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giovedì 7 febbraio 2008

Lo statuto dell'animalità


Traduzione parziale di un articolo di filosofia che si interroga sull'animalità portando l'attenzione sul carattere di evento che l'incontro con l'animale può rappresentare.
LO STATUTO DELL’ANIMALITA’ - Ingrid Auriol
L’intenzione di tradurre il seguente articolo, seppur parzialmente (la quarta e ultima parte), è da ricondurre all’interesse che suscitano, e dovrebbero suscitare, pensieri che tentano di pensare in altro modo rispetto a quello espresso dalla razionalità occidentale il rapporto dell’uomo con l’animale e viceversa. L’interesse è inoltre incrementato dalla piacevole sorpresa di trovare un tale pensiero espresso in un’autorevole rivista specialistica qual è “Heidegger Studies” (2001, pp. 135-153), dedicata appunto al pensiero del filosofo tedesco.

Sono necessarie alcune parole introduttive per collocare la parte conclusiva nel contesto dell’articolo. La prima parte riprende la tematizzazione del rapporto dell’uomo con l’animale in due pensatori del Novecento, Merleau-Ponty e Martin Heidegger, rispettivamente nei luoghi che risultano di maggior interesse per la questione, in alcune pagine delle lezioni del 1957/58 al Collegio di Francia dedicate al concetto di natura e nel corso “I concetti fondamentali della metafisica” del 1929/30. Entrambi tentano, Merleau-Ponty con maggior guadagno, di ripensare lo statuto dell’animalità libero da gerarchizzazioni.

Merleau-Ponty discute infatti, tra gli altri, anche il testo del biologo svizzero Adolf Portmann, “La forma degli animali. Studi sul significato dell’apparire (Erscheinung) dell’animale” del 1948 (Feltrinelli 1960), che rivendicava uno sguardo, non solo scientifico, all’animale sotto il rispetto della forma, del suo apparire e mostrarsi, in sede intra-e interspecifica. L’animale ha una propria corporeità ovvero visibilità che non deve venire ridotta all’analisi anatomica, poiché è solo guardando all’interno, secondo Portmann, che esso ci può sembrare “macchina”, secondo la nota tesi cartesiana. Con questo il biologo polemizzava con il principio necessitaristico alla Monod e quello utilitaristico della teoria dell’evoluzione di Darwin che non riesce in ultimo a spiegare la ricchezza fenomenica presente nel mondo: il perché, in sostanza, la natura non si serve quasi mai della via più diretta per soddisfare i propri bisogni, perché essa sia così antieconomica, perché abbia bisogno di tanta varietà di colori disegni forme espressioni vitali, tutti elementi che hanno il loro senso nell’essere percepiti, essere per altri che guardano, nello scatenare piacere, quello originario sensibile, dello sguardo o del tatto. La vita come godimento (jouissance) compare anche nel testo seguente al posto dell’idea schopenhaueriana della vita come cieco istinto, volontà.

La seconda parte, che coincide con l’ultima, qui tradotta, prosegue l’indicazione offerta da Merleau-Ponty per portare l’attenzione sul carattere di evento che può diventare l’apparire di un animale, talvolta evento di accordo “emotivo” perfetto.

Il testo parte, anch’esso, dalla nota constatazione che l’animalità è sempre stata scambiata con la bestialità al fine di presentare l’uomo come essere vivente dotato di ragione, e dunque vicino al “divino”, o come il coronamento della creazione, nella tradizione giudaico-cristiana.
L’idea, che esso indica non a caso attraverso il ricorso ad esperienze consegnate alla scrittura poetica o letteraria, è nel pensiero che ci si avvicina al che-cos’è l’animale solo attraverso l’esperienza dell’incontro di noi con la sua presenza viva e di lui con noi. Solo questa esperienza è il luogo in cui l’animale ci appare come un enigma, che attira e inquieta ad un tempo, secondo quel duplice carattere che è proprio dell’“alterità” che si rivela, avvertita come vicina e insieme irraggiungibile. Tale esperienza è - “checché noi ne pensiamo”, dice Merleau-Ponty - indisgiungibile dalla nostra capacità di empatia.

Questo piccolo lavoro non può che essere dedicato a Roberto.


- E’ nell’età in cui veniamo cullati, se non è quella, come sostiene Platone, in cui veniamo presi per il naso dai racconti della balia, che spesso si incontrano gli animali per la prima volta. Ora, ben pochi filosofi si ricordano, per rallegrarsene, di essere stati bambini. Certamente è un età (verso i due, tre anni) che possiamo senza dubbio qualificare come ingenua, in cui certi bambini sembrano non avere il senso per ciò che li distingue dagli animali. Un bambino di quest’età potrebbe dunque stupirsi delle “mani” del cane, poiché non ha alcuna idea di ciò che chiamiamo “l’unità del genere umano”. Questa ingenuità merita un qualche considerazione.

