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martedì 8 giugno 2010

L'Etica ,morale dell'Amerika o nazismo civico ?

WASHINGTON - All'inizio di aprile ha consegnato al sito Wikileaks un video che ha fatto il giro del mondo: quello della strage compiuta da un gruppo di militari americani a bordo di un elicottero Apache a Bagdad. A luglio del 2007 spararono su un gruppo di persone in una via della capitale, scambiandole per terroristi con dei lanciarazzi,continua a leggere....
          100cosecosi 
" Il segreto militare ? E un gioco a nascondino per cretini poco intelligenti "
 Il padre,contrito:«Ho lasciato l'esercito da 30 anni e in tutto questo tempo non ho mai diffuso un solo segreto, tra tutti quelli di cui ero a conoscenza, attento a rispettare le regole. Non so spiegarmi cosa sia successo a mio figlio, è stato sempre un bravo ragazzo, non ha mai avuto alcun problema di alcol o droga».
Che dire ?
Un padre coi fiocchi,con un senso civico,meglio dire nazismo civico,infarcito di quella sana morale,"etica" che ha fatto grande l'Amerika dei nostri tempi schiacciando sotto il suo tallone spietata intieri popoli !
Una o più verità o tutte vengono dopo la ragion di stato,l'interesse dello stato... da qualche parte:del partito;non vi rammenta nulla?
A qualunque prezzo anche a scapito delle vittime innocenti che perdono la vita nei cosidetti "danni collaterali " o vittime del " fuoco amico "!
Neanche per un attimo gli sfiora la mente che suo figlio ha compiuto una altissima azione morale denunciando "segreti " di pulcinella che garantivano l'impunità agli autori di un massacro di innocenti e tra essi dei giornalisti !!!
Si sente obbligato a sottointendere l'azione di suo figlio in favore della verità come indotta da uno squilibrio mentale equiparabile all'alcol o alla droga...
Meno male che non ha dichiarato che da piccolo andava in chiesa tutte le sante domeniche!
Ancora peggio nell'articolo suggerito dalla stampa amerikana viene buttato li con noncuranza che il militare (un eroe per me) si sarebbe vantato della "marachella" come un qualunque sbruffone di periferia!
Ma non fà tutto questo un po schifo... no?
.

POGROM ANTITALIANO,LINCIAGGI,RAZZISMO E XENOFOBIA

 
New Orleans, eccidio in carcere
Una immagine del linciaggio di 11 italiani a New Orleans tratta dalla rivista Illustreted American del 4 aprile 1891 e ripubblicata da Richard Gambino nel libro "Vendetta" edito da Sperling & Kupfer nel 1975.
Racconta Gambino che le mamme con i bambini in braccio si chinavano sui cadaveri per inzuppare i fazzoletti nel sangue come souvenir. 


Sacco e Vanzetti, i capri espiatori
Nella foto, gli anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Pugliese il primo, piemontese il secondo, furono arrestati il 5 maggio 1920 con l'accusa di avere commesso una sanguinosa rapina. Le prove, in realtà, erano piuttosto fragili per non dire inesistenti e il loro processo, parte di una durissima campagna repressiva contro la "sovversione" voluta dal presidente Woodrow Wilson e venato di una profonda xenofobia, scatenò reazioni in tutto il mondo. Al punto di far dire a Vanzetti subito dopo la lettura della sentenza di condanna a morte . Furono giustiziati il 23 agosto 1927. Per essere riabilitati avrebbero dovuto attendere il 1977.

I funerali di Nic&Burt: la svolta
Nella foto, i funerali di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, seguiti da una folla immensa. L'onda emotiva seguita all'esecuzione dei due anarchici italiani, della cui innocenza moltissimi americani si erano ormai convinti, contribuì a cambiare molto l'atteggiamento dell'opinione pubblica degli Stati Uniti dei confronti della nostra comunità. Non a caso fu dopo la morte di quelli che erano stati adottati come "Nic &Burt", che i nostri emigrati cominciarono ad assumere alcune posizioni di rilievo. Angelo Rossi fu eletto ad esempio sindaco a San Francisco e Fiorello La Guardia acclamato sindaco di New York.


Aigues Mortes, linciati alle saline
Nel disegno di G.Starace sull'"Illustrazione italiana" del 1893, "Le prime aggressioni alle saline della fangouse", dove ebbero inizio i disordini sfociati nel massacro di Aigues Mortes. Gli operai francesi accusavano gli italiani di rubare il lavoro. Pochi anni prima, nell'inchiesta parlamentare sulla condizione operaia nota come Rapporto Spuller, un sindacalista parigino aveva fatto mettere a verbale: "L'operaio italiano è caratterizzato dal fatto d'essere più docile, più malleabile; gli si fa fare tutto ciò che si vuole, abbassa la schiena e tende la guancia per ricevere un altro schiaffo. Come uomo, trovo la cosa rivoltante. Questi operai non hanno dignità personale; sopportano tutto, chinano il capo e obbediscono".

