merleau-Ponty non avrebbero potuto non convenire.
La vita non si comprende in termini di “finalità” poiché essa non si accontenta di essere adattata ad uno scopo, essa è in tutto e per tutto magnificenza, come tende a dire Buytendijk. Il crudele esperimento della farfalla dalle ali tarpate che vola bene altrettanto bene dei suoi simili mostra che la superficie delle ali degli insetti è indubbiamente più grande di quanto non sia strettamente necessario. Ora, questo non è che un caso di una legge più generale: le fibre dei muscoli sono più numerose di quanto serva, il cervello è più ricco di connessioni di quanto sia “utile”, i polmoni hanno una superficie respiratoria più grande del necessario per conservare la vita ecc. La vita è nella sua essenza variabilità di forme, continuità e legame delle parti, degli esseri, ricchezza infinita e sovrabbondanza ostentata. Così essa non reclama di essere solamente spiegata ma essa deve essere compresa. Ogni pensiero nasce da uno stupore che le costruzioni delle teorie scientifiche non possono annichilire. Così l’enigma dell’animalità non risiede in ciò che ci sfugge dell’animale, ma più ancora in ciò che sfuggendoci nondimeno ci affetta. -
[trad. di B. Bordato]
giovedì 7 febbraio 2008
Lo statuto dell'animalità
mercoledì 6 febbraio 2008
Animalità seconda parte
Un tema che ho consigliato a delle giovani artiste quale ricerca è" l'innocenza dell'animalità",(la quale è ingiustamente percepita come trasgressione)una condizione disprezzata quasi non ne facessimo parte o che viviamo in termini innaturali,nel senso che nell'animale il senso di colpa è assente;poi strada facendo anche perchè il compito si era fatto un po difficile (colpa mia ) abbiamo pensato a un bestiario in cui si fondono due condizioni:l'animale vero e proprio e l'essere umano,lo scopo era giungere ad una nuova figurazione in cui il corpo quale esclusivo elemento fisico decontestualizato dal valore religioso(...) potesse splendere quale splende la ""bellezza animale" nello scatto,nella potenza,nella sensualità etc,confesso che ero ben cosciente che a livello inconscio si sarebbero liberate delle dinamiche "primitive" nell'accezione positiva o piu vicine alla natura(...)e lontane dall'educazione,dall'imprinting culturale.Cosi è stato e con gioia,la ricerca artistica ha assunto una funzione pedagogica e formativa verso l'identità,le ricadute estremamente positive hanno saputo investire in piccola parte il quotidiano(...)questa operazione è piuttosto facile quando si tratta di donne le quali per qualche misterioso motivo sono piu vicine alla natura,forse perchè generano,forse perchè esprimono il proprio genio attraverso il "pensiero magico" seppure con qualche scivolone nella superstizione.L'animalità investe il quotidiano umano prepotentemente,il corpo è negato nelle sue funzioni piu vitali,piu naturali,represso,privato del suo slancio verso il nutrimento(non quello alimentareci si nutre anche di piacere!)cui segue se conseguito la serenità .Questo è uno dei temi che mi sento di proporre perchè venga svolto non certamente in termini sentimental-animalista(anche gli animali hanno un anima...) ma piuttosto nell'ottica di una pulsione interna all'uomo e legittima ,rappresentare l'animalità in tutti i contesti e relazioni attraversate dall'uomo,dalla sessualità,dall'eros sino alla gestione del territorio in termini (metropolitano) metaforici.Oppure,potrebbe essere una traccia ulteriore una ricerca sulla parentalità(che è utile affermare per stabilire un punto fermo Evulozionista e non il fantasioso "disegno intelligente") la quale passa sempre attraverso un bestiario immaginario(come in uso nel 600),fusione di corpi;metafora del rapporto che lega il divenire l dell'animale agli occhi della scienza.Controbestiario anche per rivalutare un infinito ordine di valori,utilità in antitesi al ritorno del "pensiero magico" in forze,intenzionato a restaurare un ordine antico sanguinario e maleodorante.E per chi non lo rammenta i famosi processi ai gatti neri accusati di "amicizia" col diavolo!La rappresentazione animale puo anche essere intesa in termini di proiezione di un proprio fantasma o pulsione/aspirazione e ricordo di aver parlato a A. di una possibilità di ritrattistica affiancata all'animale feticcio del committente...(in stile Surrealista)se è possibile questa operazione che richiede l'apporto del "dizionario dei simboli e dei misteri" vuol in una qualche misura, l'opera che ne scaturisce...farsi pozione,lenimento magico,inconscio,medicina!Scopriremo forse un giorno il potere lenitivo di certe immagini cosi come liberano"certe parole".Mi scuso per l'eccesso di sintesi e per il modo rozzo con cui espongo queste tracce di una questione che merita ben altri toni,spazi e dettagli.