In effetti, una volta che ci si è presi cura di allontanare la proiezione sull’animale della corporeità umana e soprattutto – errore diffuso e non meno grossolano –l’introiezione nell’animale della spiritualità umana, l’atteggiamento del bambino continua ad interrogarci. Esso parteggia per una fenomenologia dell’incontro dell’uomo con l’animale e – ciò che è maggiormente singolare – dell’animale con l’uomo. Quest’esperienza di incontro è di una portata non trascurabile. Essa è anzitutto fondata sull’interanimalità in quanto tale: noi effettivamente incontriamo l’animale perché esso può dapprima incontrare i suoi simili. Quando incontriamo un cinghiale camminando nel bosco, non incontriamo un organismo. Quando l’animale s’arresta prima di sparire nella macchia, siamo stupiti, vagamente inquieti e insieme perfettamente meravigliati. Questo stupore ci invita a considerare un tale incontro come un evento. Un poema di Sylvia Plath [la poetessa americana morta suicida nel 1963 a 31 anni] tratta dalla raccolta “Crossing the Water” ci offre l’occasione di coglierlo. La poesia si intitola Il fagiano [la riporto per intero e in originale]:

Pheasant.
You said you would kill it this morning.
Do not kill it. It startles me still,
The jut of that odd, dark head, pacing
Through the uncut grass on the elm's hill.
It is something to own a pheasant,
Or just to be visited at all.
I am not mystical : it isn't
As if I thought it had a spirit.
It is simply in its element.
That gives it a kingliness, a right.
The print of its big foot last winter,
The tail-track, on the snow in our court-
The wonder of it, in that pallor,
Through crosshatch of sparrow and starling.
Is it its rareness, then? It is rare.
But a dozen would be worth having,
A hundred, on that hill - green and red,
Crossing and recrossing : a fine thing!
It is such a good shape, so vivid.
It's a little cornucopia.
It unclaps, brown as a leaf, and loud,
Settles in the elm, and is easy.
It was sunning in the narcissi.
I trespass stupidly. Let be, let be

Binswanger racconta come il malato Bruno Brandt, quando stava per impiccarsi ad un albero del bosco, accorgendosi improvvisamente una donnola o un animale simile tra il fogliame, si dice: - non hai ancora mai visto una donnola, lasciati del tempo. Avendo osservato l’animale egli dovette constatare che l’intenzione di suicidarsi era svanita. Occorre senza dubbio ammettere che una malinconia capace di fermarsi dinnanzi a una donnola non è già più ad una fase profonda. Si tratta dunque di provare a cogliere l’evento riferito, con la serietà e precauzione con cui si prende una parabola.

La vivacità dell’animale, che ha in certa misura già da sempre acconsentito alla vita vivente e non si cura di alcuna “volontà”, come la donnola, non è ciò che suscita in molti, come improvvisamente in questo malato, lo stupore di trovarsi in presenza dell’animale e il desiderio di restarci?

Occorre dunque riconoscere che gli animali mostrano una grazia incomparabile e gioire/godere della vita e nulla vieta di pensare che questa gioia sia perfettamente in accordo con la vita vivente. Ora, ciò non è affatto estraneo all’enigma dell’animalità. Questo è forse ciò che l’evento dell’incontro con la donnola rivela al malato Bruno Brandt. La vita si manifesta allora non come volontà ma come godimento, ovvero come assenso a ciò che nessun vivente può decidere o volere, poiché la vita gli accade. Da qui probabilmente la “regalità” (kingliness) evocata nella poesia di Sylvia Plath.

Senza dubbio ammettiamo un po’ rapidamente che l’essenza della corporeità animale risiede in ciò che la scienza ci spinge a studiare: l’organismo considerato non nel suo apparire ma relativamente a ciò che non si vede, ossia la vita intraorganica. Già l’osservazione dell’animale nel suo ambiente, di cui già l’etologia ha il merito di rendere conto, l’attenzione prestata anche al suo apparire, ai movimenti che animano la sua “forma”, in breve alla sua propria “vita” hanno già di che sorprenderci e rapirci. Non è da escludere che restiamo stregati proprio da quest’altro modo di sentire in cui indoviniamo una specifica pienezza che non si lascia ridurre ad uno al di qua dell’umano.