 
Troppo gentili coi neri : tutti uccisi
Una illustrazione di fine Ottocento sul linciaggio degli italiani a Tallulah, in Luisiana, accompagnata da una poesia gonfia d'indignazione di Antonio Corso


Calumet, strage all'Italian Hall
I corpi di alcuni bambini morti nella strage all'Italian Hall di Calumet, nel Michigan. Era la notte di natale, gli operai delle miniere dei dintorni, in sciopero da mesi, avevano fatto una grande festa per i loro figlioletti nella sede della Societa Mutua Beneficienza Italiana, conosciuta in citta come Italian Hall. Improvvisamente uno degli scagnozzi mandati dai proprietari delle miniere mise dentro la testa e urlo: . Nella sala si scatenò il panico. Ma la gente in fuga trovo le porte sbarrate dall'esterno dagli organizzatori dello scherzo criminale. Calpestate nella ressa, morirono 73 persone, tra cui moltissimi bambini. Come Jenny Giacoletto, che aveva solo nove anni.
Fonte: "Il Corriere della Sera"

Impiccati dopo lo sciopero
Nella foto, scattata nel 1910 a Tampa, in Florida, esposta qualche anno fa nella mostra Without Sanctuary: Lynching Photography in America, e pubblicata dalla rivista "Passato e presente" n. 55 nel gennaio 2002, due italiani linciati durante uno sciopero nelle fabbriche di tabacchi.
Quello piccolino si chiamava Costanzo Ficarotta, quello alto Angelo Albano.
Sui motivi del linciaggio gli studiosi sono divisi. Secondo Patrizia Salvetti i due erano accusati di avere fatto un attentato al dirigente di uno stabilimento, secondo Alessandra Lorini furono "puniti" così barbaramente solo perché erano dei crumiri.


Kalgoorlie, alcool e odio
Ecco come era ridotto l' di
Kalgoorlie (la foto e tratta dal libro di Flavio Lucchesi
Elsie>, Guerini e Associati) dopo il pogrom del 1934. Era l'Australian Day, i cercatori d'oro che lavoravano nella miniera dell'Australia Occidentale a circa cinquecento chilometri da Perth avevano bevuto troppo e bastò una scintilla, una banale lite finita tragicamente, perché gli anglosassoni scatenassero tre giorni di devastazioni bruciando e distruggendo tutto quello che era italiano o appartaneva agli slavi, considerati . I morti furono tre, i feriti decine, i danni incalcolabili.

 
Coira: ucciso per baldoria
Attilio Tonola, un emigrato della Val Chiavenna qui con la moglie e uno dei quattro bambini, fu assassinato a pugni e calci da tre fanatici razzisti condannati a pene ridicole nel 1969 dopo un processo durato due giorni.

 
Zurigo: massacro al bar
Ecco come fu ridotto, a pugni e calci, Alfredo Zardini, un cortinese che era emigrato a Zurigo da una settimana. Il pestaggio, da parte di un razzista, avvenne in un bar affollato ma tutti fecero finta di non vedere. Era il 20-3-1971

 
Uccidi un italiano? 18 mesi
Nella foto Gerhard Schwizgebel, un balordo xenofobo che nel 1974 fu condannato a soli 18 mesi per avere ammazzato a pugni e calci Alfredo Zardini (foto Gente) 


FONTE

VOI ITALIANI SIETE TUTTI MAFIOSI MAGNACCIA E NEGRI !

Santi e Madonne neri: italiani negri!
Nella foto di Alfonso Bugea il santo più amato della Sicilia Occidentale, San Calogero, il quale secondo la tradizione era un monaco africano di colore, guaritore, dotto, protettore del raccolto, che girava raccogliendo elemosina per gli appestati. Anche la devozione a santi neri o a Madonne nere quali quelle di Loreto, di Viggiano, di Tindari o di Siena o
ancora a Cristi neri come quelli di Crema e di Siculiana, veniva usato dai razzisti americani a sostegno della "negritudine" della "razza italiana".


Shelley: Tribù di schiavi
Nell'immagine, il poeta inglese Percy B. Shelley, autore di sprezzanti giudizi sugli uomini ("possono a stento definirsi tali: sembrano una tribù di schiavi stupidi e vizzi, e non penso di aver visto un solo barlume di intelligenza nel loro volto, da quando ho attraversato le Alpi") e le donne d'Italia: "Forse le più spregevoli fra tutte quelle che si trovano sotto la luna; le più ignoranti, le più disgustose, le più bigotte, le più sporche." I racconti del Gran Tour, che descrivevano il nostro come un paese di mendicanti, puttane, ruffiani, sozzoni e briganti, furono determinanti nel creare gli spaventosi stereotipi che accolsero i nostri emigranti al loro arrivo nei paesi dove cercavano di fare fortuna. 


Vietato l'ingresso agli italiani
Una fotografia scattata nel 1958 a Saarbrucken, alla finestra di un club. Il divieto d'ingresso per gli italiani era bilingue. Si tratta solo di un esempio: simili avvisi, in Germania e soprattutto in Svizzera, erano frequentissimi.




Arandora Star: la strage ignorata
Nella foto, l'Arandora Star, un transatlantico da crociera sequestrato dalle autorità inglesi all'inizio del secondo conflitto mondiale.
Fu qui che, dopo la dichiarazione di guerra da parte di Benito Mussolini, vennero caricati, con l'accusa di essere spie in servizio o potenziali, oltre 700 immigrati italiani in Inghilterra. Una retata vergognosa: moltissimi erano indifferenti alla politica, molti vivevano in Inghilterra da quarant'anni e avevano figli nell'esercito britannico, altri ancora erano addirittura antifascisti da anni in esilio o ebrei fuggiti dall'Italia dopo le leggi razziali del 1938.
La nave, sulla quale erano stati concentrati anche 500 prigionieri tedeschi (tra i quali diversi antinazisti ed ebrei che avevano cercato rifugio oltre Manica) fu intercettata da un sottomarino tedesco il 2 luglio 1940, silurata e affondata. Gli italiani che sparirono tra i flutti, urlando disperati nel tentativo di superare le barriere di filo spinato stese sul ponte, furono 446. Ma sui giornali dell'epoca non uscì una riga.
Il primo libro italiano sul tema, di Maria Serena Balestracci, è uscito nel 2002: 62 anni dopo l'ecatombe.