martedì 5 febbraio 2008
Animalità

"Le parti dov'è più odore sono quelle dove si raccoglie più anima. L'occhio, che è senza odore, è specchio, non anima. Aggiungere profumi al corpo è aggiungere anima o fingere di averne, se manca, una. Gli odori troppo forti ci sono diventati sgradevoli, perché l'eccesso d'anima è intollerabile a misura che l'animalità naturale è repressa e frenata dalla civiltà."
"Guido Ceronetti"
nel mito de La Bella e la Bestia
Una riflessione di Jean Cocteau per il film francese del 1945.
La Bella e la Bestia, una fiaba nata dalla penna di madame Leprince de Beaumont, è diventato un breve tempo un mito, un mito contemporaneo: descrive il fascino ed il desiderio che istintivamente esercita sull'essere umano il connubio fra animalità e istintualità.
« In un luogo che non è altro che l'indefinito paese delle fiabe, un ricco mercante, rovinato da una tempesta in cui sono, andate perse le sue navi cariche di mercanzie, abita con le tre figlie e il figlio. Due delle figlie sono persone molto cattive che riducono in schiavitù Bella, la vera Cenerentola della famiglia.
Questo padre buono e debole, ha appreso da poco una grande notizia: una delle sue navi è stata ritrovata. [] Bella, quando suo padre si mette in cammino verso il porto, gli domanda di riportarle una rosa. [] E' l'inizio del dramma.
Immaginiamo che il pover'uomo perda il suo cammino. Cerca la strada, trascinando il cavallo per le briglie, quando intravede una luce. I rami degli alberi si scostano. Penetra in un passaggio. I rami si richiudono. Eccolo scoprire poco a poco un immenso castello vuoto, gremito di enigmi, candelabri che si accendono da soli e statue che sembrano viventi. []
Si avvicina ad un cespuglio di rose pensa alla richiesta di Bella. Ne coglie una. In quel momento l'eco che gli rimandava i suoi "Heilà!" e i suoi "C'è qualcuno?", diventa una voce terribile che grida: "Heilà!" il mercante si volta e vede la Bestia. Il suo aspetto è quello di un grande Signore con il viso e le mani di una fiera selvaggia. E questa bestia espone il misterioso postulato del racconto: "Voi avete rubato le mie rose, voi morirete. A meno che una delle vostre figlie non acconsenta di morire al vostro posto".
E' molto probabile che questa rosa sia il primo meccanismo di una trappola dove si perderà Bella, per l'eternità [].
Presso la Bestia, Bella non avrà la sorte che si attendeva. La trappola funziona a meraviglia. La Bestia la circonda di lusso e di cortesie. Perché questa bestia feroce è una buona bestia. Soffre della sua bruttezza e questa bruttezza commuove. Poco a poco Bella ne sarà toccata, ma suo padre è malato. Uno specchio magico glielo prova. Anche lei a sua volta cade malata. La Bestia finisce per socchiudere la trappola. Bella ottiene otto giorni per recarsi da suo padre con la promessa di tornare. [] Presso suo padre Bella, con i suoi abiti, suscita la gelosia delle sorelle. Loro si adoperano per carezzarla e abbindolarla con le loro false lacrime impedendole di partire. In breve la riducono di nuovo in schiavitù. Bella non ha mantenuto la sua promessa. Non osa più raggiungere il castello. Vede, nello specchio, la Bestia che piange. Nella sua casa non c'è che solitudine [].