La vita non esaurisce tuttavia tutte le possibilità di rapporto con l’animale dal momento che desideriamo stabilire ogni sorta di contatto con animali di tutte le specie. Nella storia dell’umanità questi contatti hanno preso forme diverse. I processi del domare e dell’addomesticare, che occorre accuratamente distinguere, sono pratiche senza le quali la vita degli uomini non sarebbe nemmeno stata possibile. Se il domare l’animale consiste nel familiarizzare l’animale con l’uomo senza controllarne la riproduzione, l’addomesticamento riguarda “le specie nutrite all’interno dell’abitazione dell’uomo, o nelle sue vicinanze, e che ivi si ripoducono” [G. Saint-Hilaire, Acclimatation des animaux utiles, Paris 1856], e ha dunque come effetto l’emergere di animali che differiscono dalla forma selvaggia originaria. Questi comportamenti restano, come la cattura o la caccia, in stretto rapporto con l’appropriazione e l’utilizzazione della forza o delle capacità prospettiche dell’animale, esse sono legate alla volontà di consumarne la carne, o sfruttarne le ossa, le corna, la pelle, la madreperla, la seta... L’addomesticazione che pone dunque l’uomo al centro della sopravvivenza animale e instaura una dipendenza è dunque una forma di trappola. Ma non bisogna limitare a delle ragioni utilitaristiche l’attrazione potente e duratura che suscita l’animale. Certamente, nella nostra civilizzazione cittadina, i necessari contatti con gli animali tendono a diventare sempre più radi, mentre le specie selvagge sono minacciate. Tuttavia, sappiamo bene che né la favola né il racconto né il cartone animato né soprattutto il tamagoshi - questa macchina simulacro d’animale che crede di poter imitare la vita riducendola alla tecnologia interattiva del computer – possono pretendere di sostituirsi alla vera presenza dell’animale in confronto a chi, come noi, sogna di parlare “il linguaggio degli uccelli”.

Così la costanza del nostro desiderio pone la domanda - che non possiamo eludere - di ciò che potremmo chiamare, in mancanza di un termine più specifico, l’“emotività” animale.
Sicuramente gli animali soffrono e sicuramente provano altresì piacere a vivere, avvertono tutto e le modalità di tale sentire sono qualitativamente molto differenziate. D’altronde è spesso proprio il piacere animale, evidente ma ma in un certo senso altrettanto poco conosciuto che la sofferenza, che ci interroga più profondamente, dal momento che non ne siamo nemmeno più testimoni passivi. Dispensiamo cure e carezze ai nostri gatti, ai nostri cani, lusinghiamo i cavalli di cui apprezziamo la bardatura di seta, e il nostro affetto si vanta di un certo scambio, prendendo anche atto di un sentire di altro genere, e di un’altra corporeità che tuttavia non esclude una certa partecipazione di un piacere d’una qualità altra.

I mammiferi con un lungo periodo di maturazione conoscono un periodo della vita che possiamo senza esagerare qualificare come giovanile. E’ per questo che giovano. Buytendijk [Traité de psychologie animale, PUF, 1952] ha mostrato che il gioco degli animali aveva tutte le caratteristiche per mettere in dubbio le teorie utilitaristiche che tendono a ricondurre l’attività ludica dell’animale ad esercizi che favoriscono l’adattamento. Egli ha messo in luce la gratuità, la sovrabbondanza, la dismisura e l’originalità del gioco. Che cosa indica questa improvvisa irruzione di una quasi-libertà nella sfera vitale? Qualche cosa di ordine diverso, pare, che la soddisfazione pulsionale. Certi animali, più di altri, hanno una giovinezza. Il modo in cui essi sono in rapporto al “tempo” non è forse meno povero e una certa sensibilita agli affetti non vi deve essere correlata? In quale prospettiva può essere sviluppata la particolarità del nostro rapporto, della nostra singolare parentela a questa animalità?

Qui dobbiamo richiamare il passaggio di un racconto che ci sembra rendere perfettamente conto di ciò che chi possiede degli animali sa per esperienza. Quando nei “Quaderni di Malte Laurids Brigge” Rilke presenta, in termini precisi, una scena familiare di cui il cane Chevalier è il protagonista, crediamo di assistere ad un rito funebre improprio. In realtà vi intravediamo ciò che nessuna parola del nostro linguaggio saprebbe restituire sinteticamente.