Troppe valigie: un reato
Nella foto a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta un gruppo di emigranti in attesa di partire. Diceva un titolo del "Corriere della Sera" del 6-3-1971: "Per un italiano che approda in Svizzera è un reato anche portare troppe valigie". La barzelletta preferita dai razzisti seguaci di James Schwarzenbach era questa:




L'italiano di Hollywood: gangster
Nella foto, una scena con Marlon Brando e Al Pacino de "Il Padrino". Il film è il massimo esempio di uno dei filoni preferiti del cinema hollywoodiano. L'Italic Studies Institute di New York, nel 2000, si è preso la briga di esaminare 1057 pellicole girate nella mecca del cinema a partire dal 1928, cioè dall'avvento del sonoro, in cui qualcuno ha fatto la parte dell'italiano. . I film che davano di noi un'immagine positiva erano 287 (27%), negativa 770 (73%). Più in dettaglio, ricorda Ben Lawton nel suo saggio pubblicato nella raccolta Scene italo-americane curata da Anna Camaiti Hostert, gli italiani criminali erano 422 (40%) contro 348 (33%) rozzi, bigotti, stupidi o buffoni. 



Italiani? Di origine abissina
Nella foto, Giuseppe Sergi, uno dei grandi antropologi italiani (il più famoso fu Cesare Lombroso) di fine Ottocento. Fu lui, con Luigi Pigorini, a teorizzare che l'Italia era stata colonizzata in tempi antichissimi da una popolazione africana, probabilmente abissina.
Furono proprio i loro studi, secondo la studiosa francese Bénedicte Deschamps, a confermare gli xenofobi americani nella loro convinzione che gli italiani fossero una razza "per metà bianca e per metà negra".


Dickens, assediato dai questuanti
Charles Dickens, con i suoi reportage sul "Daily Mirror" del 1844 poi raccolti in "Visioni d'Italia", diede un contributo centrale alla diffusione degli stereotipi sugli italiani. Visti troppo spesso come ladroni, prostitute, questuanti, tagliagole. Basti ricordare la descrizione di Pisa: "Con la sua torre, e la settima meraviglia del mondo", ma "puo pretendere di essere almeno la seconda o la terza per i mendicanti che vi si incontrano. Questi appostano lo sfortunato visitatore a ogni svolta, lo scortano a tutti gli usci dietro i quali si dilegua e giacciono in attesa di lui, con grande stuolo di rincalzo, a ogni porta per dove sanno che dovra uscire. Il cigolio dei cardini e segnale a un grido generale; e il momento in cui egli appare, vien circondato e assalito da mucchi di stracci e di corpi deformi."



Sopra arii, sotto negroidi
Nella mappa, il 45° parallelo nord che taglia orizzontalmente la pianura padana. Il rapporto della Commissione sull'immigrazione americana, nel Dictionary of Races and Peoples, stabilì a cavallo degli Anni Venti del Novecento, con demente "scientificità", che "tutti gli abitanti della penisola propriamente detta così come le isole della Sicilia e della Sardegna [...] sono italiani del Sud. Anche Genova fa parte dell'Italia del Sud". La frontiera tra i due mondi, per gli xenofobi più invasati, era il 45° parallelo nord, che sta esattamente a metà strada tra il Polo Nord e l'Equatore. Esempio straordinario di come la pretesa di dimostrare "scientificamente" la superiorità di una razza su un'altra possa rivelarsi, al di là di ogni giudizio morale, assolutamente ridicola.



Camorristi e mafiosi a passeggio
Nella illustrazione di un giornale dell'epoca, tratta dal libro "Vendetta" di Richard Gambino (Sperling & Kupfer 1975), una scena di vita nel quartiere italiano di New Orleans. La didascalia originale diceva: "Attraversate il quartiere italiano di una qualsiasi grande città e non mancherete di trovarvi in mezzo alla Camorra e alla Mafia" 



FONTE

lunedì 7 giugno 2010

LA PROSSIMA GUERRA IRANIANA...CI RISIAMO !


LA PROSSIMA GUERRA IRANIANA
- di MJ ROSEMBERG -The Huffington Post -

Sta succedendo di nuovo.

Le stesse forze - con alcune nuove aggiunte e meno alcuni disertori intelligenti - che hanno spinto gli Stati Uniti in una guerra inutile e mortale con l'Iraq, ora si stanno organizzando per la prossima guerra.
Questa volta l'obiettivo è l'Iran, che, proprio come l'Iraq, si dice sia in procinto di creare armi di distruzione di massa.
Inoltre, proprio come l'Iraq, il suo presidente è un probabile pazzo determinato a distruggere Israele.
Nel caso dell'Iraq, il presidente, Saddam Hussein, non solo minacciò di bruciare "la metà di Israele", ma effettivamente lanciò 39 missili SCUD contro Israele durante la guerra del Golfo del 1991.
Quella guerra determinò la fine del potere di Saddam.
Ma questo non fu buono abbastanza per il vice presidente Dick Cheney e i suoi compagni di sciacallaggio bellico. Dieci anni dopo, con Cheney alla vicepresidenza e l'11 Settembre come pretesto, la banda Cheney portò l'America ad una guerra per deporre Saddam. L'obiettivo: trasformare l'Iraq in un protettorato americano, al fine di realizzare decine di miliardi di dollari per sé e per i loro alleati. Finora, 4.400 americani, 318 delle forze alleate, e centinaia di migliaia di iracheni sono morti per portarla avanti.

Ma Cheney arruolò anche un gruppo di ragazzi pon-pon di guerra che non avevano alcun interesse a trarre soldi dal conflitto. Quelli erano i neocon che spingevano per la guerra con la scusa che l'eliminazione di Saddam Hussein sarebbe stata un bene per Israele.