Arriva al castello. Dov'è la Bestia? Chiama, corre, la cerca. La trova morente sul bordo dell'acqua. [] Sul bordo dell'acqua, Bella si lamenta. Supplica la Bestia di ascoltarla. La Bestia mormora "è troppo tardi". Bella arriva a dirgli "Io vi amo". [] In quel momento, la Bestia si trasforma sotto lo sguardo amoroso di Bella. E' lo sguardo d'amore di una giovane donna che doveva spezzare l'incantesimo. Bella fa un balzo indietro perché davanti a lei si para un Principe Affascinante. [] Sembra che Bella rimpianga un po' la buona bestia. [] Ma la fine di una favola è la fine di una favola.»
lunedì 4 febbraio 2008
Alexander "la Bambina e il toro"
Alexander...mi vuole bene e decide di invitarmi ad una maggiore prudenza nell'esporre certe opere nella Galleria di Beziérs,rischio di dare una cattiva immagine di me e insomma potrei pregiudicarmi qualche vendita importante (...)A parte il fatto che gli sono riconoscente d'aver con la sua intuizione (un perfetto profano)capito una delle mie opere meglio di me che l'ho fatta!!! Al punto da chiedergli in futuro di esprimere liberamente la sua opinione in merito la mio lavoro.Comunque non ho intenzione di prestare molta attenzione alla sua raccomandazione,non tanto perchè lo scandalo in se non abbia certe ricadute (...) mà perchè dell'opinione della "gente" non me ne frega un bel picchio.Uno dei quadri supposti turbare la quiete sonnolenta di Béziers è questo a fianco,una bambina che cavalca innocente,limpida in un candore assoluto un giovane torello...la mia intenzione era un invito all'amicizia con l'animalità che trovo profondamente innocente (e poi semmai colpevole di che?!).Poi...non è stato quel certo Freud (...) a scoprire la potenza della pulsione sessuale nell'infanzia sino al allora ritenuta innocente,casta (...) ?! E ancora Alexander che mi accenna alla mia fissa sul sesso perchè lo metto dappertutto nei miei quadri (...) Non credo che abbia molto capito quando gli ho accennato all'Eros umano,alla sua centralità nella formazione dell'identità,Eros e sessualità quali motori inconturnabili nel percorso,nella realizazione del desiderio,della felicità o Ataraxia o ...serenità umana.I cassetti della memoria
"Quello che crediamo di sapere non lo sappiamo" quello che abbiamo letto,intravisto,guardato non lo conosciamo,non ci appartiene ancora,crediamo di aver correttamente metabolizato l'informazione ma non è cosi;il processo è incompleto,la fenomelogia della memoria conprende in quanto specie sociale (...) nell'uomo che condivida l'informazione attraverso la parola,il gesto,lo sguardo,la scritura etc,Solo quando si ascolta se stessi nell'atto della condivisione,dello scambio l'informazione è correttamente acquisita e potrà intereagire,lievitare,fondersi nelle dinamiche generali del pensiero,fatta propria,è conoscenza.Infatti una delle tecniche per sviluppare la memoria orale (...) consiste a leggere ad alta voce un testo,lettura e ascolto al tempo stesso,far lezione a se stessi.molti grandi artisti si sono permessi durante le sedute di pittura un lettore(ad esempio Picasso ascoltava di Mitologia)con cui intereagire.Ecco perchè lo scambio è al centro dell'evoluzione umana;abbiamo piu cassetti della memoria e certamente quello sociale (...) è quello di cui dobbiamo aver maggior cura.