Il cane Chevalier aveva l’abitudine di fare le feste alla persona che portava la posta; in quel giorno - la famiglia è riunita in giardino per il tè, quasi dimentica della scomparsa di questa persona, sepolta da una settimana - egli è come in attesa. In accordo con questa Stimmung [stato d’animo], il cane comincia a fare le feste a - come chiamare questa presenza dell’assente? -, a girare intorno allo “spettro” della defunta. In quest’istante anche il cerchio della famiglia comprende l’animale: “egli le correva incontro sebbene ella non venisse: per lui ella veniva. Comprendemmo che egli le correva incontro. Per due volte egli si girò verso di noi come per interrogarci. Poi si diresse verso di lei ... [...] Si sarebbe benissimo potuto credere ch’egli ce la nascondesse con i suoi salti. Ma d’un tratto ci fu un lamento, e il suo slancio lo fece piroettare e ricadere all’indietro con una maldestria bizzarra; restò steso dinnanzi a noi, stranamente, e non si mosse più”.

Uno spettro, questa è la modalità che consente all’assenza di irrompere. Nella caduta maldestra del cane, nel suo lamento di dolore c’è la percezione irrimediabile di un’assenza. Per l’anomalia rappresentata dall’abitudine disturbata l’animale accede quasi al fantasma della defunta. La trasfigurazione romanzesca di ciò che nel racconto è dato come un ricordo autentico si incarica di formulare ciò che elucideremo più avanti, la presenza-assenza, l’esistenza spettrale al nostro fianco di coloro che non sono più, attraverso la quale l’animale domestico, secondo la sua “emotività” specifica, entra in rapporto – per stupefacente che possa sembrare- con il dolore dell’assenza.

E’ effettivamente significativo che un poeta quale Rilke ci stimoli a riconoscere che l’animale può avere qualcosa da insegnarci non solamente sull’animalità in quanto tale ma anche sull’uomo stesso e, in più, su ciò che sembra esser la cosa più propria dell’uomo, la morte. Chi sa d’altronde se il nome di “morte” che diamo alla dolorosa anomalia dell’assenza non è la trappola in cui accogliamo il lutto spaventoso, per meglio tenerlo a distanza e riconciliarci filosoficamente con esso? Vorrebbe dire che il comportamento di un cane o l’evocazione letteraria di esso possono essere ritenuti capaci di insegnarci qualche cosa a proposito di un tema grave e serio di cui l’ultima messa in gioco resta la messa in gioco di tutta la filosofia?

Sappiamo bene che la vita del nostro corpo è ben lontana dall’essere la sintesi delle peripezie biologiche che affettano il nostro organismo da quando esistiamo. Tuttavia non possiamo fare del tutto astrazione del fatto che la vita è la condizione insostituibile dell’esistenza poiché è attraverso la nostra corporeità viva che esistiamo e siamo in contatto con il mondo. Così l’indice della nostra finitezza e della nostra morte è il nostro corpo vulnerabile.
Heidegger in “Essere e tempo” rivela la morte come struttura esistenziale dell’essere Heidegger scrive nel § 53: “c’è in essa [nella morte] la possibilità per il Dasein [l’uomo] di un anticipo esistentivo, ossia la possibilità d’esistere come poter-essere-intero”. Questa possibilità di esistere per così dire “in proprio” suppone l’incontro con la finitezza nel modo del compimento.

Tuttavia occorre ammettere, come ci ricorda il comportamento del cane Chevalier, che troppo spesso la morte “prematura” di questo o quel congiunto non fa che sigillare una finitezza di fatto che nessun orizzonte di senso ci autorizza ad apprendere come compimento ovvero come interezza significante. “E’ morto” non significa sempre, lo sappiamo fin troppo bene, “ha terminato di vivere”. Per quanto tentante e consolante sia la forzatura filosofica che ci spinge a decidere altrimenti, bisogna senza dubbio essere capaci di riconoscere semplicemente che qui, per noi e non solo per “lo stupido animale”, il senso può venire meno.