La banda Cheney era formata da gente come Doug Feith, Joe Lieberman, John Bolton, Frank Gaffney, Richard Perle, Charles Krauthammer, Scooter Libby, Bill Kristol, Elliot Abrams e loro alleati nel Governo e in vari mezzi di comunicazione. Anche la lobby israeliana è un membro della banda - sebbene operi con niente altro che il vigore che ora dedica allo sforzo anti-Iran. (La pressione esercitata dalla lobby e’ per buona parte la ragione per cui molti democratici hanno sostenuto una guerra che sapevano sbagliata.)

Naturalmente, l'Iraq non aveva ADM [armi di distruzione di massa-ndt] e l'amministrazione Bush quasi certamente lo sapeva. (Se l'Iraq le avesse avute, non lo avremmo attaccato più di quanto ora attacchiamo la Corea del Nord. In effetti, la prova che un paese non dispone di ADM provoca la nostra disponibilità a prendere in considerazione di bombardarlo).

Ma, in ogni caso la banda degli sciacalli di guerra e ideologi neocon era caparbiamente a favore della guerra. Le probabili ADM erano solo un pretesto.

Questo sarebbe tutto per i libri di storia (e le vedove in lutto, i genitori, i nonni, i figli, i compagni, le sorelle e i fratelli degli americani caduti) se lo stesso scenario non si ripresentasse oggi. All'inizio di maggio, Turchia e Brasile - dopo mesi di intensi negoziati – hanno persuaso il regime iraniano ad accettare un accordo che avrebbe notevolmente ridotto la sua capacità di produrre un' arma nucleare. L'accordo turco-brasiliano è stato quasi identico a quello che il presidente Obama e i nostri alleati spingevano gli iraniani ad accettare in ottobre.

Solo che questa volta, esso non era abbastanza efficace. L'amministrazione Obama ha ignorato la conquista turco-brasiliana, dicendo che il suo obiettivo paralizzava le sanzioni che erano vicini a ottenere. Certo, pochi credono che le sanzioni avranno un qualche effetto significativo se non quello di punire iraniani comuni, persone che soffrono già abbastanza sotto un regime mostruoso.

Ma all'amministrazione sembra sia stato venduto un disegno di legge che lascia gli Stati Uniti con due sole scelte: sanzioni o guerra. L'opzione diplomatica sembra essere fuori dal tavolo, tolta dai piedi dalla pressione dei vari falchi di guerra, neocon, dal primo ministro israeliano Netanyahu e i suoi alleati in Congresso. (Obama inizialmente aveva favorito una diplomazia aperta, senza scadenza; Netanyahu in qualche modo lo convinse che un termine sulla diplomazia aveva senso. Così non è.)

Anche alcune delle voci più progressiste sono in calo per questa falsa scelta, in gran parte perché la lobby – sebbene avanzando a fatica, poiché l’ideologia del J Street [gruppo non profit americano impegnato a promuovere la fine del conflitto israeliano-palestinese- ndt] si muove in chiara ascesa tra i giovani ebrei e quelli di mezza età - riesce ancora ad intimidire.

L'altro giorno, è apparso sul giornale ebraico Forward un Op Ed che sembrava risalire al 2002 circa [opposite to the editorial page – articolo di uno scrittore esterno alla redazione di un giornale e non necessariamente in linea con esso- ndt], del rabbino Eric Yoffie, capo del movimento di riforma ebraica in America e un progressista.

Il pezzo di Yoffie è una cris de couer, che invita tutti gli ebrei a sostegno di una linea dura contro l' Iran. "Ora è tempo", egli scrive, "di fare pressione sul nostro governo affinché si muova in modo più marcato per contrastare la minaccia iraniana”.

Il pezzo di Yoffie è significativo per due ragioni. La prima è che egli non sostiene la ridicola tesi che un Iran nucleare sarebbe disposto ad accettare il suicidio al fine di distruggere Israele. Il rabbino conosce con sufficiente chiarezza le relazioni internazionali e il comportamento umano per comprendere che esistono limiti a ciò che le nazioni possono fare per creare un punto politico e che il suicidio nazionale non è uno di questi.

No, la sua descrizione della minaccia a Israele è tanto più sottile quanto più onesta.

Egli scrive: "Anche se l'Iran sviluppasse armi nucleari e non le usasse, il pericolo per Israele sarebbe ancora intollerabile. Israele non può vivere all'ombra di un Iran nucleare. Nella mente dei suoi cittadini e della comunità mondiale, Israele cesserebbe di essere un luogo sicuro in cui vivere".

C'è del vero in questo. Il pensiero di un Iran nucleare così vicina a Israele è sconvolgente. Ma allora fu così anche per la Guerra Fredda. Ed è un fatto che la Corea del Nord, Pakistan, India e Russia hanno tutte armi nucleari - per non parlare di tutte quelle armi nucleari mancanti che potrebbero finire, Dio non voglia, nelle mani dei terroristi. E tale è la vita in questi giorni a New York, Washington, Londra e - soprattutto - Seul, dove, appena sotto la superficie, vi è la paura che una catastrofe potrebbe accadere in qualsiasi momento.

Va notato, inoltre, che per la maggior parte del mondo, l'idea che Israele ha più di 200 armi nucleari e, a differenza dell'Iran, non ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare, è di per sé profondamente preoccupante. In realtà, gran parte del mondo ritiene che Israele è così veemente sulle armi nucleari iraniane perché vuole rimanere l'unica potenza nucleare in Medio Oriente, volendo sentirsi libera di fare ciò che vuole, quando vuole. Le piace la sua egemonia. Questo è ciò che viene prospettato da Yoffie.

Tuttavia, sono d'accordo con lui che il mondo, e non solo Israele, vivrebbe meglio se l'Iran non sviluppasse armi nucleari.

Ma la mia idea di come impedire un Iran nucleare è piuttosto diversa da quella del rabbino.