domenica 3 febbraio 2008
Picasso

La lotta
sottomano,sulla punta del pennello,vuotarlo,ricaricarlo di altre mescole a loro volta da riversare qui o là sino all'esaurimento,in alternativa si perde tempo a pulire lo strumento ed energia,si perde il filo per modo di dire(...)e il tempo fugge e cosi l'energia,la forza che abbiamo accumulato nell'attesa di cimentarci con l'opera;tutta l'operazione richiede una velocità nervosa e ispirata,questo almeno in alcune se non la maggioranza delle opere d'invenzione(....)o di ricerca delle tracce coloristiche o altre(parti della tela finite che indicano la via che porta alla fine...).Un altro metodo è di diluire il meno possibile i colori e gettarli a crudo nei punti che piu ci interessano(specie i lumi,le luci e poco importa lo spessore materico che acquista l'opera(tanto tra un secolo la gravità lo avrà appiattita!)Ecco perchè occorre una fase di riposo,di rilassamento prima di accingersi al lavoro, diciamo di creazione.Viene utile aver già abbozzato grossolanamente l'opera nella sua struttura sommaria e il giorno dopo con freschezza si puo imboccare la parte finale del percorso.Indubbiamente l'energia è in relazione all'età dell'artista ed alle tecniche in cui si adopera,un giovane puo passare tutta una notte su un opera piu agevolmente,al contrario oltre una certa età ci si deve affidare all'ingegno,ai trucchi e alla pazienza,quella certa incosciente irruenza non ci appartiene piu(...)ne consegue pure qualche gratificazione,ad esempio un piacere diluito,posticipato al giorno dopo...una sorta di "coitus interoptus"e ad ogni modo sono i risultati che contano.
Picasso è uno dei maestri nelle tecniche piu rapide e potete osservarlo nel film documentario di Cluzot,in bianco e nero fatto negli studi di Nizza(scaricatelo con Emule),oppure soffermatevi con piu attenzione in un museo sulle sue opere piu tarde.Piu in generale nelle opere dei maestri piu anziani osserverete uno sforzo costante verso la sinteticità,l'economia delle energie per giungere alla fase finale,decisiva,improcastinabile in cui un ultimo barlume,un ultimo scatto(...)inchioda,afferra e fissa per sempre qualcosa che abbiamo creduto inafferrabile e indefinibile,almeno nella nostra mente ma ora che è là...è tutt'altra cosa,è immobile,adesso finalmente ci appartiene.
Quando vi chiedono lo sconto

Lo scarafaggio il Re e Dakar
Ricordo che nel 1989 a Dakar (in Senegal) sono ospite di Madame Awa Ndiane (Ministro alla Cultura),predispose per me una camera con un balconcino e vista sulla strada sabbiosa di un coloratissimo quartiere popolare.E li che mi accade un fatto curioso a cui non ho mai saputo fornire una spiegazione convincente:sognai di uno scarafaggio lungo quanto basta ad intimorire (...) gonfio di rabbia e coraggio per la mia invasione di campo inopportuna nei suoi domini decide di mordermi nel sonno e abbastanzadolorosamente,immediatamente mi risveglio e sorprendo lo scarafaggio(cafard,cucaracha,beatles) con ancora le mandibole serrate al mio sopracciglio!Con un gesto rabbia lo allontano e lo schiaccio selvaggiamente sotto la pianta del mio piede.Dopo una sigaretta riprendo il mio umido sonno tropicale(40°all'ombra anche di notte!);vengo svegliato di nuovo da un vociferare di folla isterica,una marea di scarafaggi mi circondava visibilmente li per li per prendermi d'assedio.Si avanza quella che sembra una autorità e lo era,un Re...e mi redarguisce aspramente per aver ucciso uno dei suoi sudditi,accuse e minacce di vendetta miste a richiesta di giustificazione si alternano....in breve stizzito mi alzo e comincio una forsennata caccia inseguendoli sino sul balcone,quelli che non sfracello a piedi nudi vengono scopati fuori dal balcone,sulla strada,un massacro,non ricordo se ho ucciso il Re,ma ricordo bene che ben pochi riuscirono a nascondersi e a fuggire,con un che di soddisfazione contemplo il campo dello scontro,della battaglia.In quell'istante mi sveglio con una percezione dolorosa,avevo uno scarafaggione attacato al sopracciglio e non voleva mollare la presa,staccarlo fu doloroso (...) passai il resto della notte a pormi degli interrogativi sul film,sulla velocità del pensiero,sul realismo della cosa e sui tempi ,una storia complessa si sruota realisticamente e razionalmente in una frazione di secondo...mente d'artista?