Sarebbe senza dubbio un’esagerazione voler tirare una lezione troppo generale dalle relazioni che intratteniamo con alcuni animali. Tuttavia resta che esiste un aspetto della Stimmung che ha la possibilità di farci entrare in risonanza con il sentire dell’uomo e quello dell’animale. La gioia serena che non parte da noi ma ci riempie e ci spinge lontano dal nostro io accentuando l’unità armonica con la vitalità di tutta la vita, si trova al cuore di questa vicinanza. Ma si dovrà mostrare, per chiarificare tale proposito e andare al di là della sua semplice plausibilità, come la disposizione e i modi o tonalità (Stimmungen) si rapportano alla corporeità viva (Leib) di tutto l’uomo.
In somma, la considerazione per la forma animale, “presenza viva la cui manifestazione sembra chiamare una visione” [Merleau-Ponty], ci invita a guardare in modo ardito alla relazione dell’uomo e dell’animale. Gli eventi che possono costituire la giovinezza, la curiosità gratuita, la forma animale rendono l’incontro, non certo con tutti gli animali ma certamente con alcuni, eminentemente significante. Occorre senza dubbio ammettere che qualcosa d’altro che le pulsioni entra allora in gioco per la nostra soddisfazione e con nostro grande stupore. E’ per questo che, per concludere, vorremmo sottolineare che la vita animale supera il quadro finalistico su cui sia Heidegger sia Merleau-Ponty non avrebbero potuto non convenire.
La vita non si comprende in termini di “finalità” poiché essa non si accontenta di essere adattata ad uno scopo, essa è in tutto e per tutto magnificenza, come tende a dire Buytendijk. Il crudele esperimento della farfalla dalle ali tarpate che vola bene altrettanto bene dei suoi simili mostra che la superficie delle ali degli insetti è indubbiamente più grande di quanto non sia strettamente necessario. Ora, questo non è che un caso di una legge più generale: le fibre dei muscoli sono più numerose di quanto serva, il cervello è più ricco di connessioni di quanto sia “utile”, i polmoni hanno una superficie respiratoria più grande del necessario per conservare la vita ecc. La vita è nella sua essenza variabilità di forme, continuità e legame delle parti, degli esseri, ricchezza infinita e sovrabbondanza ostentata. Così essa non reclama di essere solamente spiegata ma essa deve essere compresa. Ogni pensiero nasce da uno stupore che le costruzioni delle teorie scientifiche non possono annichilire. Così l’enigma dell’animalità non risiede in ciò che ci sfugge dell’animale, ma più ancora in ciò che sfuggendoci nondimeno ci affetta. -
[trad. di B. Bordato]

venerdì 29 gennaio 2010

Lezione di Anatomia Kaibo Zonshinzu anatomy scrolls 1819

Non credo che nella rappresentazione dell'anatomia umana ci sia mai stato il tatto,la sensibilità,la delicatezza che dimostra Kaibo Zonshinzu cosi attento a trasmettere la lezione di anatomia cercando al contempo di lasciare quel che resta della dignita del corpo offeso dalla mortalità,dalla finitezza.
Il corpo che dissecca  esprime da un lato il senso del tragico e dall'altro la spoglia rivelata cone se dipingesse la natura vegetale,un fiore,un frutto aperto,sbucciato sino alla sua essenza.
Una visione ancora permeata dallo spirito religioso orientale.

Kaibo Zonshinzu anatomy scrolls
Kaibo Zonshinzu anatomy scrolls
Kaibo Zonshinzu anatomy scrolls
Kaibo Zonshinzu anatomy scrolls
Kaibo Zonshinzu anatomy scrolls
Kaibo Zonshinzu anatomy scrolls
Kaibo Zonshinzu anatomy scrolls
Kaibo Zonshinzu anatomy scrolls
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mercoledì 21 marzo 2012

MAFIOSO CINESE METTE FOTO ONLINE


  
Un mafioso "imprenditoria cinese" un gangster cinese mette online il suo album fotografico,le sue immagini più intime suppongo,i suoi affetti più cari,l'operazione di puro marketing dovrebbe servire a consolidare la personale immagine di potenza,lo status,notate il marchio italia su un certo oggetto,l'occasionale vittima che si becca una coltellata non poteva mancare (...) l'eros del personaggio è condensato nelle innumerevoli apparizioni della Porche,forse per pudore non appaiono donne nel raggio di un chilometro...
I Tatto ci sono giusto per rispettare le buone antiche tradizioni (...) al pari dei narcotrafficanti messicani che si permettono lo zoo privato il personaggio esibisce un piccolo Orso,infine rappresentate le pause,i momenti di relax con i pacchi di banconote al che si deduce che non si fida delle banche (...) mica scemo !
Per ovvie ragioni non puo concedersi al sorriso,solo un accenno,ne và della sua reputazione !
La polizia ? Ecco avrei qualche ipotesi ma prima vorrei sentire la vostra opinione e per favore non venitemi a dire di suggerirgli di cambiare barbiere !


















martedì 27 aprile 2010

BURLESQUE STRANAMORE TATTO



Il dottor Stranamore, ovvero: " come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba ", più brevemente conosciuto come Il dottor Stranamore, è un film del 1964 girato come una commedia nera da Stanley Kubrick; il soggetto è liberamente tratto dal romanzo Allarme rosso (Red Alert, 1958) di Peter George. L'attore principale è Peter Sellers che interpreta ben tre personaggi, tra cui il Dottor Stranamore.