Ecco Yoffie: "Non c'è una soluzione ipotizzabile per la minaccia di un Iran nucleare che non richieda una leadership americana. Tutte le opzioni – sia sanzioni economiche che azioni militari - sono impossibili senza il sostegno americano".

Divertente, Yoffie si riferisce a "tutte" le opzioni, quando ne nomina solo due - sanzioni o guerra. È come se avesse avuto intenzione di includere l'unica opzione che ha senso, la diplomazia, e avesse cambiato idea all'ultimo momento. Il "tutto" è il residuo di un pensiero che non permette a se stesso, sia perché si oppone onestamente alla diplomazia o perché non vuole incrociare l’ AIPAC [American Israel Public Affair Commette –ndt].

Le alternative di Yoffie non sono affatto alternative. Le sanzioni non funzioneranno (tranne che per punire iraniani comuni e arricchire quelli che sfidano le sanzioni) e l’ "azione militare" non produrrà nulla se non più morti - tra cui americani - e, molto probabilmente, una guerra regionale. Una guerra eliminerebbe qualsiasi possibilità che Israele possa mai avere la pace con il mondo musulmano e distruggerebbe la reputazione dell'America in una regione fondamentale.

Qual è il pensiero di Yoffie quando esclude la diplomazia, ma include una terza guerra in Medio Oriente? La preventiva strage di innocenti è davvero un’opzione legittima per persone civili del 2010? Beh, non per me o per gli ebrei della Riforma che guardano a Yoffie per la leadership. (Gli ebrei sono per lo più colombe e gli ebrei della Riforma, a loro vanto, sono più «colombe» di tutti.)

E’ la guerra, non la diplomazia, che dovrebbe rimanere fuori dal tavolo. Sono sicuro che il rabbino Yoffie lo sa. Questo è ciò che avrebbe dovuto scrivere.

Titolo originale: "The Coming Iran War "
Fonte: http://www.huffingtonpost.com/
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CONCETTA DI LORENZO

Goya " I disastri della guerra"
Goya " I disastri della guerra"
Goya " I disastri della guerra"

Blitz Gaza, giornale turco pubblica le foto soldati feriti "Il guaio quando sfondi una porta è che non sai mai come ti accolgono e cosa ti aspetta ! " 3° comma del commandos infelice

Blitz Gaza, giornale turco pubblica foto soldati feriti
Il quotidiano turco Hurryiet ha pubblicato una serie di "drammatiche" foto che mostrano alcuni dei commando israeliani all'inizio del blitz sulla Marmara, feriti e sopraffatti dagli attivisti filo-palestinesi. In una foto, pubblicata in prima pagina, si vede un soldato israeliano che si tiene la nuca con una mano, con il volto insanguinato. In un'altra si vede lo stesso soldato proteggersi il naso mentre viene scaraventato dalle scale. Una terza immagine mostra un commando sdraiato a terra sul ponte della nave con un attivista che gli punta contro le sue armi. Le foto sono state recuperate dalla memo memory card di un'attivista dell'organizzazione islamista turca IHH, che aveva organizzato la missione

LE FACCE DEL MONDO IL RIPOSO,LO SGUARDO E IL TATTO

domenica 6 giugno 2010

"Littorio" Feltri denunciato per apologia di reato in relazione a ".Dieci morti tra i terroristi...israele ha fatto bene a sparare!"


Luca Bonaccorsi
GIUSTIZIA. Ha superato il segno, e questa volta lo denunciamo. Vittorio Feltri, direttore del Giornale, ieri apriva la prima così: “Israele ha fatto bene a sparare”.

Al titolo criminale seguiva un editoriale infarcito di falsità e controinformazione che in confronto le veline dei servizi israeliani sembrano oneste agenzie di stampa. Il Giornale di ieri è uno sconcio per diversi motivi. Il primo è giornalistico: si sostengono infatti una serie di vaccate stratosferche:

1) che Israele ha attaccato la Flotilla per difendere la sovranità dello stato ebraico. Che è falso, visto che le navi piene di aiuti umanitari sono state attaccate in acque internazionali e comunque erano dirette a Gaza, Palestina. Un territorio affamato dal blocco (illegale, quello sì) israeliano.

2) Feltri dice di riferirsi alla ricostruzione “ufficiale” (un corno, è quella del governo israeliano parte in causa) perchè “loro” non erano lì ne c’erano altri giornalisti. Falsissimo. Di giornalisti le navi erano piene, peccato che sono ancora tutti sequestrati illegalmente. Inclusa la troupe di Al Jazeera che era sulla Mavi Marmara.

3) «Israele è in conflitto da sempre con i palestinesi, ma non lo è con il popolo sofferente e incolpevole, ma con Hamas che non è un mite partito votato ad amministrare, è un grande movimento terroristico». Qui più che il falso colpisce l’ignoranza bovina.

Ma Feltri lo sa che Hamas ha guadagnato consensi grazie alla rabbia del popolo “innocente e inconsapevole” per le politiche di Israele nonché l’inettitudine e la corruzione di Al fatah? O che Hamas ha vinto le elezioni politiche democraticamente nel 2006 e non gli è stato concesso di governare? O che a dicembre del 2008 c’è stata una operazione militare chiamata “piombo fuso” che ha devastato Gaza e ucciso migliaia di civili? Grida davvero vendetta. Dove sono l’ordine dei giornalisti, il sindacato della stampa, i paladini della libertà e correttezza d’informazione?

Passi l’ignoranza, e passi pure la malafede. Ma a tutto c’è un limite. Nelle prime ore del mattino di lunedi delle persone sono state uccise senza ragione. Quella che Feltri fa sul Giornale ha un nome preciso nel nostro codice penale: si chiama apologia di reato. Un crimine che le nostre leggi puniscono con la galera da uno a cinque anni. E che nel caso di terrorismo o crimini contro l’umanità, fattispecie che facilmente si potrebbe applicare al caso, viene aumentata della metà.

Non è civile un Paese che permette l’apologia di reato addirittura a mezzo stampa. Per questo Terra ha dato mandato ai suoi legali di denunciare Vittorio Feltri e il direttore responsabile del Giornale. Ci vediamo in tribunale.
Fonte: TerraNews.it

L'Autopsia delle vittime di Tsahal ecco chi ha assassinato! Erano pericolosi terroristi?

Ibrahim Bilgen, 61 anni,ingegnere in elettricità sposato con 6 figli.
Ali Haydar Bengi, 39 anni, di Diyarbakir. Diplomato all'università Al-Azhar del Cairo (dipartimento di letteratura araba). Sposato con 4 figli.
Cevdet Kiliçlar, 38 anni, giornalista a Kayseri. Sposato con 2 figli.
Çetin Topçuoglu, 54 anni, di Adana.anziano giocatore di football e campione di Taekwando, allenatore dell équipe nazionale turqua di Taekwando.Sposato, 1figlio.
 Necdet Yildirim, 32 anni, di Malatya.Sposato ha una figlia di 3 anni.
Fahri Yaldiz, 43 anni, pompiere eimpiegato municipale a Adiyaman.Sposato, 4 figli.
Cengiz Songür, 47 anni, di Izmir.Sposato, con 7 figli.
Cengiz Akyüz, 41 anni, di Iskenderun. spoato con figli di 14, 12 e 9 anni.
Furkan Dogan, 19 anni, studente al liceo di  Kayseri, voleva diventare medico. Figlio del  Dr. Ahmet Dogan, Proffessore associato all' l’universita Erciyes. Cittadino americano e turco, con 2 fratelli e sorelle.
Gaza-L'Alto commissario dell'Onu per i Diritti umani, la signora Navi Pillay, ha detto che il blocco navale della Striscia di Gaza è illegale e che va rimosso. " La legge umanitaria internazionale vieta di affamare un popolo come arma di guerra... ed è proibito anche imporre ai civili punizioni collettive ", ha detto Pillay.
Agghiacciante risultato dell'autopsia del giovane americano 
Fulkan Dogan,i risultati lasciano perplessi,l'assalto dei commandos israeliani al cargo turco si conferma come una aggressione deliberata,spietata,un atto di puro terrorismo che nelle intenzioni dell'esercito doveva disincentivare ogni altro tentativo di forzare il blocco di Gaza;soppratutto intimidire la Turchia e il suo nuovo corso diplomatico (...) le reazioni dell'opinione pubblica mondiale e quella dei pacifisti hanno letteralmente sorpreso il governo israeliano tanto che il secondo tentativo di forzare il blocco ha assunto "connotati" differenti e senza spargimenti di sangue.
La Turchia è uno dei principali clienti di Israele in fatto d'armi oltre che sino a poco prima un importante alleato,adesso la sua diplomazia intende cavalcare (i turchi sono gli ultimi arrivati) la causa palestinese per privare l'Iran della sua egemonia e imporsi nel mondo arabo.

L'autopsia della strage sulla Flotilla. Oggi il quotidiano britannico The Guardian  ha pubblicato in esclusiva i risultati dell'autopsia dei nove attivisti turchi uccisi 3dalle forze armate israeliane nel corso del blitz contro la Freedom Flotilla. Le vittime sono state raggiunte da almeno una trentina di colpi d'arma da fuoco 4, pallottole da 9 millimetri, sparate in molti casi da distanza ravvicinata. 


Cinque delle vittime sono state colpite alla testa, scrive il medico legale turco, incaricato di effettuare le autopsie dal ministero della giustizia di Ankara.
L'affermazione getta una luce tremenda sulla conclamata pericolosità dei pacifisti "terroristi" oltre a celebrare la "mira" a distanza ravvicinata dei commandos !

Ibrahim Bilgen, 60 anni, è stato colpito da 4 proiettili alla tempia, al petto, ai fianchi e alla schiena.
Guardate la sua fotografia in alto,il primo,60 anni,vi sembra cosi pericoloso da giustizziarlo con due colpi alla tempia,ai fianchi e alla schiena.
Francamente i risultati di questa autopsia sono sconvolgenti.

Un diciannovenne, Fulkan Dogan, con cittadinanza americana, è stato raggiunto da cinque colpi sparati da meno di 45 centimetri, alla faccia, alla nuca, due volte alle gambe e una alla schiena.
Guardate la sua fotografia in alto,è il giovane,l'ultimo della lista,evidentemente un esaltato,un forsennato animato da un vistoso fenomeno di isteria,doveva avere la forza di dieci uomini se per fermarlo hanno dovuto ridurlo ad un colabrodo,avanzo qualche ipotesi...se lo hanno colpito prima alle gambe che bisogno c'era una volta immobilizzato di copirlo alla faccia e alla nuca ?
vabbè d'accordo si muoveva ancora (...) scusate il sarcasmo ma cerco di esorcizzare l'orrore che mi prende mentre scrivo.
Oppure è ipotizzabile che lo abbiano colpito quasi nello stesso istante in tutte queste parti del corpo? 
Cos'è una fucilazione?


Altri due uomini sono stati uccisi da almeno quattro colpi ciascuno e cinque delle vittime hanno ricevuto proiettili nella schiena, ha riportato Yalcin Buyuk, vicepresidente della commissione di medicina legale.
A supporre che questi "pacifinti" voltando la schiena arrecassero un grave affronto alla "dignita" di Tsahal e che pertanto meritassero di essere abbatturi seduta stante.