TRAMA-Il folle generale Jack D. Ripper (Sterling Hayden), comandante di una base di bombardieri strategici B-52 dell'Aviazione militare statunitense, abusa della propria posizione e da il via al piano "R" per iniziare una guerra nucleare contro l'Unione Sovietica all'insaputa del Presidente degli Stati Uniti d'America, Merkin Muffley (Peter Sellers). Il generale fa diramare agli aerei[1] l'ordine di attacco "R", piano di reazione nucleare previsto come deterrente contro attacchi di sorpresa volti a tagliare la catena gerarchica: nella sua mente malata, l'unica opzione che rimarrà al Presidente sarà quella di ordinare l'attacco in massa contro l'URSS per scongiurare una pesante rappresaglia.
Nessun americano è informato dell'esistenza dell'"ordigno fine di mondo", costruito dai sovietici per distruggere la Terra nel caso che una guerra nucleare minacciasse l'URSS di sconfitta totale (tale ordigno era stato effettivamente ipotizzato dallo scienziato Edward Teller): l'ambasciatore russo Alexi De Sadeski (Peter Bull) informa i presenti nella War room del Pentagono dell'esistenza dell'ordigno e del fatto che esso entri in funzione automaticamente in caso di attacco atomico sul suolo russo o di un qualsiasi tentativo di disinnesco manuale. Il dottor Stranamore[2] (Peter Sellers), uno scienziato ex nazista naturalizzato americano, spiega come questo sia fondamentale per rendere credibile l'ordigno come deterrente nucleare: il deterrente comunque è fallito perché non ne è stata data pubblicità al mondo intero.
Al Presidente è immediatamente chiaro che per salvare la Terra occorre collaborare coi russi per fare abbattere dalla contraerea tutti i bombardieri inviati dal generale Ripper, nonostante le ritrosie del generale "Buck" Turgidson (George C. Scott). Nella base aerea intanto l'ufficiale di collegamento dell'aviazione britannica Lionel Mandrake (Peter Sellers) scopre il codice per richiamare i bombardieri: tutti gli aerei non abbattuti tornano alla base tranne uno, perché colpito dalla contraerea ha la radio di bordo non più funzionante.
I danni all'aereo sono così gravi che il bersaglio primario e secondario non possono essere raggiunti per la perdita di carburante per cui il comandante e pilota, maggiore T.J."King" Kong (Slim Pickens) continua la sua missione su un terzo obiettivo, eludendo la contraerea e portando al successo la propria missione, pur perdendo stupidamente la vita; infatti, mentre cerca di sganciare manualmente la bomba, essa precipita insieme all'aviatore, che si dissolve con la testata in un enorme fungo atomico. Lo scoppio innesca l'olocausto nucleare: le esplosioni nucleari illuminano il cielo sulle note di We'll Meet Again di Vera Lynn, canzone ottimistica e sentimentale, ma dotata anche di una vena di tristezza, della seconda guerra mondiale.[3]
Il Dr. Stranamore propone al Presidente di creare nelle miniere una sorta di Arca di Noè sotterranea in cui esseri umani scelti in funzione della propria capacità riproduttiva e del proprio stato gerarchico possano attendere che la superficie della Terra torni abitabile.

sabato 26 marzo 2011

SANTE E PECCATRICI A FIOR DI PELLE




Documentario sul Tatto nelle carceri della Russia Profonda





di Enrica Murru


Le più note tatuatrici italiane sono protagoniste di un progetto artistico insolito. Rivisitare l'iconografia delle sante della tradizione cattolica in chiave gotico-dark. Intervista all'ideatrice del progetto, Viola Von Hell


Le Sante Peccatrici sono donne che hanno fatto una scelta irrevocabile, difficile da sostenere, spesso invisa alle persone cosiddette comuni, raramente compresa in tutta la sua forza dirompente. Che il motivo di una simile presa di posizione sia la fede cristiana diventa, nella collettiva in mostra alla Mondo Bizzarro Gallery di Roma dal 26 marzo al 14 aprile, un corollario del tutto accessorio. La cosa che preme evidenziare di questa esposizione ce la spiega Viola Von Hell, curatrice e tatuatrice, come tatuatrici sono le artiste le cui opere sono in mostra.


Perché una mostra sulle Sante Peccatrici?
Questa è prima di tutto una mostra tesa a evidenziare il lavoro delle tatuatrici europee, un lavoro che è anche, per forza di cose, passione, una passione bruciante e totalizzante come quella delle Sante rappresentate. E un lavoro, anche, spesso tenuto in disparte e misconosciuto, nonostante negli ultimi dieci anni si sia evoluto a passi da gigante.


A cosa è dovuta questa evoluzione?
E' come se le ragazze che tatuano fossero diventate tutto ad un tratto più brave. Probabilmente è tutta una questione di acquisizione di coraggio e di voglia di mettersi in gioco. Quella del tatuaggio è sempre stata un'arte vicina al mondo femminile, fatta com'è di disegno e illustrazione, ma la sua componente maschile, quella che riguarda la fisicità, il sacrificio anche della sfera personale e l'impegno massacrante, teneva le donne in seconda linea.


Oltre che con un'abnegazione totalizzante, come si diventa "brave tatuatrici"?
Bisogna fare molta ricerca, cercare fonti, ispirazione. Poi è necessario diversificare il proprio lavoro. E non va sottovalutato il possesso di una necessaria consapevolezza: si mettono le mani su una persona in maniera irreparabile, si deve essere responsabili!


Perché questo tema, le Sante Peccatrici?
Le sante sono prima di tutto donne. Donne che hanno scelto di seguire un ideale con dedizione spesso mortale. � una metafora della fedeltà della tatuatrice al proprio lavoro, alla sua passione. Nonostante siano state martirizzate e tormentate, le sante hanno perseguito il proprio obiettivo, proprio come hanno fatto e fanno tuttora queste artiste del tatuaggio. I 31 soggetti scelti, poi, sono particolarmente interessanti, hanno storie particolari come particolari e variegati sono gli stili delle tatuatrici scelte, le migliori italiane (anche se alcune lavorano come guest all'estero).


La mostra è corredata da un catalogo edito da Luca Mamone, la cui introduzione è firmata da Luisa Gnecchi Ruscone, antropologa esperta di tatuaggi e donna tatuata. Un piccolo stralcio è utile a gettare ulteriore luce sulla mostra: "Perché le donne molto tatuate suscitano emozioni negative così violente? Penso che sia perché esse infrangono tabù ancora molto radicati nella cultura borghese: la donna moderna è sì libera di intervenire sul suo corpo e sul suo aspetto, modificandolo anche pesantemente, purché lo faccia per piacere all'uomo; quando invece essa decide di farlo per se stessa, autonomamente e liberamente, diventa inquietante e 'pericolosa'. [..] L'autonomia si paga con l'emarginazione sociale: c'è chi pensa che ne valga la pena. Oggi (per le donne) tatuarsi è ancora un modo per manifestare indipendenza, autonomia e la volontà di essere padrone del proprio corpo. [..] Un gesto simbolico, un segno della loro capacità di riprendere in mano la propria vita."

mercoledì 20 maggio 2009

Nuovi Tatto (e gratis) con effetto bassorilievo per stoici Pierini



Godetevi questo piccolo stoico video,farsi un tatuaggio da se e abbastanza in fretta con una precisione giapponese e un raffinatissimo effetto rilievo sull'epidermide dato dal laser della stampante;Certo è da immaginare che sarano prese d'assalto le stampanti delle scuole,dei licei e stavolta non solo per fotocopiare Harry Potter ! L'effetto ustionante del laser sotto gli occhi lascia ben presto il posto alla fierezza per il superamento della prova ed all'orgoglio per l'effetto estetico che puo essere ampliato con la scelta di un soggetto piu appropriato (un disegno piu fitto e complesso).L'epidermide ustionata si solleverà omogenea come se fosse una cicatrice esattamente là dove il disegno del soggetto lo comanda,l'effetto della luce creerà dell'ombra nelle parti non ustionate esaltando ancora di piu il vostro oggetto d'esibizione sado-maso-sex!

sabato 14 novembre 2009

Steven Heward, du Heward Dental Lab Tatto dentale,denti tatuati

Steven Heward propone alla sua clientela "tribale " metropolitana di farsi tatuare i denti,il fatto è che è piuttosto bravo e convincente come potete ammirare.


Steven Heward, du Heward Dental Lab
dans l'Utah, dessine des tatouages, sur vos dents,
ou plutôt, sur vos couronnes, de personnages
célèbres ou d'animaux...

Steven Heward, from Heward Dental Lab in Utah, specializes
in drawing tattoos (portraits of famous people or animals) on teeth
(more accurately on crowns)...



 
 

venerdì 25 marzo 2011

TATUAGGIO TATTO "SANTE E PECCATRICI"

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di Enrica Murru


Le più note tatuatrici italiane sono protagoniste di un progetto artistico insolito. Rivisitare l'iconografia delle sante della tradizione cattolica in chiave gotico-dark. Intervista all'ideatrice del progetto, Viola Von Hell


Le Sante Peccatrici sono donne che hanno fatto una scelta irrevocabile, difficile da sostenere, spesso invisa alle persone cosiddette comuni, raramente compresa in tutta la sua forza dirompente. Che il motivo di una simile presa di posizione sia la fede cristiana diventa, nella collettiva in mostra alla Mondo Bizzarro Gallery di Roma dal 26 marzo al 14 aprile, un corollario del tutto accessorio. La cosa che preme evidenziare di questa esposizione ce la spiega Viola Von Hell, curatrice e tatuatrice, come tatuatrici sono le artiste le cui opere sono in mostra.