Mancano all'appello alcuni dispersi,voci ricorrenti e testimonianze tra cui quelle degli italiani rientrati (...) parlano di molti corpi gettati in mare,perchè ?
Perche la maggior parte delle vittime sono turche?
Prende corpo allora l'ipotesi che l'intimidazione era volta contro la Turchia? Per le ragioni sopra dette e perchè ha permesso che partissero dai suoi porti?
Perchè la Turchia fà parte della NATO e ravvisavano in questo un tentativo della CEE di entrare a gamba tesa nella sicurezza dello stato di Israele?
Solo alcuni degli interrogativi a cui non abbiamo risposta per ora,forse occorreranno decenni perchè si giunga a dipananre il "labirinto del massacro".

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sabato 5 giugno 2010

A Gaza, dove s’impara a sopravvivere senza cibo né acqua o a Stalingrado?

 A Gaza, dove s’impara a sopravvivere senza cibo né acqua

Fonte:L'Unità.it
Nemmeno al tuo peggior nemico puoi augurare di «vivere» in questa prigione sventrata, con le fogne a cielo aperto, con i bambini che giocano a scalare montagne di rifiuti in una gabbia ridotta ad un cumulo di macerie, isolata dal mondo. Il caldo soffocante moltiplica il bisogno di acqua. Quasi un miraggio, un bene divenuto di lusso dopo tre anni di embargo. Perché nella Striscia il 90% dei pozzi è chimicamente contaminato e l'acqua di casa non è potabile, per cui la gente è costretta a comprare acqua da privati. Neanche al tuo peggior nemico puoi augurare di «vivere» a Gaza. Di vivere in un paesaggio lunare, fatto di crateri che si susseguono per chilometri. Tra quelle macerie, dentro quei crateri si muove una umanità sofferente che scruta il mare perché dal mare può arrivare la Speranza, sotto forma di navi della libertà, come quelle assaltate dagli uomini rana israeliani l’altra notte.
La realtà di Gaza supera ogni metafora – prigione, gabbia, inferno - utilizzata per raccontare di una striscia di terra popolata da un milione e mezzo di persone – 1.527.069 secondo l'ultimo censimento - in maggioranza (il 54%) sotto i diciotto anni. Gaza dove –secondo una recente ricerca dell'Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi)- il numero delle persone che non hanno alcuna sicurezza per l'accesso al cibo e che non dispongono dei mezzi per procurarsi i beni più essenziali come il sapone o l'acqua pulita, è triplicato dall'imposizione del blocco nel giugno 2007. Gaza, dove 300mila rifugiati vivono in condizioni di povertà degradante contro 100mila all'inizio del 2007, con un tasso di disoccupazione tra i più alti al mondo: 41,8%. Gaza, dove il blocco –denuncia la Croce Rossa- «continua ad ostacolare gravemente» il trasferimento nella Striscia di attrezzature mediche essenziali, ponendo a rischio le cure immediate e le terapie a più lungo termine di migliaia di pazienti. Gaza, dove il 90% della popolazione dipende dagli aiuti alimentari distribuiti dalle agenzie dell'Onu.
Per entrare all’inferno devi superare a piedi –dopo un meticoloso controllo con fantascientifiche apparecchiature elettroniche da parte israeliana- il valico di Erez. Sono trecento metri in una terra di nessuno. Lo sguardo abbraccia un orizzonte fatto di macerie. E di bambini. Che camminano tra le rovine degli oltre 4mila edifici distrutti dall’aviazione e dall’artiglieria d’Israele nei 22 giorni dell’operazione «Piombo Fuso»: di quei 4000mila edifici, solo una minima parte sono stati ricostruiti. A Gaza manca il cemento per farlo. Israele ne proibisce l'entrata per timore che serva a ricostruire le infrastrutture di Hamas. Il cemento come mille altre cose: dalla fine di gennaio ci sono restrizioni su carburante, gas per cucinare, materiali per costruire. Poi a febbraio qualcuno ha denunciato che Israele bloccava anche i datteri, le bustine da tè, i puzzle per bambini, la carta per stampare i testi scolastici e la pasta (per Israele non è considerato bene umanitario, solo il riso lo è). Ora nella lista dei materiali proibiti sono entrati anche carta igienica, sapone, spazzolini e dentifricio, marmellata, alcuni tipi di formaggio e i ceci per fare l’hummus. Mancano a Beit Hanoun, a Rafah, Khan Yunis. E ancora: Jabaliya, Bureli, Al Nusayrat, Mughazi, Dayr al Balah, fatiscenti campi profughi trasformatisi in asfissianti centri urbani. Sono trascorsi quasi diciotto mesi da quel 27 dicembre 2008 (inizio dell'offensiva israeliana); 18 mesi dopo, Hamas continua a restare padrone di Gaza. Padrone di una «prigione», ma pur sempre padrone incontrastato.
L'embargo non ha indebolito il movimento islamico. Hamas è ovunque. Nelle organizzazioni «caritatevoli» che dispensano un acconto di cento dollari -un’enormità per chi (oltre 950mila persone) vive sotto la soglia di sopravvivenza– ad ogni famiglia colpita dal fuoco israeliano. Hamas presiede all'«economia dei tunnel», quella che si dipana sottoterra, nella miriade di gallerie che dalla frontiera con l'Egitto (il valico di Rafah riaperto da Mubarak dopo l'assalto alle navi della Freedom Flotilla), fanno arrivare a Gaza merce di ogni tipo. Hamas si è appropriato politicamente delle «Navi della libertà». Almeno diecimila persone hanno partecipato alle manifestazioni organizzate ieri nella Striscia dal movimento islamico contro il blocco israeliano e a sostegno della Freedom Flotilla: a sventolare, per ordine di Hamas, sono bandiere palestinesi e turche. Affianco ai ritratti di sheikh Ahmed Yassin –fondatore di Hamas ucciso dagli israeliani- compaiono quelli del «nuovo amico del popolo palestinese», il premier turco Erdogan.