Perché una mostra sulle Sante Peccatrici?
Questa è prima di tutto una mostra tesa a evidenziare il lavoro delle tatuatrici europee, un lavoro che è anche, per forza di cose, passione, una passione bruciante e totalizzante come quella delle Sante rappresentate. E un lavoro, anche, spesso tenuto in disparte e misconosciuto, nonostante negli ultimi dieci anni si sia evoluto a passi da gigante.


A cosa è dovuta questa evoluzione?
E' come se le ragazze che tatuano fossero diventate tutto ad un tratto più brave. Probabilmente è tutta una questione di acquisizione di coraggio e di voglia di mettersi in gioco. Quella del tatuaggio è sempre stata un'arte vicina al mondo femminile, fatta com'è di disegno e illustrazione, ma la sua componente maschile, quella che riguarda la fisicità, il sacrificio anche della sfera personale e l'impegno massacrante, teneva le donne in seconda linea.


Oltre che con un'abnegazione totalizzante, come si diventa "brave tatuatrici"?
Bisogna fare molta ricerca, cercare fonti, ispirazione. Poi è necessario diversificare il proprio lavoro. E non va sottovalutato il possesso di una necessaria consapevolezza: si mettono le mani su una persona in maniera irreparabile, si deve essere responsabili!


Perché questo tema, le Sante Peccatrici?
Le sante sono prima di tutto donne. Donne che hanno scelto di seguire un ideale con dedizione spesso mortale. � una metafora della fedeltà della tatuatrice al proprio lavoro, alla sua passione. Nonostante siano state martirizzate e tormentate, le sante hanno perseguito il proprio obiettivo, proprio come hanno fatto e fanno tuttora queste artiste del tatuaggio. I 31 soggetti scelti, poi, sono particolarmente interessanti, hanno storie particolari come particolari e variegati sono gli stili delle tatuatrici scelte, le migliori italiane (anche se alcune lavorano come guest all'estero).


La mostra è corredata da un catalogo edito da Luca Mamone, la cui introduzione è firmata da Luisa Gnecchi Ruscone, antropologa esperta di tatuaggi e donna tatuata. Un piccolo stralcio è utile a gettare ulteriore luce sulla mostra: "Perché le donne molto tatuate suscitano emozioni negative così violente? Penso che sia perché esse infrangono tabù ancora molto radicati nella cultura borghese: la donna moderna è sì libera di intervenire sul suo corpo e sul suo aspetto, modificandolo anche pesantemente, purché lo faccia per piacere all'uomo; quando invece essa decide di farlo per se stessa, autonomamente e liberamente, diventa inquietante e 'pericolosa'. [..] L'autonomia si paga con l'emarginazione sociale: c'è chi pensa che ne valga la pena. Oggi (per le donne) tatuarsi è ancora un modo per manifestare indipendenza, autonomia e la volontà di essere padrone del proprio corpo. [..] Un gesto simbolico, un segno della loro capacità di riprendere in mano la propria vita."

martedì 4 maggio 2010

venerdì 9 agosto 2013

OPRAH WINFREY DOPPIO SCANDALO E RAZZISMO SOCIALE



"Per commessa, impossibile fossi ricca" ! Bhè ma stronza un po si. O no ?!

Hahahahahaha...e lo chiama razzismo !
Oprah Winfrey è incappata in un aberrante atto di razzismo sociale !
Lei poi ci ha messo il suo tocco finale spacciandosi per vittima a 360° senza il minimo pudore !
Ne ha fatto una lagna e stà raccogliendo solidarietà in mezzo mondo.
La solita "amerikana" all'estero che casca dalle nuvole.
Per carità nulla di personale contro la regina dei talk show americani,la star più pagata della tv yankee...
Pero un minimo di pudore  (olezzo) piccolo borghese,o diciamo tatto  richiedeva un più basso profilo e meno lagne,queste sono legittimate a permettersele in tanti in ogni emisfero del globo terracque e per le ben note ragioni (...) .
Il suo acquisto non era in fondo un sacchetto di bruscolini,solo uno sfizio da viziosetta che ancora non si è riscattata dalla sua umile origine sociale (...) e per questo necessità più che di una azione intellettuale di un investimento nel feticismo dell'oggetto che fà tanto status sociale !
La foto sotto ? Un caso,ci stà cosi bene...