Quello a Hamas è un consenso impastato di rabbia, paura, dolore. Alimentato da una rivendicazione di libertà repressa nel sangue. Per anni Ahmed Al-Jaru aveva sognato il mare, pur vivendo a poche centinaia di metri dalla distesa azzurra. Ma Ahmed e i suoi 9 bambini non potevano arrivarci perché a separarli dal mare c'erano i soldati israeliani che presidiavano uno degli undici insediamenti ebraici nella Striscia. Ora Ahmed e i suoi bambini li incontriamo al vecchio porto di Gaza City. Lui era lì la notte che la festa si è trasformata in tragedia. Era lì assieme a Faisal, Mahmud, Abdel, Zaira, e ad altre migliaia che attendevano la Freedom Flotilla. C'era anche una banda musicale per far festa... Ma a Gaza festeggiare è un sogno irrealizzabile. «Quei pacifisti sono eroi, shahid (martiri), e gli israeliani degli assassini», dice Faisal, 14 anni, il padre ucciso nella seconda Intifada. C'è chi affida il suo pensiero a Internet. È Ola, blogger di Gaza. «Per coloro che pensavano che l'era dei pirati fosse finita... o che rimanesse confinata alla fantasia dei film di Hollywood... Ripensateci. Voi, i martiri della Flotta della Libertà...Gaza voleva accogliervi come vincitori...ma il paradiso vi riceverà come martiri...Le onde del mare e i gabbiani e il tramonto piangono tutti per voi...». «Allah li accolga nel Paradiso degli shahid», le fa eco Yousef, che per sfamare la sua famiglia di undici persone ha ingrossato le fila dell'«esercito» di uomini-talpa che lavorano sottoterra al confine con l'Egitto. Un collega della Tv francese prova a dirgli: non dovete perdere la speranza. La risposta di Yousef è un pugno allo stomaco: «Non possiamo perdere una cosa che non abbiamo».
C'è animazione al porto. Si è sparsa la voce che un’altra nave di Freedom Flotilla - la «Rachel Corrie», con a bordo la Premio Nobel per la pace, l'irlandese Mairead Maguire, e il suo connazionale Denis Halliday, ex vice segretario generale delle Nazioni Unite - è in avvicinamento alle coste di Gaza. «Siamo partiti per consegnare questo carico alla popolazione di Gaza e quello intendiamo fare è forzare il blocco di Gaza... Non abbiamo paura», fa sapere dalla nave, Mairead Maguire. La nave è carica di materiale da ricostruzione, 20 tonnellate di carta e molti altri prodotti che Israele rifiuta alla popolazione della Striscia. «Di navi ne dovrebbero arrivare cento al giorno per portarci via di qua», sussurra Zaira, dieci anni che tiene per mano il fratellino Yasser, tre anni. A Gaza le prime vittime sono i bambini. Bambini come Shayma, 13 anni, la cui casa è stata distrutta 18 mesi fa dai bombardamenti israeliani e ancora oggi vive con sei fratelli in una baracca di lamiere. Fredda d'inverno, torrida d'estate. «Ho smesso di fare le cose che mi piacevano, disegnare, giocare – dice Shayma -. Non mi piace neanche più guardare la televisione». Shayma ha solo tredici anni, ma il suo sguardo, la sua voce raccontano di una infanzia sfiorita nell'inferno di Gaza. «Prima della guerra ero davvero brava a scuola, avevo buoni voti, adesso non lo sono per niente e ho paura che non riuscirò più a diventare dottore...». Anche Mahmud, 15 anni, ha perso la casa e ora vive in una tenda: «Non ho più sogni. Vorrei sentirmi come se avessi di nuovo una casa». Dalla prigione non si esce. Nella prigione si può solo morire. Anche se non hai alcuna colpa. Anche se hai solo sette mesi. Con le lacrime agli occhi, Yasmeen mi mostra una foto di Muhammad, il suo bambino. Due occhioni neri, un sorriso che apre il cuore. Ma il cuore di Muhammad Akram Khader non batte più. La sua morte – spiega Mu'awiya Hassanein, direttore generale dei servizi di Pronto soccorso nella Striscia - è avvenuta a causa di un rigonfiamento del cervello, che richiedeva cure disponibili solo fuori Gaza a causa dell'embargo. Muhammad è morto dopo che alla sua famiglia non è stato permesso di ricoverarlo in ospedali israeliani.
«Noi bambini diversi». Cosa sia crescere a Gaza, lo racconta Sani Yahya: un missile sparato da un F16 israeliano fece saltare per aria la festa del suo quindicesimo compleanno, uccidendo alcune delle sue sorelle e cugine. A Sany quell'attacco è costato il suo braccio sinistro: «Noi, bambini di Gaza, non siamo come gli altri –dice Sany che incontriamo a casa dei suoi nonni, alla periferia di Gaza City-. Da sempre dormiamo tutti insieme, abbracciati gli uni gli altri nello stesso letto per paura degli F16 che sorvolano di continuo le nostre case. Non parlo solo di adesso, di questa guerra. Noi siamo cresciuti così: senza luce e senz’acqua ogni volta che gli israeliani decidono di tagliarci l’energia; con l’eterna paura degli attacchi di punizione per i missili di Hamas e delle incursioni nelle nostre case. La mia scuola è stata bombardata tre volte in due anni. Non abbiamo diritto ad imparare né a sognare un futuro migliore. Nemmeno alla mia festa di compleanno avevo diritto...”. Il 31 luglio 2009, sulla spiaggia di Gaza, tremila bambini fecero volare in cielo gli aquiloni. Avevano sognato di volare con loro. Superando l'assedio, rompendo l'embargo. Volare via da quell'inferno chiamato Gaza.
articolo di: Umberto de Giovannangeli
IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI GAZA